Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

Parola del Fondatore Parola del Papa Studio Recensioni Articoli

 

Una fede provata

Carissime Annunziatine,

un vecchio proverbio ammonisce che “in Paradiso non si va in carrozza”. Questo detto ci ricorda che la meta deve essere sempre più importante della strada da percorrere. Se i nostri occhi sono fissi sul traguardo le fatiche non ci preoccupano. Ma quando perdiamo di vista la meta della nostra vita, allora ci spaventiamo delle fatiche e delle tribolazioni. Neppure l’Apostolo Paolo fu risparmiato da prove e da tribolazioni. Sin dall’inizio ne viene avvertito Anania «e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,16). Con delicatezza non viene detto subito a Saulo, ma a chi lo deve aiutare. Nella vita di san Paolo non ci sono solo i naufragi, le battiture, le lapidazioni, i giudei che lo combattono ... in tante occasioni c’è anche il ritrovarsi a non comprendere cosa voglia il Signore.
All’inizio del secondo viaggio missionario c’è questa misteriosa espressione: «poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Misia, cercavano di passare in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro» (At 16,6-7). Ma cosa vuole allora il Signore? A Corinto dopo il fallimento ad Atene, dove Paolo non pensa di fermarsi, Gesù appare in visione e gli dice che lì ha un popolo numeroso (At, 18,1-11). Infine il Signore gli dice che deve testimoniare a Roma (At 23,11) ...ma quanto tempo e difficoltà ci vogliono prima di arrivarci! (At 28,16).

Fidarsi contro ogni speranza

È una sana pedagogia indicare prima la meta gloriosa e solo dopo ammonire per le difficoltà ineludibili del cammino. A qualsiasi età, prima ci entusiasmiamo e solo dopo occorre imparare che le difficoltà e gli ostacoli non ci devono scoraggiare. Ma questa è saggezza umana, quelli che hanno più anni ed esperienza lo ripetono da sempre ai più giovani per insegnare la prudenza ed incitare

alla perseveranza: “Ad astra per aspera” (alle stelle si giunge per le difficoltà). Lo scoraggiamento arriva quando ai nostri occhi sembra che le difficoltà ci impediscano di raggiungere la meta. Cioè gli obbiettivi che noi abbiamo inteso, non quelli che Dio vuole da noi. Serve una profonda purificazione dell’anima. Cristianamente bisogna spalancare gli occhi della fede e portare questo ad un vero livello spirituale. Finché restiamo a livello terreno vediamo le difficoltà terrene. Dio ci mette veramente alla prova quando ci tocca nello spirito. Questo è il vero combattimento spirituale, là dove si sperimenta – e non solo si capisce – che bisogna fidarsi totalmente di Dio senza alcuna sicurezza terrena.
Nella Lettera ai Romani si afferma che Abramo rimase «saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 5,18), non quando ricevette la promessa, ma solo dopo aver superato la prova e l’oscurità della fede, non rifiutando a Dio neppure suo figlio (cfr. Gn 22). Il libro di Genesi continua con una piccola chiosa, di solito ignorata. Dopo la solenne promessa di Dio, si annota che Abramo viene a conoscere il numero dei figli di suo fratello Nacor: dodici. Da una parte ha ricevuto la solenne promessa di Dio (un solo figlio) e dall’altra viene a sapere che suo fratello (senza promesse) di figli ne ha dodici! Senza gli occhi della fede viene presto la tentazione di seguire le strade terrene. Senza che il nostro cuore resti saldo in Dio lo scoraggiamento ci affligge.

Quando Dio stesso ci mette alla prova

La vera lotta spirituale da sostenere viene quando Dio stesso ci mette alla prova e il nostro spirito diviene ben cosciente di questo. Probabilmente il libro più tosto su questo argomento è quello di Giobbe. Popolarmente si parla della “pazienza di Giobbe” come estrema, ma in realtà la prova più difficile non è quella (che non è poco) all’inizio del racconto biblico. Dopo le tribolazioni causate da Satana, dopo le osservazioni delle persone che gli rimangono accanto, arriva la vera questione. Solo dopo il lungo e rispettoso silenzio degli amici, quando viene fatto notare che bisogna riferire tutto a Dio. Giobbe grida a Dio tutte le sue ragioni e tutta la sua disperazione. La sua anima non sa trovare pace che nel suo Dio, il suo cuore sa che è Lui il suo redentore (Gb 19,25) ... ma Dio si ostina a non rispondere! Solamente alla fine, superata la prova – dopo ben ventitré capitoli! – Giobbe potrà dire: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5).
Solo quando Dio stesso ci mette alla prova, la fede diventa veramente solida. Le prove e tribolazioni terrene le hanno tutti gli uomini. Pensare di scansarle per qualsiasi motivo sarebbe poco onorevole. Perfino le difficoltà e le tribolazioni che ci procura Satana (e i suoi accoliti) non sono la prova più alta. Anche perché il diavolo è sempre una creatura che ordinariamente ci colpisce tramite le realtà terrene. Lo fa dai tempi di Adamo ed Eva. Però esiste anche la Provvidenza Divina che sempre ci aiuta nelle realtà terrene, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, come insegna il libro di Tobia.
La vera lotta spirituale arriva quando scopriamo che il nostro impegno per compiere la volontà di Dio è misteriosamente ostacolato dalla stessa potenza divina. È duro da comprendere che la volontà di Dio chiede di essere accettata e realizzata solo unicamente per Lui e per nessun altro motivo. È allora che si capisce cosa significa “solo Dio basta”.
Santa Giuliana di Norwich (1342-1416) nel suo scritto “Rivelazioni dell’Amore” (è il primo testo di una donna in inglese) ha una affermazione disarmante: «Si sa che prima dei miracoli, viene la tristezza, e l’angoscia, e le tribolazioni».
Quel “si sa” parla di un’ovvietà che risulta chiara solo per chi ne ha fatto esperienza. Solo dopo la peste in cui perde i suoi cari... dopo la malattia da cui guarisce miracolosamente quando il sacerdote le porta il viatico... può dire “si sa”. Santa Giuliana ne dà anche la ragione, è: «che noi dobbiamo conoscere la nostra debolezza e doppiezza che ci farà cadere nel peccato, per renderci docili, e farci gridare a Dio in cerca di aiuto e grazia; e grandi miracoli vengono dopo... e questo, per rinforzare la nostra fede, e aumentare la nostra speranza nella carità».

don Gino