Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l’angelo di Dio» (12,22). Segue il cantico di Tobi che inizia in 13,1: «Allora Tobi disse» (13,1) e termina al versetto 14,1: «Così Tobi terminò il suo canto di ringraziamento». Il cantico ha due parti: la prima (13,2- 10a) celebra e benedice il Signore in relazione al suo popolo; la seconda (13,10b-18b) si volge a Gerusalemme e al suo rapporto con i popoli.
Prima parte: Inno di lode a Dio di fronte al mondo
Il tema centrale di questa parte riprende il filo rosso della Bibbia che celebra Dio, re eterno e universale, perché abbassa ed esalta (1Sam 2,7; Lc 1,52-53).
«Benedetto Dio che vive in eterno, benedetto il suo regno; egli castiga e ha compassione, fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra, e fa risalire dalla grande perdizione: nessuno sfugge alla sua mano» (Tb 13,2). L’inno benedice il Regno di Dio. Questa espressione, nel contesto post-esilico in cui il testo è scritto, ha un significato molto profondo. La monarchia davidica non c’è più e, naturalmente, neanche il regno. Eppure si professa che c’è un unico e vero re. È il Signore che «castiga e usa misericordia»: cioè punisce il peccato ma vuole la vita del peccatore. Anzi, neppure la morte sfugge al potere di Dio: egli fa scendere e fa risalire. In questi primi dieci versetti la comunità credente del post-esilio, dispersa tra le genti, percepisce che Dio misericordioso continua a prendersi cura del suo popolo, con amore. Il popolo deve, però, rivolgersi costantemente al Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima (13,6; cfr. Dt 6,5). Così al “convertirsi” della persona umana corrisponde il “convertirsi di Dio”, che trasforma il castigo in misericordia e passa dal castigo al perdono che rigenera. L’autore ispirato offre, infine, la sua testimonianza. «Io gli do lode nel paese del mio esilio e manifesto la sua forza e la sua grandezza a un popolo di peccatori. Io esalto il mio Dio, l’anima mia celebra il re del cielo ed esulta per la sua grandezza» (13,8-9). Da notare che l’esilio da “disgrazia” viene vissuto come occasione per manifestare tra i pagani la bontà di Dio con la lode e la fedeltà. La “disgrazia” vissuta in Dio si trasforma nella “grazia” della testimonianza. Questa prima parte termina nominando Gerusalemme: «Tutti ne parlino e diano lode a lui in Gerusalemme» e questo nome apre la seconda parte (13,10-18).
Seconda parte: Gerusalemme sarà ricostruita
«Gerusalemme, città santa, egli ti castiga per le opere dei tuoi figli, ma avrà ancora pietà per i figli dei giusti» (Tb 13,10). Gerusalemme è città santa anche se i suoi figli sono peccatori. Se essi vogliono, possono diventare giusti, cioè, corrispondenti a come Dio li vuole.
L’inno, sulla scia di Isaia 60-61, annuncia la consolazione di tutti i deportati e il conforto degli afflitti. Questo avverrà in Gerusalemme, che è la città santa, il centro di tutta la terra, la tenda che raccoglie i popoli (13,13). La Gerusalemme cui pensa l’autore non ha confini spaziali né temporali, ma è la figura ideale dell’umanità redenta, che richiama la Gerusalemme celeste, madre di tutti i popoli.
A questa certezza fa eco la preghiera: «Anima mia, benedici il Signore, il grande re, perché Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua dimora per sempre» (Tb 13,17). Nella nuova città ricostruita da Dio, gli abitanti vivranno in pacifica convivenza, realizzando il sogno del profeta Isaia (2,1-4), che è il sogno di Dio quando creò l’umanità. «Le porte di Gerusalemme risuoneranno di canti di esultanza e in tutte le sue case canteranno: “Alleluia! Benedetto il Dio d’Israele e benedetti coloro che benedicono il suo santo nome nei secoli e per sempre!”» (13,18).
Il cantico di Tobi nell’interpretazione cristologica
Come notato nel primo articolo, preghiamo il cantico di Tobi nelle Lodi mattutine del martedì della prima settimana (13,2-10a). Con questa preghiera riconosciamo che in Cristo, il Padre salva i peccatori e crea la “nuova Gerusalemme” che è la comunità dei redenti che vengono da ogni parte.
È la teologia dell’Apocalisse, come anche di san Paolo, in particolare negli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi. La seconda parte di questo cantico è una lettura complementare per l’Ufficio delle Letture della solennità di Tutti i Santi. Con essa ringraziamo Dio per il suo intervento nella storia.
Il cantico è pregato anche nella Dedicazione di una chiesa. A partire dall’edificio ecclesiastico, si contempla la futura Gerusalemme, che è figura della santa città escatologica. Il libro si conclude (cap. 14) narrando la morte di Tobi e, poi, di Tobia.
Di Tobi fa memoria delle sue parole, che sono un testamento, di stampo profetico. Esorta il figlio a vivere la Torah e gli comunica la sua comprensione dei progetti del Signore. Tobia ne constaterà la realizzazione: Ninive sarà davvero sconfitta come annunciato dal profeta Naum e la speranza inonda il cuore (Tb 14,6). Tobia muore lodando Dio per l’avverarsi delle parole “profetiche” di suo padre: «Prima di morire poté dunque gioire della sorte di Ninive e benedisse il Signore Dio nei secoli dei secoli» (Tb 14,15).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Dio «castiga ed ha compassione». Come mi risuona questa affermazione? Credo che la misericordia di Dio, più grande del mio peccato, in Gesù morto e risorto, mi risana?
2) Tobi e Tobia terminano la loro vita ringraziando Dio, che in loro ha costruito una storia di grazie. Dice Alberione: «Ho sentito la mano di Dio; mano paterna e sapiente... Oh! se sapessimo considerare i nostri anni passati e vedere quella duplice storia: la storia delle misericordie di Dio verso di noi; come ci ha condotti la mano di Dio che è sopra di noi, e la storia della nostra corrispondenza alle innumerevoli grazie del Signore» (Ut perfectus sit, n.14).
3) «Siamo abituati più a domandare grazie che non a ringraziare per quelle che già ci sono state concesse... Riconoscenza è dovere. Non ringraziamo mai abbastanza... Vi è in noi la riconoscenza?» (cfr. Alle Figlie di San Paolo 1960, 30). E ancora: Alberione interpreta il suo cammino vocazionale/spirituale come “storia sacra”. «La nostra vita, anche per ciascuno, come per l’Istituto, è una storia continuata di grazie: grazia sopra grazia» (Alberione, 50° dell’Istituto). Quanto spazio dedico nella mia preghiera alla gratitudine?
Suor Filippa Castronovo, fsp |