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DUE COLONNE
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Carissime Annunziatine, La conversione dell’intera vita La conversione di san Paolo non è un evento “fondante” del Cristianesimo. Ma ci richiama un elemento fondamentale della vita cristiana che è quello di vivere in continua conversione o, se preferiamo, l’espressione del Primo Maestro di incarnare l’esortazione «Abbiate il dolore dei peccati» (AD 152). Tuttavia la conversione di san Paolo, come ci insegna san Luca nel libro degli Atti, ha segnato la storia della Chiesa in modo decisivo. Luca la racconta tre volte negli Atti degli Apostoli, cosa decisamente eccezionale. Eppure non è l’unico ad essere “convertito” da Gesù, la chiamata di Levi la precede. Non è l’unico discepolo o discepola che si converte e cambia radicalmente la vita: pensiamo a santa Maria Maddalena... E ci saranno sempre cristiani con svariati tipi di “conversione”. Lo stesso Fondatore si riconosceva come peccatore convertito. |
Non si tratta di ricordare chi le ha fatte più grosse... poiché la vera conversione fa “dimenticare” i peccati (i nostri ed anche quelli degli altri). La conversione è un atteggiamento che apre al futuro e non ricade nel passato. Il dolore per i peccati deve insegnarci l’umiltà riguardo a noi stessi e alle nostre forze, non meno che la confidenza nella infinita misericordia di Dio Padre. È importante guardare, non i peccati o le fragilità, ma piuttosto la potenza misericordiosa di Gesù: «Ti basta la mia grazia» (cfr. 2Cor 12,8). La festa della Conversione di san Paolo sempre alimenta la speranza che la Grazia è più grande di ogni peccato. Per questo ci è sempre utile l’esame di coscienza: abbiamo bisogno di “conversione”, ma ancor di più abbiamo bisogno di grazia. Facciamo nostra la riflessione del Fondatore: «“Il dolore dei peccati” significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, dei difetti, insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è nostro: a Dio l’onore, a noi il disprezzo» (Alberione, AD 158). Saldi sulla roccia che è Cristo Il 22 febbraio la celebrazione liturgica della Cattedra di san Pietro ci ricorda un’altra riflessione: non basta odiare il male e amare il bene, è altrettanto necessario stare saldi nella verità. Ci è necessaria la grazia non solo per la vita morale, ma anche per la verità. Senza la saldezza della fede non ci è garantita la fermezza nella carità e neppure nella speranza. Questa celebrazione in onore di san Pietro ricorda a noi che la navicella della Chiesa è salda per la presenza di Cristo, non per l’abilità dei pescatori o per la robustezza della barca. Nella sua storia la Chiesa ha fatto viva esperienza che sono saldi in Cristo quelli che rimangono uniti a Pietro, poiché il Maestro ha promesso «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...» (Mt 16,16-20). Per questo don Alberione (e con lui una schiera di santi e fondatori come s. Francesco s. Domenico, s. Ignazio, ecc.) ha voluto che nel nostro apostolato rimanessimo sempre uniti al magistero del Papa, cioè della Chiesa. Satana sempre cerca di dividere la comunione (cioè la carità tra fratelli e con Dio), ma anche la fede (cioè dalla verità che ci fa una sola Chiesa nella proclamazione dell’unica fede in Cristo). Infine il diavolo cerca la divisione anche dalla speranza (perché chi resta solo si scoprirà più debole, anche nell’intelligenza e, scoraggiato, smetterà di combattere o sarà confuso nel farlo). La festa della Cattedra di san Pietro, specie per noi paolini, deve essere un’occasione per rinsaldarci nell’unità della Chiesa e nell’unità con Pietro e i suoi successori. Sono quanto mai attuali le parole che pronunciò san Paolo VI ricordando santa Caterina di Siena: «Ha amato la Chiesa nella sua realtà che, come sappiamo, ha un duplice aspetto: uno mistico, spirituale, invisibile, quello essenziale e fuso con Cristo Redentore glorioso, il quale non cessa di effondere il suo Sangue (chi ha parlato tanto del Sangue di Cristo, quanto Caterina?), sul mondo attraverso la sua Chiesa; l’altro umano, storico, istituzionale, concreto, ma non mai disgiunto da quello divino. [...] S. Caterina non nasconde i falli degli uomini di Chiesa, ma mentre inveisce contro tanta decadenza, più la considera un motivo e un bisogno di amare di più. [...] Questo è l’amore di Caterina: la Chiesa gerarchica è il ministero indispensabile per la salvezza del mondo» (Paolo VI, Udienza, 30.04.1969). Don Gino |