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OSEA.
IL PROFETA CHE CANTA
LA MISERICORDIA
(1)

 

I dodici profeti minori

Il libro dei Dodici profeti minori, chiamati così per la brevità dei loro scritti ma non per il contenuto, si presenta come una raccolta di scritti diversi. Nel passato, i Dodici profeti minori venivano considerati come libri indipendenti l’uno dall’altro. Gli studi recenti, attenti alla forma finale del testo (studio sincronico), li considerano un unico libro dal titolo: Il libro dei dodici profeti minori. Essi, in realtà, formano un “corpus” i cui singoli libri, nel rispetto della peculiarità propria, rappresentano una collezione che richiama il libro dei Salmi o dei Proverbi. Il Siracide (180 a.C.) conosce il “libro dei Dodici Profeti” come opera unitaria: «Le ossa dei dodici profeti rifioriscano dalla loro tomba, perché essi hanno consolato Giacobbe, lo hanno riscattato con la loro confidente speranza» (Sir 49,10). Flavio Giuseppe parla di 22 libri dell’Antico Testamento, supponendo i Dodici come un unico libro. Per la tradizione cristiana, Melitone di Sardi, ripreso da Eusebio (Historia Ecclesiastica IV, 26) parla di Dodici in un libro. Il prologo di Girolamo (347-420 d.C.) nella Vulgata fa riferimento alla tradizione che i Dodici siano un solo libro (“unum librum esse duodecim Prophetarum”).

Il Primo di 12

Il libro di Osea – primo dei Dodici profeti minori – svolge quasi una funzione introduttiva all’insieme della raccolta, paragonabile al ruolo di Isaia rispetto ai quattro profeti maggiori. Riguardo alla data di composizione, alcuni libri sono attribuibili all’epoca pre-esilica (VIII-VI sec. a.C.; Osea, Amos, Michea, Naum, Sofonia, Abacuc); altri a quella esilica (VI sec. a.C.; Abdia); altri a quella post-esilica (VI-III sec. a.C.; Aggeo, Zaccaria, Malachia, Gioele, Giona). Osserviamo che il libro di Osea, il primo della “collezione” pone la questione della rottura del rapporto di alleanza tra

Israele e Dio e il suo ristabilimento dopo la giusta punizione. Mentre il libro di Malachia, che la chiude, riprende il tema del divorzio tra Dio e il suo popolo, nel contesto del rinnovamento dell’alleanza. Da questa “inclusione tematica” o cornice, emerge il tema fondamentale di questo libro/collezione: Dio, nonostante il peccato di Israele, resta fedele alla sua alleanza. La metafora sponsale in Osea (Capitoli 1, 3 e 11); e Malachia (Ml 1,2.6; 2,10) risponde al dubbio sollevato da Gioele: «Egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male. Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione?» (cfr. 2,13-14).
Osea (il primo libro) e Malachia (l’ultimo) assicurano che l’amore di Dio non è cambiato. Nel libro di Malachia Dio a Israele offre un memoriale che ricorda la sua storia di peccato e castigo, tradimento e punizione divina per la rottura dell’alleanza, ma è, soprattutto, un memoriale della fedeltà di Dio all’alleanza che si manifesta come misericordia e bontà divina, lenta all’ira e grande nell’amore. Questa storia/memoriale ricorda quella passata dove Mosè rappresenta la Torah ed Elia i profeti (Ml 3,22-24).

Il profeta Osea

Il nome Osea significa «Dio salva». Questo profeta è del Nord, ed è di poco posteriore ad Amos. Iniziò il suo ministero al tempo di Ozia (783-742 a.C.) re di Giuda e Geroboamo II re di Samaria (786-746 a.C.). Il contesto nel quale il profeta vive e opera è di una società in declino, anche a causa degli effetti nefasti di una politica corrotta che si sottomette ai potenti di turno, prima l’Egitto e poi l’Assiria. A questa situazione drammatica corrisponde quella del popolo, che, mancando di guide, attacca il cuore all’idolatria, dimenticando il Signore e servendo, attraverso il culto, altri dèi, Baal in particolare. Osea concepisce la sua missione come impegno a riportare il popolo del Nord, chiamato anche Efraim, con capitale Samaria, alla fedeltà a Dio (cfr. 12,10-13). Il tema del ritorno al Signore, che chiude il libro, è fondamentale: «Torna dunque, Israele, al Signore, tuo Dio, poiché hai inciampato nella tua iniquità» (14,2). Un epilogo sapienziale, infine, invita chi legge a non trascurare le parole del profeta: «Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda; poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano» (14,10). Girolamo, all’inizio del suo commentario su Osea, prega per ottenere la luce divina che lo aiuti nella sua spiegazione del testo. Il libro di Osea, divisibile in due parti, è scandito dallo schema minaccia/giudizio e promessa.
La prima parte (Os 1-3) si sviluppa intorno al dramma familiare vissuto dal profeta che, su ordine di Dio, sposa Gomer, una donna infedele, metafora della infedeltà del popolo all’alleanza.
La seconda parte (Os 4-14) è caratterizzata da una serie di discorsi di accusa ai responsabili del popolo e al popolo stesso. Predomina l’amore fedele di Dio che continua a offrire la salvezza, al popolo infedele.

La vocazione di Osea

Il libro inizia in modo simile ad altri profeti: «Parola del Signore rivolta a Osea...» (Os 1,1 e cfr. Mi 1,1; Sof 1,1; Gio 1,1), ma a differenza di questi, Osea non riceve alcuna visione né l’ordine di parlare le parole di Dio. Invece, gli viene

comandato di prendere in moglie una prostituta (o secondo il temine ebraico, una “donna di prostituzione”) che egli dovrà ricondurre a sé.
Osea sposa Gomer che partorisce tre figli dai nomi simbolici. Il primo figlio maschio si chiama Izreèl e significa “Dio semina”. La donna concepì di nuovo e partorì una figlia dal nome “Non-amata”. Poi arriva il secondo figlio maschio “Non-popolo-mio”. I tre nomi indicano il popolo di Dio, che si è allontanato da Dio per aderire agli idoli e, se non si converte, si avvia alla distruzione.
Gli esegeti interpretano la figura di Gomer o in senso concreto letterale oppure cultuale, come prostituzione sacra, prestata a Baal.
Il riferimento 3, 2-3 dove Osea, dopo averne pagato la dote, le domanda di non cercare altri uomini, lo farebbe interpretare in senso reale (G. Deiana). In tal modo la vita personale del profeta verrebbe a proporsi come emblema della relazione di amore tradito fra Dio e il popolo (cfr. Os 1-3).
L’interesse dell’autore sacro, come sappiamo, più che ai dettagli della vita familiare del profeta, è rivolto al messaggio che vuole comunicare: il popolo si è prostituito agli idoli, rompendo l’alleanza con il suo unico Dio. La prostituzione è la perversione dell’amore: «Il paese non fa che prostituirsi, allontanandosi dal Signore» (Os 1,2b).
San Girolamo sostiene che l’idolatria non è solo un peccato contro Dio, ma anche contro noi stessi e la nostra intelligenza. L’idolatria fa di un uomo ragionevole un animale sprovvisto di ragione: «e dal momento che il senno è uscito fuori della sua naturale sede, egli ritiene dèi, legna e pietre e adora le opere delle proprie mani. Perciò anche il profeta meravigliato, afferma: “Il mio popolo che un tempo si chiamava con il mio nome, consultò legna e verghe”». L’idolatria rivela quindi la non conoscenza e riconoscenza al Dio liberatore e salvatore. Dimenticando il suo Dio per aderire agli idoli, Israele/sposa si attira il castigo.
La storia passata è segnata, di fatto, da una lunga serie di infedeltà e ribellioni (Os 9,10; 10,11 12; 11,1 3; 13,5 7). Il popolo si è mostrato privo di senno (Os 7,11; 13,13), testardo (Os 4,16; 5,13), come un ubriaco che barcolla (Os 4,18), non conosce il suo Dio (Os 5,4; 11,3), lo dimentica (Os 4,6; 8,14), lo abbandona (Os 4,10), si ribella (Os 5,7; 6,7), fugge (Os 7,13), pratica la menzogna (Os 7,1-2) e la falsità (Os 10,2).
L’amore per la sua donna, rivelatasi infedele, permette ad Osea di comprendere – e di esprimerlo con toni appassionati – l’amore di Dio per un popolo, che aveva creduto capace di fedeltà e, invece, si è rivelato infedele. Vincerà l’amore di Dio che lo condurrà nel deserto, luogo di solitudine e di ritrovata fedeltà (Os 2,16). Lo libererà dai suoi amanti (idolatrie), per poter riportare il popolo/sposa alla gioia del primo amore, iniziato nel deserto, dove Lui era tutto:
«Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore»

(Os 2,21-22, cfr. 14,5).

Quando ciò avverrà i nomi dei figli avranno significato positivo: «Io li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata, e a Non-popolo-mio dirò: “Popolo mio”, ed egli mi dirà: “Dio mio”» (Os 2,25).
L’alleanza biblica, con Osea, da rapporto di vassallaggio tra un superiore e un inferiore diviene rapporto esclusivo tra Dio e Israele, grazie alla fedeltà di Dio (Os 2,21b-22; 6,6).
Con il simbolismo sponsale inizia una nuova tradizione biblica che, dall’Antico Testamento passando per i profeti (come in Isaia ed Ezechiele), giunge fino al Nuovo Testamento.
L’apostolo Paolo presenta la relazione di Cristo con la Chiesa come quella di uno sposo verso la sposa (cfr. Ef 5,21-33) e l’Apocalisse presenta la comunità cristiana come sposa dell’Agnello, cioè di Cristo morto e risorto (Ap 21,2.9).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Dopo aver letto attentamente il significato simbolico dei nomi dei tre figli (Os 1,3-9) confronta il nome del terzo con la formula classica dell’alleanza (cfr. Ger 11,4). Quale la novità di Osea nell’interpretare l’alleanza?

2) L’alleanza richiede fedeltà assoluta e appartenenza sempre rinnovata. Anche noi come Famiglia Paolina abbiamo un’alleanza vincolante con il Signore. È quella incisa nelle nostre cappelle. Che cosa ci viene promesso e assicurato? Come dobbiamo vivere per rimanere fedeli alla nostra vocazione?

Suor Filippa Castronovo, fsp