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ALLENARSI AD AMARE

 

CARISSIME ANNUNZIATINE,

la Quaresima non è tempo di tristezza ma di gioia perché è un momento di grazia. È infatti un periodo di maggiore misericordia da parte di Dio Padre. Inoltre, per usare il linguaggio del Fondatore, è anche un tempo in cui esercitarsi nell’avere il “dolore dei peccati”, dei nostri in primo luogo ma anche degli altri. Spesso si afferma che oggi non si sente o non si vuole parlare più di sacrifici, mortificazioni e così via, perché è fuori moda oppure perché oggi non si può capire più questo linguaggio. Al di la del linguaggio, che ovviamente cambia sempre, in realtà l’argomento delle mortificazioni non è mai stato di moda. E probabilmente non lo sarà mai. Il linguaggio del sacrificio in ogni cultura è sempre stato presente, ma è finalizzato al raggiungimento di uno scopo preciso e concreto. È normale dire che se ci si allena per una gara o praticando uno sport, bisogna fare dei sacrifici. Ma solo nell’ambito di una autentica vita cristiana si fanno sacrifici e mortificazioni – oltre al digiuno e all’elemosina – per Dio e per gli altri. Lo si fa per amore di Dio e per la sua Gloria ed inoltre per la carità verso le anime (sia per i vivi che per i defunti, perché abbiano la salvezza eterna).

Esercitarsi nella carità

Vale la pena di considerare questi due aspetti: che per ottenere qualcosa bisogna impegnarsi e lavorare con metodo e che la misericordia è frutto dell’amore, non del sacrificio. Il rapporto con Dio è sempre da basare sull’amore, lo scopriamo già nelle pagine più antiche della Scrittura. Mosè chiede ad Israele: «Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio» (Dt 30,16), solo dopo viene tutto il resto. Ancora più esplicitamente i profeti affermano: “sacrificio e offerta non gradisci» (cfr. 1Sam 15,22ss; Am 5,21ss; Os 6,6; Sl 40,7ss). Infine nel Nuovo Testamento Gesù con più forza ribadisce che Dio desidera “Misericordia e non sacrifici” (cfr. Mt 9,13; Mc 12,7 Eb 10,5ss). La fatica e i sacrifici acquistano senso solo quando si fanno le cose per amore, allora non si fa più caso alle rinunce e alla fatica che ci vuole per realizzarle. Tuttavia occorre un sano realismo, l’amore che

non diventa concretezza quotidiana, rimane romanticismo infecondo, parole e sentimenti senza consistenza. Il profeta Osea accusa Israele di essere incoerente, di seguire Dio solo a parole (cfr. Os 6,4 «Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce»).
Se invece col nostro apostolato facessimo tante opere ma senza la carità che arde nella nostra anima sarà san Paolo a rimproverarci (cfr. 1Cor 13,1ss «se non avessi l’Amore sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita»). La Quaresima è il tempo di esercitare la carità, allenandoci ad accrescere l’amore verso Dio e verso i fratelli. Serve allora esercitarsi, allenarsi affinché cuore, labbra e mani siano concordi. Solo in questo modo si amano gli altri con i fatti e non solo a parole.

L’Amore che rimprovera

Se accogliamo l’invito del Primo Maestro ad avere “il dolore dei peccati”, cioè addolorarsi per quanto offende Dio, allora coglieremmo anche la necessità di “riparare per i peccati”, sia per i nostri che per quelli degli altri. Nella Bibbia incontriamo molte pagine dove Dio rimprovera il suo popolo, specie nei Profeti troviamo pagine particolarmente dure. Se ci stupiamo di questo linguaggio è perché non sappiamo vedere l’amore che c’è dietro a questi rimproveri. Spontaneamente tendiamo a rigettare i rimproveri, a dire “io non c’entro” o a scusarci. Ma in questo modo appare la nostra durezza o insensibilità di cuore. Anche scoprire l’amore nascosto nei rimproveri è un buon esercizio quaresimale. Nell’Apocalisse alla Chiesa di Efeso (cfr. Ap 2,4-5) viene rimproverato di avere abbandonato “il primo amore”. Apparentemente sembra un piccolo rimprovero – meno forte di quelli delle altre lettere – ma è forse il più essenziale dei rimproveri, quello che tocca nel profondo il cuore. Se manca questo fuoco del “primo amore”, tutto diventa insipido e ordinario. Per chi desidera amare Dio, sentirsi rimproverare così manda in profonda crisi. Certamente nessuno ama essere rimproverato. Ma il rimprovero è utile quando poi porta frutti di conversione, quando si giunge a cambiare il modo di ragionare. Nella Bibbia troviamo tantissimi rimproveri, la maggior parte degli oracoli profetici sono dei rimproveri.
Se pensiamo poi ai rimproveri nelle lettere di san Paolo troviamo una lunga lista. Paolo è un cuore infiammato d’amor di Dio, per questo non usa mezze misure. I rimproveri biblici sono proclamati perché Dio ama il suo popolo, che si è stato scelto per amore e non per altre qualità Spesso questi testi ci risultano lontani e non li sentiamo come diretti a noi. In realtà la Liturgia ce li propone proprio perché dobbiamo sentirli come indirizzati a noi, affinché il nostro cuore ritorni a rivolgersi a Dio con l’entusiasmo del primo amore. In questo possiamo anche scoprire una regola valida per ogni messaggio che viene dal Cielo. Ogni rimprovero, anche quando minaccia un castigo, deve essere finalizzato alla conversione. Deve lasciare trasparire la misericordia di Dio. Se i destinatari del messaggio cambiano il loro modo di comportarsi scompare anche la minaccia. Quando in un preteso messaggio vi fosse una irrevocabilità del castigo a prescindere dalla risposta dei destinatari, certamente questo non viene da Dio o non è stato compreso da chi lo riporta. Chi ama sa anche rimproverare al momento opportuno e nel modo adeguato. Spesso i nostri rimproveri sanno di durezza e acredine. Anche quando sono giusti, pure quando sgridiamo coloro a cui vogliamo bene.
La Madonna anche quando rimprovera i suoi figli, ma lo fa sempre con grande dolcezza. Occorre un lungo esercizio per imparare a lasciar sempre trasparire la carità, anche quando si rimprovera. Dalla Mamma Celeste possiamo imparare l’arte di richiamare i fratelli con dolcezza.

Don Gino