Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

SULLA VIA DELLA SANTITÀ

 

Il beato Giacomo Alberione nella meditazione che segue indica come impegnarsi nella sempre utile pratica di correggere i propri difetti (Alle Figlie di San Paolo 1934-39, pp. 329-332).

Ora consideriamo come si possono correggere i difetti. Il Signore ci ha creati per il Paradiso. È di fede che tutti siamo su questa terra per guadagnarci il cielo. Ma il Signore che ci ha creati senza chiederci alcun consenso, non ci salverà senza il nostro concorso: “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te” (“Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te”, cfr. S. Agostino, Serm. 169, 11,13). E noi, purtroppo, possiamo compiere opera contraria ai disegni di Dio. Dobbiamo quindi mettere tutta la buona volontà per essere come dice S. Paolo “Cooperatores Dei” (1Cor 3,9: “Collaboratori di Dio”). Qual è la parte nostra? Quale la parte di Dio? La parte di Dio è la principale, ma si richiede anche la nostra per giungere a salvezza. Per mettere quanto sta da noi dobbiamo:

I. Illuminare la Mente

Quando noi veniamo a conoscenza di qualche grave difetto nell’anima nostra, dobbiamo subito informarci se appartiene alla superbia o alla sensualità e poi muovergli contro accanita lotta come a difetto predominante. Poniamo che una figliuola abbia il proposito sull’umiltà. Per lei la predica sull’umiltà è la principale degli Esercizi. Delle molte letture che si fanno quali le restano maggiormente impresse? Quelle che parlano di umiltà. E magari essa domanda qualche libro che possa aiutarla nella conoscenza di questa virtù. Legge la vita di S. Caterina da Siena? Una cosa

procura di osservare: l’umiltà della santa e questa poi si studia di ricopiare. E circa le meditazioni? Una delle più efficaci è quella sulla morte e magari su tutto l’Apparecchio alla morte (Sant’Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla morte, Alba 1925). Il sepolcro è un grande incentivo di umiltà! Dinanzi al letto di morte, dinanzi alla nostra bara noi rimaniamo davvero a capo chino. Lì sì che sarà finita ogni vanità, ogni desiderio di comparire dinanzi agli uomini, quando saremo in procinto di comparire dinanzi a Dio giusto giudice, e il nostro corpo sarà per essere preda della corruzione! Per dar luce alla mente quindi: meditazioni, istruzioni, letture, esame particolare, fatto fedelmente ogni giorno.

II. Energia alla Volontà

Ricordiamo che per farsi santi bisogna farsi violenza (cfr. Mt 11,12). La lingua vorrebbe parlare? Inchiodiamola. Tanto progrediremo, quanto ci faremo violenza. Quando si è pieni di passioni, quando il sangue ribolle nelle vene, quando si sente il peso dell’umiliazione e si vorrebbe la rivolta, è proprio il caso di tacere, di attendere, di pregare per vincere. È facile far bene le cose quando mancano le difficoltà. Ci vuol violenza su noi stessi per trattare con persone poco gradite, per far l’esame di coscienza che ci costa, per portare a compimento quel lavoro noioso. A volte, in certi tempi e con certe persone, il farsi violenza richiede un grande sforzo. Violenza ci vuole per accettare sorridendo o almeno in pace i disprezzi e le derisioni. E chi andrà sino a cercarle? La superbia vorrebbe trionfare? Schiacciamola abbassandoci. Si potrebbe evitare un rimprovero dando la colpa ad altri? Taciamo e prendiamolo noi. Violenza, e sempre violenza, ma fino a quando? Fino alla morte, fino a quell’estremo momento in cui dovremo farci forza per sopportare pazientemente e con serenità d’animo il male e le ultime prove della nostra vita.

III. Preghiera

Le virtù teologali vengono da Dio: i doni soprannaturali vengono tutti da Dio ed anche le virtù morali, come si richiedono in noi cristiani, non le possiamo acquistare senza l’aiuto della grazia di Dio. Che fare adunque? Pregare. Chi vuole acquistare l’umiltà, preghi, preghi tanto. La preghiera, unita allo sforzo costante, otterrà sicuramente. Faccia la Comunione per divenire umile, reciti il rosario per divenire umile, al mattino lo chieda come prima grazia appena alzata, alla sera come ultima prima di addormentarsi, e nel giorno le aspirazioni più frequenti siano queste: “O Gesù, dolce ed umile di cuore, fate il mio cuore simile al vostro!”. “Maria santissima, rendetemi umile!”. “S. Paolo, padre mio, pregate il Signore per me, affinché diventi umilissima”. E poi i mesi di maggio, quelli di S. Paolo, del divin Maestro, le grandi festività, saranno tutte occasioni propizie per chiedere al Signore l’umiltà. Chiesero un giorno a S. Francesco di Sales da quanto tempo aveva il proposito sulla dolcezza ed egli: “Da vent’anni!”. E sull’umiltà? “Da ventuno!”. Fate così anche voi, non vi stancate di lottare, mantenete a lungo lo stesso proposito: venti, ventun anni come v’insegnano i santi, poi chiederete consiglio per cambiare. Va bene? Ma la lotta sia viva, fatta, come abbiamo detto, di istruzione alla mente per mezzo di letture e di meditazioni appropriate, di energia sempre crescente alla volontà, di preghiere per il cuore e per ottenere l’aiuto di Dio che vale più di tutto.
Andate sempre adagio coi cilici, le catenelle, i digiuni. I vostri digiuni siano: 1) il dolore dei peccati; 2) il riposo moderato e ridotto al necessario per vincere le tentazioni; 3) la mortificazione della lingua e della gola; 4) la vita comune. Se poi aggiungerete l’apostolato fatto col massimo impegno ed interesse, vedrete quante occasioni di mortificazione vi verranno poco per volta! Riguardo alla vita comune voi già sapete che cosa intendo: il mantenervi continuamente unite alle sorelle nella pietà, nello studio, nell’apostolato, in tutto. Inoltre la preghiera non sia mai puramente di preci o di lodi, vi sia sempre anche la preghiera vitale. Ricordiamo che la vita dell’uomo sulla terra è una vera battaglia: “Militia est vita hominis super terram” (Gb 7,1). Chi non avrà vinto sé stesso a che premio, a qual gloria avrà diritto? Non createvi una vita ideale! La vostra vita sia una vita di lotta!
Nei giorni scorsi, essendomi dovuto recare nel Veneto, mi sono spinto sino a Riese (paese della campagna veneta, in provincia di Treviso) per visitare la casetta di quel santo Papa che fu Pio X. Che povertà, che semplicità nell’arredamento di quelle stanzucce, negli oggetti che furono di suo uso, nei parenti superstiti! Il santo Pontefice viveva nella massima semplicità e trattava anche con tutta schiettezza ed umiltà. Aveva un modo di scherzare, di comportarsi senza darsi tono, che piaceva a quanti lo avvicinavano. Questo, per dirvi che talora vi sono grandi virtù sotto le apparenze più semplici; mentre vi sono delle pose che vorrebbero coprire la mancanza o quasi mancanza di virtù. Il 20 agosto 1914, quel benedetto Pontefice volava al cielo a ricevere il premio delle sue fatiche e dei suoi eroismi di carità. Impariamo da lui ad essere veramente virtuosi ma senza credercelo. Vi è proprio da piangere di consolazione dinanzi all’infantile semplicità di un illustrissimo porporato di S. Romana Chiesa, poi Vicario di Gesù Cristo in terra! Ebbene, sappiatelo: se sarete semplici sarete sulla via della santità!

Beato Giacomo Alberione