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GEREMIA.
LA VOCAZIONE PROFETICA
(1)

 

Il libro di Geremia, si apre con i riferimenti temporali e storici che riguardano il profeta (1,1-3). Quindi segue il racconto della sua vocazione (Ger 1,4-19) che si pone come prologo o portale d’ingresso dell’opera. Si tratta di una rilettura della vocazione che il profeta conduce, in modo sintetico, alla luce dell’esperienza vissuta. Rileggendo la sua storia, Geremia scopre che Dio, prima ancora di nascere, lo aveva amato, plasmato per sé, per donarlo al popolo come “profeta”. La chiamata/missione coincideva, dunque, con la sua persona e da essa non poteva fuggire. La lettura parallela di Ger 15,19-21 lo conferma in tutta chiarezza. Diversamente da Isaia (cfr. Is 6) e da Amos (cfr. Am 7,1-8,3), Geremia non dice in che modo abbia ricevuto questa parola di Dio ma presenta una realtà compiuta: Dio gli ha parlato ed egli non ha potuto sottrarsi alla sua Parola. Il capitolo in questione

mostra due richiami vocazionali (vv. 4-10 e poi vv. 17-19) con al centro due visioni che mostrano la fedeltà di Dio alla sua Parola.
Ecco lo schema:
A – (vv. 4-10) primo richiamo vocazionale: inizia e finisce con la menzione delle genti e il comando a parlare e a non temere
B – (vv. 11-12) visione del mandorlo: Dio – fedele a sé stesso – vigila sulla Parola
B′ – (vv. 13-14 + 15-16) visione della caldaia bollente del Nord: annuncio delle invasioni.
A′ – (vv. 17-19) riconferma della vocazione nel comando a parlare e a non temere.
Nel primo richiamo l’esperienza vocazionale è spiegata con i verbi: “plasmare” (progettare); “conoscere” (cioè amare in modo personale); “consacrare” (mettere a parte); “stabilire” (come dono).
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (1,4).

Modellato come profeta nel grembo Il verbo

plasmare” o “formare” si ritrova nel racconto della creazione di Adamo (Gen 2,7).
Geremia esprime la certezza di essere stato “modellato” profeta prima ancora di venire formato nel grembo materno. Modellandolo secondo il suo progetto, Dio gli ha dato la struttura adatta da poter realizzare, venendo al mondo, la missione che aveva deciso di affidargli (cfr. Gal 1,15-16).
L’espressione è radicalissima. Insinua che Dio l’amava prima di nascere, lo aveva destinato per sé da sempre. Mentre il profeta ne prende coscienza solo a un certo momento della sua vita.
Il verbo “porre” o “dare” è una novità che non ha paralleli: «Ti ho dato come profeta alle nazioni».
Ecco la dinamica vocazionale: “riservare” per “dare”: «ti ho preso per me» e poi «ti ho dato come profeta» per tutte le nazioni. Geremia è consapevole che la sua esistenza appartiene a Dio e comprende che durante tutta la sua vita, proprio dentro le difficoltà, ha dovuto riappropriarsi della vocazione per crescere in essa e assumerla in modo sempre di più cosciente.

Sono giovane, non so parlare

La sua risposta alla chiamata è un lamento: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (v. 6). Il profeta dinanzi alle responsabilità che la vocazione gli richiedeva ha avuto molta paura. Se avesse potuto, in varie situazioni di lotta, sarebbe fuggito. Il lamento, in realtà, è un’obiezione ragionevole e gli argomenti sollevati sono legittimi e doverosi. Ricordano la chiamata di Mosè (Es 3,11) e di Gedeone (Gdc 6,15).
La chiamata di Geremia è per essere uomo della Parola, che è di Dio. Geremia dinanzi ad essa si dichiara incapace di pronunciarla, non perché sia balbuziente né per mancanza di preparazione retorica, ma perché riconosce che dinanzi alla Parola dovrà essere veicolo limpido e teme di essere inadeguato.
Da qui il sentimento di radicale incompetenza. La sua paura non è dovuta a codardia ma al desiderio che la missione ricevuta non fallisca per causa sua. La menzione della giovinezza con cui giustifica la sua obiezione non è un problema di età, che passa con il tempo, ma di mancanza di autorevolezza rispetto alla parola di Dio, che sperimentò imprevedibile e scomoda. Dire “sono giovane” significa, dunque, non ho l’esperienza che la Parola richiede e neanche l’autorevolezza necessaria che da essa proviene. Esperienza e autorevolezza così come la competenza nei riguardi della missione profetica vengono, però, dal Signore che gli risponde in modo categorico: «Io ti manderò e dirai ciò che io ti ordinerò» (v. 7). Geremia non deve “inventarsi la Parola” come se fosse sua, ma deve accoglierla e comunicarla fedelmente anche affrontando sofferenze e derisioni. Dio gli si rivela come Colui che dona competenza e autorevolezza a chi non la possiede: «Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”» (1,9). La parola è di Dio e dinanzi ad essa non conta il “carisma personale” del chiamato ma l’autorevolezza della stessa Parola. A Geremia, come ad ogni chiamato, è richiesta la docilità e se egli si apre alla Parola, essa produrrà da sé stessa il proprio frutto. Il sentimento d’incompetenza e di mancanza di autorevolezza personale che genera paura è provvidenziale, perché ci ricorda che Dio non sceglie chi è già competente ma colui che ha formato, conosciuto, consacrato e donato agli altri, dotandolo della Sua qualità divina. Geremia, infatti, sperimentò che la Parola che rivolse a nome di Dio alle autorità politiche e religiose gli procurò sofferenza e derisioni come se la sua parola si fosse scontrata con la spada dei suoi nemici.
Questo scontro mortale, generava in lui la sottile tentazione di sottrarsi alla missione, di nascondersi così da salvare il corpo (la vita) pensando in tal modo di salvare la Parola perché tra la Parola divina e la vita del profeta c’è un nesso imprescindibile. La Parola ha bisogno di Geremia e questi, identificato in essa, vive di essa e realizza sé stesso servendola. La Parola per essere annunciata deve vivere nella sua persona e se il profeta muore pure la Parola scompare perché non può più essere detta. Dio, per questo, interviene con forza e gli ordina di uscire dalla paura del fallimento che è già esperienza di morte. Geremia può superare la paura di morire affidandosi a Colui che, avendolo creato per essere profeta, è il garante della sua vita. Ed ecco la parola incoraggiante di Dio: «Non avere paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (v. 8). Questa espressione ricorre anche in altre chiamate (cfr. Is 41,10-15; 44,2; At 18,9-10). Il versetto 10, che interpreta la missione di Geremia, è composto da sei verbi che ne descrivono il difficile ministero. Quattro sono distruttivi perché il male da eliminare è immenso e due costruttivi che evocano l’azione rinnovatrice di Dio:
«Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni
per sradicare e demolire
per distruggere e abbattere
per edificare e piantare» (Ger 1,10).

Due chiamate e due visioni

Alle due chiamate vocazionali corrispondono due visioni perché la stessa cosa è ripetuta due volte da due punti di vista.
La prima visione si basa sul suono delle parole ebraiche “mandorlo” e “vigilare”.
Il mandorlo in ebraico (šāqed), ha un suono simile al verbo vigilare (šāqad). Il mandorlo, primo albero che si sveglia dal torpore invernale, è simbolo di vigilanza e annunzia la vittoria della vita sulla morte (https://www.paoline.it /blog/bibbia /il-mandorlo).
Al profeta che vuole fuggire dalla sua missione, Dio nel segno del mandorlo gli assicura la sua protezione perché vigila sulla sua Parola. «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla» (Ger 1,11-12).
Questa visione gli suggerisce che la divina potenza opera dietro la Parola che dovrà trasmettere perché porti frutto. La seconda visione riguarda una caldaia pronta e bollente. Letteralmente il testo dice che la sua faccia è dal settentrione. Sembra trattarsi di una caldaia o pentola (cfr. 2Re 4,38) che, mentre bolle sul fuoco, perde l’equilibrio e si inclina verso il sud. Il simbolo indica minaccia, guerra e sterminio che verrà dal Nord.
Geremia doveva annunciare questa prospettiva sconvolgente, restando inascoltato e deriso perché gli abitanti di Gerusalemme non volevano rendersi conto che la potenza Babilonese, ancore in fase di sviluppo, costituiva una grave minaccia. Tanto più che i falsi profeti assicuravano che non sarebbe avvenuta nessuna minaccia (cfr. Ger 28). La visione della distruzione della città santa capovolgeva la certezza che Sion è indistruttibile.
Possibile che Dio stesso “chiami” le nazioni contro la città che aveva eletto? Una realtà difficile da accettare! Come non pensare ai tanti appelli che papa Francesco ci ha rivolto in questi anni, esortandoci ad aprire gli occhi? Perché stiamo vivendo la terza guerra mondiale “a pezzi” e, anziché porre azioni di pace, vediamo che la guerra si allarga, causando a livello planetario povertà, distruzione, sofferenza indicibile.
Dinanzi all’arduo compito della missione, Dio a Geremia rivolge parole d’incoraggiamento insieme alla rivelazione delle lotte che dovrà sostenere (vv. 17-19). «Tu, dunque, cingiti i fianchi… alzati, non avere paura, non spaventarti… altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro» (v. 17).
L’espressione “cingersi i fianchi”, frequente nella Bibbia (cfr. 1Re 18,46; Ef 6,14; 1Pt 1,13), significa prontezza, vigilanza, responsabilità. Geremia non può lasciarsi abbattere dai nemici e se non supera la paura che essi gli causano morirà ugualmente per la paura che Dio stesso gli provocherà per essersi sottratto alla missione: «sarò io a farti paura davanti a loro» (v. 17).
Se invece si fida, anche se entra nella morte Dio lo farà uscire vittorioso perché lo renderà come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo. I nemici che decidono di scagliarsi contro di lui si faranno male da sé stessi perché andranno a sbattere contro questo muro invincibile (cfr. 15,20). L’assistenza divina sarà così straordinaria che Geremia, benché bersaglio di tutti, non soccomberà (cfr. Ger 15,20-21).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Dopo avere letto in preghiera Geremia 1,5 e Rm 8,28-30, mi domando: anche io dopo tanti anni di vita consacrata posso testimoniare che Dio mi ha amata da sempre e assistita nel corso della mia vita?

2) Confronta Ger 15,20-21 con Eb 5,7-10: in che senso Geremia illumina la vicenda di Gesù?

3) Alla luce dell’esperienza di Geremia e del nostro fondatore che nel 1959 diceva: «Il Signore accende le lampadine in avanti, man mano che si cammina e occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca luce; ma la dà sempre “a tempo opportuno”» (CISP, 192) come posso esprimere la sua assistenza nei dubbi, nelle paure e fragilità che anziché bloccarmi mi hanno fatto crescere nella fedeltà vocazionale? Suor

Filippa Castronovo, fsp