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VANGELO SECONDO MATTEO
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Matteo, l’autore del primo vangelo

I primi tre evangelisti – Matteo, Marco e Luca – fissano in un breve resoconto il profilo di Matteo e la sua chiamata a seguire Gesù. Si tratta di un resoconto con elementi che in parte convergono, così da poter delineare l’identità di questo personaggio, e in parte differiscono, suscitando interrogativi cui rispondere.
Ecco i tre resoconti: Mt 9,9: «Andando via di là [dalla città di Cafarnao], Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì».
Mc 2,13-14: «[Gesù] uscì di nuovo lungo il mare… Passando vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì».

Lc 5, 27-28: «Dopo questo, egli [Gesù] uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì».

La tradizione che attribuisce a Matteo la composizione del vangelo che porta il suo nome, concorda nell’affermare la sua origine ebraica e la conoscenza della lingua greca, nella quale ci ha trasmesso l’insegnamento di Gesù, racchiuso nei 28 capitoli che compongono il suo scritto. La stessa tradizione lo identifica con uno dei dodici apostoli scelti da Gesù e chiamato «Matteo il pubblicano» (Mt 10,3). Nello stendere il suo vangelo, Matteo segue l’evangelista Marco e ordina il materiale secondo uno schema che riflette le varie tappe del ministero di Gesù (inizi del ministero, predicazione, passione e risurrezione) e lo sviluppo del suo insegnamento (discorsi, miracoli, parabole).

Matteo, il pubblicano

La città in cui vive e opera Matteo è Cafarnao (in ebraico, “villaggio di Nahum”). È la città che anche Gesù ha scelto per abitarvi fin dall’inizio del suo ministero: «lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare» (Mt 4,13). Posta sulla riva nord-occidentale del mare di Galilea (chiamato anche “mare di Tiberiade” e “lago di Genèsaret”), Cafarnao aveva una sicura risorsa economica nella pesca e nell’indotto da essa originato. Inoltre, essendo città di frontiera e importante centro commerciale di smistamento di svariati prodotti: come il grano, il pescato e altre derrate importate o da esportare lungo le piste carovaniere del tracciato Egitto-Damasco-Mesopotamia. Cafarnao si presentava con le tipiche caratteristiche degli empori commerciali: intenso traffico di merci e di persone, servizi di dogana e di riscossione dei dazi, presenza cospicua di controllori e di esattori dei dazi doganali, con i banchi delle imposte. Anche Matteo – il cui nome in ebraico significa “dono del Signore” – è inserito in questo ambiente, come annotano i tre evangelisti nell’istantanea che lo fissa «seduto al banco delle imposte». Il suo compito viene ulteriormente specificato nel resoconto dell’evangelista Luca, presentando Matteo – che egli però chiama con il nome di Levi, seguendo l’evangelista Marco – come pubblicano: «[Gesù] vide un pubblicano di nome Levi» (Lc 5,27). Nella lista che contiene l’elenco dei dodici apostoli tramandata dall’evangelista Matteo compare la stessa designazione: «Matteo il pubblicano» (Mt 10,3). Ma chi era il pubblicano? Questa figura era presente nei quadri dell’amministrazione imperiale romana con il nome latino di publicanus (esattore del denaro “pubblico”) e con quello greco di telones (dal greco telos, “tassa”).
Durante il dominio romano in Giudea, la riscossione delle tasse indirette (come dazi e dogane) non avveniva tramite i funzionari dell’impero, ma era affidata a cooperative private che, a loro volta, si servivano di impiegati subalterni, i pubblicani appunto. Ma c’è anche chi li identifica con i portitores, piccoli impiegati “riscuotitori di dazi” o “doganieri”. Costoro dovevano versare all’erario imperiale una somma fissa per il diritto di riscuotere le tasse dei dazi doganali nei loro distretti.
È il caso di Matteo, che opera nel distretto di Cafarnao. E anche di Zaccheo, che opera in quello di Gerico, altra città ricca di commercio; cfr. Lc 19,1-10. Poiché quello che essi riuscivano a guadagnare oltre la cifra da loro versata per ottenere il diritto di riscossione, garantiva il loro profitto, i pubblicani non si facevano scrupolo di ricorrere agli abusi in questo loro ufficio e alla estorsione. «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato», dirà Giovanni Battista ai pubblicani che, ricevendo il battesimo, lo interrogavano su ciò che dovevano fare (cfr. Lc 3,13). Per questo gli ufficiali doganali, come Matteo e come Zaccheo («capo dei pubblicani » lo chiama Luca in 19,1) erano ritenuti, dai Giudei, peccatori. Perché chi maneggiava denaro coniato dai pagani era considerato “impuro” dalla loro religione e quindi escluso dal culto. Ed erano disprezzati e disonorati perché “collaborazionisti” con il dominatore romano, alle cui dipendenze lavoravano.

Matteo, il discepolo

Nel presentare la figura di Matteo sorprende che gli evangelisti Marco e Luca chiamino questo personaggio con il nome di Levi: «Levi figlio di Alfeo». Leggiamo in Mc 2,14; «un pubblicano di nome Levi» come pure in Lc 5,27. Quando poi leggiamo la lista che dei dodici apostoli fanno questi tre evangelisti (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,12-16) vediamo che in essa compare solo il nome di Matteo. Di Levi non vi è più traccia. Che dire? Probabilmente si tratta della stessa persona che, come era frequente nell’ambiente ebraico, poteva avere due nomi (pensiamo ad esempio a Saulo/Paolo). Gli evangelisti potrebbero essersi ispirati ora a una fonte (o tradizione orale) che privilegiava il nome di Matteo, ora a un’altra che privilegiava quello di Levi. Ma ciò che più sorprende è l’improvviso passaggio di Matteo/Levi chiamato prima al servizio di Cesare come pubblicano a Matteo/Levi chiamato ora da Gesù al suo servizio, come discepolo. Questa chiamata viene descritta con una particolare terminologia, che caratterizza i vari “racconti di chiamata” (o di “vocazione”) alla sequela di Gesù contenuti nei vangeli.

Innanzitutto lo sguardo di Gesù («vide un uomo, di nome Matteo, seduto al banco delle imposte»). È lo sguardo che penetra oltre la frenetica attività in cui è immersa Cafarnao e si incrocia con quello di Matteo illuminandolo e lasciando nell’oscurità lo sguardo dei suoi collaboratori, immedesimati nella contabilità del denaro che man mano va accumulandosi sul «tavolo delle imposte ». Così appare nella famosa tela del Caravaggio [La chiamata di san Matteo] nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Poi la chiamata: («[Gesù] gli disse: “Seguimi” »). La parola di Gesù ha l’effetto della parola di Dio nella creazione: Dio chiama e subito ogni cosa viene alla luce (cfr. Gen 1,1-31: «Dio disse... e subito avvenne»). Gesù chiama il “pubblicano” e viene alla luce il “discepolo” (come indica il dito di Gesù, sempre nella tela di Caravaggio, che riproduce lo stesso dito della mano di Dio creatore fissato da Michelangelo nell’affresco della Creazione di Adamo nella Cappella Sistina). L’alzarsi di Matteo («egli si alzò») è come una risurrezione: dallo “stare seduto” («un uomo seduto al banco delle imposte»), immagine di inerzia spirituale, Matteo è invitato da Gesù ad “alzarsi”, cioè a partecipare alla sua stessa attività interiore, che spingerà i discepoli a condividere la sua vita e a testimoniare la sua risurrezione. Infatti nel vangelo il discepolo è colui che vive con Gesù, parla con lui, prega con lui, ne assimila lo stile della preghiera e della vita, ha ogni cosa in comunione con lui e ne condivide la missione (che per Gesù culmina proprio nella Croce e nella Risurrezione).
Il verbo “alzarsi” qui usato (in greco anistemi) è lo stesso verbo che verrà usato per indicare la risurrezione di Gesù. Non va infine passata sotto silenzio l’annotazione che troviamo nel resoconto dell’evangelista Luca: Matteo/Levi si pone alla sequela di Gesù «lasciando tutto» («Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì»: Lc 5,28). Nel suo vangelo Luca ama rilevare come la condizione ideale per seguire Gesù (il verbo “seguire” [o “andare dietro”], in greco akoloutheo, è il termine tecnico per indicare “l’essere discepolo”) è il completo distacco dai beni che si posseggono (cfr. Lc 14,25-27).
Anche per Matteo avviene così: se vuole “alzarsi” e “seguire” Gesù è necessario che “alzi” prima il suo sguardo dal «banco delle imposte» (fonte del suo guadagno) e dal denaro che su di esso si accumula. Liberi se stesso distaccandosi dal molto denaro accumulato, dai molti traffici (fruttiferi, sì, ma poco puliti e illegali), dai collaboratori collusi con lui e dall’agiato stile di vita finora adottato. Questo atteggiamento di completo distacco dai beni materiali e di piena adesione alla persona di Gesù e al vangelo del Regno da lui predicato spiega la predilezione di Gesù per i pubblicani: «Amico di pubblicani e peccatori» si dice di Gesù in Mt 11,19 (cfr. anche 9,11). Propone la loro esemplarità come nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) e come nella chiamata/conversione di Zaccheo «capo dei pubblicani» (Lc 19,1-10). Ed infine tributa la sorprendente lode riservata loro da Gesù: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio» (Mt 21,31).

Matteo, il testimone dell’amore di Gesù per gli ultimi

Matteo è stato testimone della predilezione di Gesù per i pubblicani e i peccatori quando, subito dopo la chiamata, proprio in casa sua, durante il banchetto che offre ai suoi collaboratori mentre si congeda da loro. Gesù sorprende tutti con le sue parole di accoglienza e con i suoi atteggiamenti di vicinanza, di condivisione e di perdono verso la categoria dei pubblicani, i lontani di allora. Ecco la testimonianza di Matteo (che troviamo anche in Mc 2,15-17 e in Lc 5,29-32): «Mentre [Gesù] sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, [Gesù] disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori”» (Mt 9,10-13).
Questa testimonianza ci conduce nel cuore dell’opera creatrice di Gesù. Con la sua parola (a Matteo disse: “Seguimi”) Gesù ha operato nei confronti di Matteo come una nuova creazione, una risurrezione, che ha fatto di lui pubblicano la nuova creatura che è il discepolo. «Si alzò e lo seguì»: “alzarsi” è il verbo della risurrezione; “seguire” è il verbo del discepolo. Come Dio, al termine della creazione, si riposò circondato da tutte le sue opere: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni lavoro che aveva fatto» (Gen 2,2- 3), così ora Gesù è presentato «seduto a tavola », circondato da «molti pubblicani e peccatori», con i quali egli «mangia e beve» (Mt 9,10-11). “Sedere a tavola” e “mangiare e bere insieme” sono immagini di piena comunione, di fraternità, di gioia e di condivisione. Sono anche immagini di riposo, di festa e di contemplazione delle nostre opere che vengono illuminate dalle preziose parole di Dio creatore che proclama che ogni cosa che ha creato e ora lo circonda «è buona… molto buona» (Gen 1,3-31). Le opere di Gesù si sono rese visibili in modo particolare a favore dei peccatori e dei pubblicani, degli emarginati e dei malati, dei poveri e dei bambini.
Perché in queste categorie emarginate egli ha saputo riportare alla luce l’originaria bontà con cui sono uscite esse pure dalle “mani” di Dio nella creazione. «Le tue mani mi hanno fatto e plasmato» (Sal 119,73; cfr. anche Gen 2,7). E plasmate e dalle sue “dita”: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita» (Sal 8,4). Ai farisei che invece non riescono a comprendere questo agire di Gesù («Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» Mt 9,11). Ai farisei sfugge anche il progetto di Dio creatore che è soprattutto bontà e misericordia: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13). Questa stessa dichiarazione è riaffermata da Gesù in Mt 12,7. Sedendo a mensa con i peccatori e pubblicani, Gesù ritorna alle origini della bontà di tutte le cose nella creazione e vi riconduce quanti incrocia con il suo sguardo creatore. Come maestro incrocia lo sguardo lontano dei peccatori e dei pubblicani e li avvicina chiamandoli a seguirlo («Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»: Mt 9,13). Come medico dello spirito guarisce e risana quelle ferite che hanno deformato la bontà e la bellezza del progetto di Dio nell’uomo che ha peccato («Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: Mt 9,12).

Matteo, l’evangelista

Secondo alcuni studiosi la facilità con cui nel vangelo secondo Matteo i testi dell’Antico Testamento vengono citati e interpretati alla luce della persona e della predicazione di Gesù potrebbe spiegare quanto viene detto da Gesù stesso in Mt 13,52: «[Gesù] disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”».
In realtà, i testi biblici presenti nel vangelo secondo Matteo sono oltre 60 e fanno intravedere nell’autore un’ampia e profonda conoscenza di quella prima parte della Bibbia ebraica conosciuta come Antico Testamento (cui sembra alludere l’espressione «cose antiche»).
L’autore del vangelo attribuito a Matteo sarebbe dunque lo «scriba divenuto discepolo del regno di Dio», poiché la conoscenza delle antiche Scritture era ciò che caratterizzava nell’ambiente giudaico lo scriba. In ebraico “sofer”, indica uno “esperto” nello scrivere e nell’interpretare le Scritture.
Questa competenza, propria esclusivamente dello scriba, sembrerebbe in contrasto con la professione di “pubblicano” esercitata da Matteo/Levi e quindi si giunge alla conclusione che non è il pubblicano di Cafarnao l’estensore del primo Vangelo, ma un’altra persona più colta.
Bisogna però dire che anche agli Ebrei che erano addetti alle operazioni doganali era chiesto un certo grado di cultura, che l’ambiente giudaico poteva certamente garantire. Il pubblicano Matteo quindi può essere considerato anche lo scriba/evangelista che conosce l’Antico Testamento (le «cose antiche») e che conosce la predicazione di Gesù (le «cose nuove»), essendo diventato suo discepolo (in greco, mathetes, “colui che impara”, “conosce”). Il nome Matteo nella sua trascrizione greca (Maththaios) tradisce infatti una certa somiglianza con il termine greco che indica il discepolo. Fin dal secolo II la tradizione cristiana ha attribuito a Matteo la composizione del primo Vangelo, come confermano alcune testimonianze, che qui riproduciamo.
La prima testimonianza è quella di Papia, vescovo di Geràpoli (città della Frigia nell’odierna Turchia) durante gli anni 110- 130. Egli scrive: «Matteo mise in ordine i detti in lingua ebraica». Il testo è riportato da Eusebio nella Storia ecclesiastica (III, 39,16). Infatti alcuni sostengono che alla base del vangelo secondo Matteo giunto a noi in lingua greca ci fosse un testo scritto in lingua aramaica (a volte chiamata anche ebraica, due lingue molto simili).
Ireneo (140-202) offre questa testimonianza: «Matteo fra gli ebrei, nella loro stessa lingua, pubblicò un vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo a Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa». Testo riportato da Eusebio nella Storia ecclesiastica (V, 82).
Origene (185-254) attesta: «Per primo fu scritto [il vangelo] secondo Matteo, una volta pubblicano, ma dopo apostolo di Gesù Cristo: lo ha pubblicato per i credenti venuti dal giudaismo, composto in lingua ebraica [cioè aramaica]». Anche questo testo è riportato da Eusebio nella Storia ecclesiastica (VI, 25).

Don primo Gironi, ssp