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VANGELO SECONDO MATTEO
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Matteo, l’autore del primo vangelo I primi tre evangelisti – Matteo, Marco e Luca – fissano in un breve resoconto il profilo di Matteo e la sua chiamata a seguire Gesù. Si tratta di un resoconto con elementi che in parte convergono, così da poter delineare l’identità di questo personaggio, e in parte differiscono, suscitando interrogativi cui rispondere. Lc 5, 27-28: «Dopo questo, egli [Gesù] uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì». La tradizione che attribuisce a Matteo la composizione del vangelo che porta il suo nome, concorda nell’affermare la sua origine ebraica e la conoscenza della lingua greca, nella quale ci ha trasmesso l’insegnamento di Gesù, racchiuso nei 28 capitoli che compongono il suo scritto. La stessa tradizione lo identifica con uno dei dodici apostoli scelti da Gesù e chiamato «Matteo il pubblicano» (Mt 10,3). Nello stendere il suo vangelo, Matteo segue l’evangelista Marco e ordina il materiale secondo uno schema che riflette le varie tappe del ministero di Gesù (inizi del ministero, predicazione, passione e risurrezione) e lo sviluppo del suo insegnamento (discorsi, miracoli, parabole). Matteo, il pubblicano |
La città in cui vive e opera Matteo è Cafarnao (in ebraico, “villaggio di Nahum”). È la città che anche Gesù ha scelto per abitarvi fin dall’inizio del suo ministero: «lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare» (Mt 4,13). Posta sulla riva nord-occidentale del mare di Galilea (chiamato anche “mare di Tiberiade” e “lago di Genèsaret”), Cafarnao aveva una sicura risorsa economica nella pesca e nell’indotto da essa originato. Inoltre, essendo città di frontiera e importante centro commerciale di smistamento di svariati prodotti: come il grano, il pescato e altre derrate importate o da esportare lungo le piste carovaniere del tracciato Egitto-Damasco-Mesopotamia. Cafarnao si presentava con le tipiche caratteristiche degli empori commerciali: intenso traffico di merci e di persone, servizi di dogana e di riscossione dei dazi, presenza cospicua di controllori e di esattori dei dazi doganali, con i banchi delle imposte. Anche Matteo – il cui nome in ebraico significa “dono del Signore” – è inserito in questo ambiente, come annotano i tre evangelisti nell’istantanea che lo fissa «seduto al banco delle imposte». Il suo compito viene ulteriormente specificato nel resoconto dell’evangelista Luca, presentando Matteo – che egli però chiama con il nome di Levi, seguendo l’evangelista Marco – come pubblicano: «[Gesù] vide un pubblicano di nome Levi» (Lc 5,27). Nella lista che contiene l’elenco dei dodici apostoli tramandata dall’evangelista Matteo compare la stessa designazione: «Matteo il pubblicano» (Mt 10,3). Ma chi era il pubblicano? Questa figura era presente nei quadri dell’amministrazione imperiale romana con il nome latino di publicanus (esattore del denaro “pubblico”) e con quello greco di telones (dal greco telos, “tassa”). Matteo, il discepolo Nel presentare la figura di Matteo sorprende che gli evangelisti Marco e Luca chiamino questo personaggio con il nome di Levi: «Levi figlio di Alfeo». Leggiamo in Mc 2,14; «un pubblicano di nome Levi» come pure in Lc 5,27. Quando poi leggiamo la lista che dei dodici apostoli fanno questi tre evangelisti (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,12-16) vediamo che in essa compare solo il nome di Matteo. Di Levi non vi è più traccia. Che dire? Probabilmente si tratta della stessa persona che, come era frequente nell’ambiente ebraico, poteva avere due nomi (pensiamo ad esempio a Saulo/Paolo). Gli evangelisti potrebbero essersi ispirati ora a una fonte (o tradizione orale) che privilegiava il nome di Matteo, ora a un’altra che privilegiava quello di Levi. Ma ciò che più sorprende è l’improvviso passaggio di Matteo/Levi chiamato prima al servizio di Cesare come pubblicano a Matteo/Levi chiamato ora da Gesù al suo servizio, come discepolo. Questa chiamata viene descritta con una particolare terminologia, che caratterizza i vari “racconti di chiamata” (o di “vocazione”) alla sequela di Gesù contenuti nei vangeli. Innanzitutto lo sguardo di Gesù («vide un uomo, di nome Matteo, seduto al banco delle imposte»). È lo sguardo che penetra oltre la frenetica attività in cui è immersa Cafarnao e si incrocia con quello di Matteo illuminandolo e lasciando nell’oscurità lo sguardo dei suoi collaboratori, immedesimati nella contabilità del denaro che man mano va accumulandosi sul «tavolo delle imposte ». Così appare nella famosa tela del Caravaggio [La chiamata di san Matteo] nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Poi la chiamata: («[Gesù] gli disse: “Seguimi” »). La parola di Gesù ha l’effetto della parola di Dio nella creazione: Dio chiama e subito ogni cosa viene alla luce (cfr. Gen 1,1-31: «Dio disse... e subito avvenne»). Gesù chiama il “pubblicano” e viene alla luce il “discepolo” (come indica il dito di Gesù, sempre nella tela di Caravaggio, che riproduce lo stesso dito della mano di Dio creatore fissato da Michelangelo nell’affresco della Creazione di Adamo nella Cappella Sistina). L’alzarsi di Matteo («egli si alzò») è come una risurrezione: dallo “stare seduto” («un uomo seduto al banco delle imposte»), immagine di inerzia spirituale, Matteo è invitato da Gesù ad “alzarsi”, cioè a partecipare alla sua stessa attività interiore, che spingerà i discepoli a condividere la sua vita e a testimoniare la sua risurrezione. Infatti nel vangelo il discepolo è colui che vive con Gesù, parla con lui, prega con lui, ne assimila lo stile della preghiera e della vita, ha ogni cosa in comunione con lui e ne condivide la missione (che per Gesù culmina proprio nella Croce e nella Risurrezione). Matteo, il testimone dell’amore di Gesù per gli ultimi Matteo è stato testimone della predilezione di Gesù per i pubblicani e i peccatori quando, subito dopo la chiamata, proprio in casa sua, durante il banchetto che offre ai suoi collaboratori mentre si congeda da loro. Gesù sorprende tutti con le sue parole di accoglienza e con i suoi atteggiamenti di vicinanza, di condivisione e di perdono verso la categoria dei pubblicani, i lontani di allora. Ecco la testimonianza di Matteo (che troviamo anche in Mc 2,15-17 e in Lc 5,29-32): «Mentre [Gesù] sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, [Gesù] disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori”» (Mt 9,10-13). Matteo, l’evangelista Secondo alcuni studiosi la facilità con cui nel vangelo secondo Matteo i testi dell’Antico Testamento vengono citati e interpretati alla luce della persona e della predicazione di Gesù potrebbe spiegare quanto viene detto da Gesù stesso in Mt 13,52: «[Gesù] disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”». Don primo Gironi, ssp |