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TEMI PARTICOLARI DEL
VANGELO SECONDO MATTEO

 


Dall’insieme dello scritto del primo evan gelista, come è considerato Matteo, emergo no alcuni tratti particolari che lo distinguono– come il suo stretto rapporto con le Scrittu re (l’Antico Testamento, soprattutto i Profe ti) – e alcuni temi che caratterizzano la pre dicazione e l’attività di Gesù.

Le “profezie di compimento”

Il vangelo che Matteo ha fissato nello scritto era rivolto soprattutto agli ebrei che avevano aderito al cristianesimo. L’evange lista si proponeva di condurli a riconoscere in Gesù di Nazaret, il Messia promesso e at teso, e a cogliere in lui il compimento delle profezie racchiuse nelle Scritture, che essi conoscevano molto bene. Guida a questo riconoscimento è l’evan gelista stesso che utilizza frequentemente la formula: «Questo avvenne perché si adem pisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta» (cfr. Mt 2,15.23; 4,15-16; 8,17; 12,17-21). Questa formula e altre simili sono chia mate dagli esegeti profezie di compimento: l’evangelista cioè coglie in determinati av venimenti della vita di Gesù quegli elemen ti che portano a compimento alcune situa zioni decisive dell’Antico Testamento, nelle quali Dio ha offerto la salvezza al suo po polo, anticipando o prefigurando la salvezza definitiva che avrebbe offerto in Gesù. Così Antico e Nuovo Testamento presentano una armoniosa continuità. Il richiamo alle Scritture manifesta la centralità della storia di Gesù: è in lui che si compie l’intera storia della rivelazione del la salvezza. Ecco alcuni esempi di queste profezie di compimento, che sono da considerare co me una particolarità del vangelo secondo Matteo. Esse sono presenti soprattutto nei racconti del vangelo dell’infanzia di Gesù (Mt 1-2):
– La nascita verginale di Gesù (Mt 1,10 23) porta a compimento la profezia di Isaia 7,14: «Ecco, la vergine concepirà e darà al la luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi».

– La nascita di Gesù a Betlemme (Mt 2,5-6) è il compimento della profezia di Mi chea 5,1: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Be tlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ul tima delle città principali di Giuda: da te in fatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele».
– La fuga in Egitto e il ritorno (Mt 2,14 15) porta a compimento il testo profetico di Os 11,1: «Egli [Giuseppe] si alzò… prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Si gnore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
– La strage degli innocenti (Mt 2,16 18) è presentata come compimento di un drammatico testo del profeta Geremia (31,15): «Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più»

Le “citazioni bibliche”
Accanto alle “profezie di compimento” che convergono nella persona di Gesù e negli eventi che caratterizzano il suo ministero, nel vangelo secondo Matteo si trovano anche al tre “citazioni bibliche”. Queste non conten gono un richiamo diretto a un profeta, ma si richiamano a quei testi delle Scritture che l’e vangelista usa con la funzione di sostenere la dottrina e l’insegnamento di Gesù, come nel discorso della montagna. «Avete inteso che fu detto [richiamo alle Scritture] ... Ma io vi dico» (Mt 5,21). Alcuni esempi di altre “citazioni” bibli che si trovano in Mt 11,10, dove Gesù si ri volge ai suoi interlocutori, parlando della mis sione di Giovanni Battista: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero; davanti a te egli prepa rerà la tua via». Si tratta di una “citazione” che richiama Esodo 23,20; Malachia 3,1. Un altro esempio si trova in Mt 21,13, dove Gesù dichiara il vero significato del tempio: «[Gesù] disse loro: Sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri». Vi è qui un richiamo a Isaia 56,7 e Geremia 7,11.

I discepoli, modelli del cristiano

Nel vangelo secondo Matteo i discepo li sono presentati come il modello del cri stiano di ogni tempo. Essi non sono sempli cemente coloro che imparano una dottrina (Gesù non è un maestro di morale), ma piut tosto coloro che condividono in tutto la vita di Gesù e con Gesù, fino al suo destino di morte. Con Gesù essi vivono, pregano,
mangiano, discutono, camminano ed egli li as socia alla sua missione di annunciare il van gelo e di operare miracoli. Dimostratisi deboli nel momento della passione: «Allora tutti i discepoli lo abban donarono e fuggirono» (Mt 26,56), essi ven gono riabilitati e accolti da Gesù Risorto, che li precede in Galilea, dove lo vedranno nuovamente: «Andate a dire ai suoi disce poli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi
precede in Galilea; là lo vedrete”» (Mt 28,7). “Vedere Gesù in Galilea” significa, per i discepoli, ripercorrere nuovamente l’itine rario storico di Gesù e rivivere l’esperienza di vita fraterna vissuta con lui. Proprio in Galilea li aveva chiamati all’apostolato: «Ve nite dietro a me, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19). Un itinerario scandito dalle parole di Ge sù, dai suoi miracoli, dalle sue parabole e da un’esperienza di vita intessuta di amicizia, preghiera, fraternità, condivisione. La Galilea è per i discepoli il ritorno alle origini. E ri tornando alle origini della loro chiamata es si hanno la consapevolezza di essere nuova mente “i discepoli” di Gesù e di venire nuo vamente associati alla sua missione dopo l’e sperienza dell’abbandono e del tradimento. Per questo Matteo conclude il suo van gelo con l’invito che Gesù Risorto rivolge loro perché ripropongano questa loro inten sa esperienza di discepolato con il loro Mae stro a tutti gli uomini: «Andate e fate disce poli tutti i popoli» (Mt 28,19) Qui la traduzione “fate discepoli” è più aderente al pensiero di Matteo che non il verbo “ammaestrate”, che appariva nelle tra duzioni del passato. Ogni uomo raggiunto da questo vange lo è invitato a fare propria l’esperienza dei discepoli storici di Gesù, un’esperienza di amicizia, di dialogo, di preghiera, di condi visione di vita tra loro e il Maestro.

Il Regno dei cieli e la Chiesa

A differenza di Marco e Luca che usano l’espressione “Regno di Dio”, l’evangelista Matteo preferisce l’espressione “Regno dei cieli”, perché i suoi destinatari ebrei non pos sono pronunciare il nome di Dio. Cioè “Jhwh” (“Io-Sono”), come viene rivelato a Mosè in Esodo 3,14. Ed anche: «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7). Per questo egli ricorre all’espressione di origine semitica “Regno dei cieli”.
Il termine “cieli” è uno dei modi con cui nella Bibbia si sostituisce il nome di Dio, è «un sostituto reverenziale del nome di Dio» (R. Fabris). Nel vangelo secondo Matteo que sta espressione ricorre 33 volte, in confron to ai passi paralleli di Marco e Luca, che han no la formula «Regno di Dio». Il Regno dei cieli non coincide con la Chiesa, ma ne è il punto di arrivo. Infatti al l’interno della comunità di fede descritta da Matteo coesistono «buoni» e «cattivi» (Mt 22,10), «buon seme» e «zizzania» (Mt 13,24-30), «figli del Regno» e «quelli che commettono iniquità» (Mt 13,11).
S. Agostino definiva significativamente la Chiesa “corpus permixtum”, un corpo mi sto, composto da chi vive nella luce e da chi vive nelle tenebre, da salvati e non salvati, da peccatori e santi. Infatti tutti i discepoli e i cristiani vivono nello statuto di uomini «di poca fede» (Mt 8,26), perché l’adesione a Cristo è esposta alla paura e al dubbio, a cau sa delle prove e delle tentazioni. Anche dopo la Pasqua Matteo nota che «essi [gli aposto li] dubitarono» (cfr. Mt 28,17). La Chiesa di Gesù perciò, lungo il tempo, è sempre nella prova. Essa è la chiesa/barca sballottata dai flutti del mare di Galilea, che solo Gesù sa domare: «Minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia» (Mt 8,26). Non è una chiesa di «eletti», ma di «chiamati», di «gente di poca fede» che so lamente alla fine della «traversata del mare», superate le difficoltà e le crisi di fede e di fiducia, saranno accolti come «eletti» (Mt 24,31) e introdotti come «giusti» nel «regno del Padre loro» (Mt 13,43). Allora il Regno dei cieli che Gesù, al l’inizio della sua missione, aveva annuncia to come «vicino» («Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino» Mt 4,17) sarà pie namente realizzato nella sua comunità/chie sa e in tutti noi. Il Regno dei cieli è Gesù stesso.

Don Primo Gironi, ssp