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GESU', IL VERO GIOSUE'
CHE INTRODUCE
NELLA TERRA PROMESSA

 

Premessa

Siamo nel tempo liturgico pasquale, nel quale facciamo memoria del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre (Gv 13,1), oppure – secondo il linguaggio della Lettera agli Ebrei – del suo ingresso nel “riposo di Dio” o “terra promessa”. Interpretare la vita di Gesù alla luce della persona e dell’opera di Giosuè è quanto mai propizio e arricchente. Soprattutto in questo tempo liturgico, che ci farà meditare diversi passi della Lettera agli Ebrei che richiamano il cammino del popolo verso la terra promessa d’Israele, guidato da Giosuè (Ufficio delle Letture del Venerdì santo), Giosuè e Gesù in ebraico portano lo stesso nome: Giosuè significa «Yahweh salva» o «il Signore è la salvezza» e corrisponde al nome Gesù: «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (cfr. Mt 1,21).
Giosuè si chiamava Osea, ma Mosè gli diede il nome di Giosuè: «Mosè diede a Osea, figlio di Nun, il nome di Giosuè» (Nm 13,16). Il nome nuovo indica la missione che dovrà compiere. Giosuè è, inoltre, definito servo di Mosè (Es 24,13; Dt 1,38); lo accompagna sul Sinai quando riceve le tavole della Torah (Es 24,13; 33,11). Gli succede come capo della comunità; attraversa il Giordano mentre le acque, come in un nuovo Esodo, si dividono in due; erige un monumento a Galgala, circoncide gli Israeliti (Gs 5,2-9); compie, con coraggio, diverse battaglie per poter entrare nella terra promessa.
Il libro del Siracide, nell’elogio dei padri, lo celebra come potente guerriero, profeta e salvatore del popolo, colui che lo introdusse nella terra promessa: «Giosuè, figlio di Nun, era un potente guerriero e succedette a Mosè come profeta. Giustificando il

nome che portava, si mostrò un grande salvatore degli eletti del Signore: castigando i nemici sollevati contro di lui, portò Israele nella sua eredità. Com’era glorioso quando alzava le braccia per brandire la spada contro le città!» (Sir 46,1-6).

L’arma della vittoria

Dopo l’investitura da parte di Mosè, che lo esorta a essere coraggioso nel condurre il popolo nella terra promessa (Dt 31,7), Dio stesso gli rivolge l’esortazione decisiva, della quale sottolineiamo queste espressioni: «Sii forte e coraggioso (...). Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo (...). Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo (...). Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te dovunque tu vada» (cfr. Gs 1,6-9). Osservare e meditare, giorno e notte, la legge di Dio per Giosuè è l’arma sicura per entrare nella terra promessa. Si avverte l’eco del Salmo 1, dove il giusto «medita la legge del Signore giorno e notte e tutto quello che fa riesce bene». A differenza dei re di Israele e di Giuda – la cui condotta della maggioranza di loro è criticata dagli autori biblici – Giosuè incarna l’ideale del condottiero ideale, dotato dai tratti del sapiente, e del profeta. In quanto tale, agisce mosso dalla parola di Dio che vive personalmente, e la consegna come ricchezza che ha marcato, anzitutto, la sua vita: «Siate forti nell’osservare e mettere in pratica quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, senza deviare da esso né a destra né a sinistra... Abbiate gran cura, per la vostra vita, di amare il Signore vostro Dio» (cfr. Gs 23,8-11).

Giosuè figura di Gesù

I Padri della Chiesa ci sono maestri: ci ricordano che il ruolo di Giosuè è quello di preparare la salvezza che il Messia realizzerà definitivamente: Gesù, morto, risorto e asceso al cielo, realizza la salvezza compitamente. Come comprendere, però, le guerre violente compiute da Giosuè e descritte nel suo libro? Secondo la lettura allegorica dei Padri della Chiesa, le guerre narrate nel libro di Giosuè prefigurano la vita cristiana come lotta incessante contro le forze del male. Origene, ad esempio, vede in Gerico il simbolo del mondo idolatrico, le cui fortezze crollano davanti alle trombe del Vangelo proclamato da Gesù-Giosuè: «Gerico è la figura del mondo presente (...) Quando venne Gesù, la cui venuta Giosuè simboleggiava, mandò i suoi sacerdoti, gli apostoli, portando le trombe, cioè l’insegnamento della sua predicazione...» (Origene, Omelie su Giosuè 7,1-2).

Giosuè e Gesù nella Lettera agli Ebrei

La Lettera agli Ebrei, dopo aver confrontato Gesù con Mosè (Eb 3,1-6), confronta Giosuè con Gesù (Eb 4,8-10). Giosuè, a causa della mancanza di fede del popolo, non poté introdurlo nel riposo definitivo (Eb 4,8). Dio, fedele alle sue promesse, riserva «oggi» un riposo sabbatico (Eb 4,9) ai credenti in Gesù. Questo riposo indica la patria celeste (Eb 11,1), la Gerusalemme celeste (Eb 11,10.16; 12,22), il tempio celeste (Eb 10,1): realtà verso le quali la speranza cristiana orienta il cammino. Dio parla di un «altro giorno» (Eb 4,7), perché la promessa, rifiutata dai primi, resta valida per i credenti in Gesù. Il nuovo e vero condottiero, dunque, non è Giosuè, ma Gesù, che già fin d’ora promette a chi lo segue «riposo» e «ristoro» (cfr. Mt 11,28-30). Questo riposo è quello nel quale egli, risorto, è entrato definitivamente, aprendoci la strada. La domanda si fa pressante: «Noi che abbiamo creduto» (cfr. Eb 4,3), cioè noi credenti in Gesù, che siamo entrati nella nuova alleanza nel suo sangue (cfr. Eb 9,13-15), come potremmo tornare indietro? [Vedi CASTRONOVO F., «Nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere» (Eb 4,4). Il riposo sabbatico e l’«oggi» della conversione del credente in Cristo» in “Parola Spirito e Vita”, n. 91, pp. 147-161, Bologna 2025].

Il nuovo «oggi» di Dio per noi

Dio per noi stabilisce un nuovo «oggi» che ci impedisce di indugiare a entrare in esso, fin da ora: «Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo» (Eb 4,11). Se non intendesse il «qui» e «ora», nella nostra storia, perché il credente dovrebbe affrettarsi a entrare nel riposo? Il valore dell’«oggi» consiste nel cogliere la presenza di Dio nel tempo e momento presente, per camminare speditamente verso il compimento. Il credente, perciò, a differenza del popolo uscito dall’Egitto, deve vincere la pigrizia, lo scoraggiamento, la ribellione, lasciandosi guarire dalla Parola: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio...» (Eb 4,12-13). È parola viva perché è il Figlio che parla a nome del Padre; è efficace perché corregge e guarisce (cfr. Eb 1,1-2). Questa Parola, che non guarì gli israeliti, che errarono nel deserto, guarì, invece, gli Undici dall’incredulità e dalla durezza di cuore (Mc 16,14), così come guarì i discepoli di Emmaus (Lc 24,25). La loro conversione ebbe, infatti, inizio quando la sua parola, correggendo il motivo della loro delusione, cominciò a fluire nel loro cuore, ponendoli su un cammino nuovo, simile a una «corsa» motivata. La corsa, secondo Paolo, è metafora di chi, volendo raggiungere il premio desiderato, al pari di un atleta, cammina concentrato in esso, compiendo le scelte necessarie che lo liberano da tutto ciò che lo rallenta o addirittura lo impedisce (cfr. Fil 3,12-14).

In una «corsa» perseverante con lo sguardo fisso su Gesù

La lettera agli Ebrei presenta una moltitudine di testimoni che hanno camminato verso una patria migliore, quella celeste (Eb 11,15-16), senza fare ritorno alla terra da cui erano usciti.
L’undicesimao capitolo di questa lettera dedica quaranta versetti a questa «moltitudine di testimoni». Rafforzati da questi esempi, i credenti possono «correre» con perseveranza, tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Essi sanno che il loro Signore ha raggiunto la gloria perché, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore» (Eb 12,2). Lo seguono nella «via vivente e nuova che egli ha loro aperto» (cfr. Eb 10,20), portando serenamente la propria croce ogni giorno (cfr. Mt 16,24-25; Mc 8,34-35; Lc 9,23-24), in una dinamica battesimale e pasquale che, sollecita a «deporre tutto ciò che è di peso e che ci assedia» e conduce a «spogliarsi » del peccato per «rivestirsi di Cristo » per camminare con lui in «novità di vita » (cfr. Rm 6,11; 13,12-14; Ef 4,22-25).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Gesù è il nostro «vero Giosuè» che ci introduce, realmente, nella terra promessa: da che cosa lo comprendi?

2) Che cosa ti colpisce della figura di Giosuè, condottiero e profeta, in rapporto a Gesù, che vive la volontà del Padre come suo cibo?

3) Focalizza che cosa ti appesantisce nella tua «corsa» dietro a Cristo morto e risorto. Poi precisa che cosa scopri di dover deporre, per rivestirti di Lui e camminare/correre in novità di vita?

Suor Filippa Castronovo, fsp