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IL LIBRO DI TOBIA
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Famiglia e fraternità solidale

La famiglia, senza dubbio, è la protagonista del libro. Come già osservato nello studio del mese precedente, si tratta della famiglia israelitica in situazione di diaspora, la quale fuori dalla sua terra è sfidata da un ambiente socio religioso in forte conflitto con la propria fede. In quest’ambiente privo delle strutture religiose che potevano proteggerne l’identità religiosa, la famiglia diviene “cardine” del popolo, o meglio, quasi come popolo di Dio in miniatura. La famiglia di Tobia è luogo di trasmissione della fede, grembo di fraternità e solidarietà, valori che manifestano la misericordia divina tra i credenti e lo testimoniano tra i pagani.
Riguardo alle famiglie bibliche, la Bibbia è piena di storie familiari. La Genesi, primo libro della Bibbia, è storia di famiglie (cfr. i Patriarchi, Noè) di cui si narrano le luci e le ombre che l’attraversano e il conseguente intervento di Dio che rende le loro storie una storia di salvezza.
Vi sono, però, famiglie presentate in una luce positiva, quasi famiglie ideali che, pur dovendo fare i conti con i limiti umani, riescono a realizzare il progetto originario di Dio: unità e fedeltà nell’amore, fecondità ed educazione dei figli.
Tra questi vi è il libro di Tobia dove si respira un alto senso del matrimonio e della famiglia secondo l’ideale biblico, ribadito anche dai libri sapienziali (cfr. Sir 4,1; Pr 1,8). Nella famiglia di Tobi, il figlio obbedisce al padre, nel bisogno si comporta con amore attento e filiale. Il padre gli trasmette i valori della fede e lo guida a vivere in conformità alla Legge.
Ne sono prova le istruzioni, o testamento, che Tobi affida al figlio (Tb 4,1-21); la preghiera che Tobia e Sara rivolgono a Dio all’inizio della loro convivenza coniugale (Tb 8,6-7). La famiglia di Tobi, inoltre, essendo in diaspora, aveva perduto tutto, perciò era povera, ma viveva la povertà nell’ affidamento a Dio: «Non temere, figlio, se siamo diventati poveri. Tu hai una grande ricchezza se avrai il timore di Dio, se rifuggirai da ogni peccato e farai ciò che piace al Signore, tuo Dio» (Tb 4,21).

La povertà sociale anziché irrigidire i membri della famiglia, si converte nella necessità di rafforzare i legami parentali e la solidarietà. Tobi pratica l’elemosina: «Ai miei fratelli e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive, nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine » (Tb 1,3).
L’elogio che chiude il libro ricorda l’insegnamento trasmesso al figlio, che per primo Tobi ha vissuto: «fare la giustizia e l’elemosina, ricordarsi di Dio, benedire il suo nome in ogni tempo, nella verità e con tutte le forze» (Tb 14,8).
L’elemosina esprime la misericordia che si fa carico del prossimo con generosità; la giustizia è il comportamento conforme alla volontà di Dio nei riguardi della comunità; la verità è il comportamento credibile e affidabile che edifica la comunità (Tb 1,3; 3,5).
L’apertura orizzontale cammina di pari passo con la relazione con Dio, anzitutto nella preghiera, al punto da poter affermare che la famiglia di Tobi e Sara vive alla presenza di Dio: perciò parla di Dio e con Dio e ne sperimenta la presenza buona e provvidente. Il libro di Tobia è stato definito una preziosa raccolta di preghiere familiari.
La forma di preghiera più frequente è la lode. Il verbo “lodare” ricorre quattordici volte. La lode è come la musica che accompagna le vicende umane dei protagonisti; essa trasforma il mondo in un tempio; la sventura, vissuta nella fede in Dio liberatore, diviene benedizione. Sventura e salvezza, o in termini cristiani, croce e risurrezione, sono i due aspetti dell’esistenza che denotano la vita umana. Tobia insegna che la preghiera è il segreto che rende l’esistenza vivibile. Solo da Dio viene la prosperità (Tb 8,17), la riuscita nel viaggio della vita (1 Tb 0,14; 11,14) e il ritorno a casa (Tb 11,17). La famiglia è, dunque, il luogo in cui si fa esperienza di Dio che salva.

La fraternità anima dell’azione del credente

Il tema della fraternità scaturisce necessariamente dalla famiglia. Colpisce, leggendo il libro, notare che il termine “fratello” ricorre ventiquattro volte al singolare e diciassette al plurale, dall’inizio (Tb 1,4) alla fine (Tb 14,4), configurandosi come filo conduttore dell’intera narrazione. Nell’Antico Testamento il termine “fratello”, in primo luogo, indica il vincolo di sangue, un parente vicino o lontano; fratello/ sorella è uno/a della stessa origine, della mia stessa carne, tanto da essere «un altro me stesso», del quale sono responsabile. «Dov’è tuo fratello?» domanda Dio a Caino (Gen 4,9). Fratello indica anche coloro che discendono dallo stesso ceppo, come nella comune discendenza da Abramo o dai figli di Giacobbe. Il seppellire i morti, come fa Tobi a costo della propria vita (Tb 1,17-19), è espressione di fraternità spirituale. «Siamo figli di profeti» (Tb 4,12) è l’affermazione che mette in risalto la fraternità di fede, vincolante non meno di quella del sangue. Questa fraternità comprende e unisce esuli, familiari, connazionali e persino stranieri. Testimonia la misericordia di Dio verso coloro che, considerando la diaspora castigo per i peccati, la percepiscono benedizione di Dio, che li rende capaci di fedeltà in una cultura che ostacola la loro fede (Tb 1,10).
I figli d’Israele in diaspora possono testimoniare che il loro Dio, grande e misericordioso, è immerso negli eventi della loro esistenza e cambia la tristezza in gioia, la disperazione in speranza, la morte in vita. Grazie alla fraternità, la storia di Tobi e di Sara, in apparenza ai loro occhi senza futuro, si apre all’impossibile che Dio rende possibile. Significativo, al riguardo, è il capitolo 5, dove Azaria, l’angelo inviato da Dio, la cui identità, chiara al lettore ma nascosta ai protagonisti, si presenta come un israelita, un fratello nella fede, in cerca di lavoro: «uno dei tuoi fratelli Israeliti venuto qui a cercare lavoro» (Tb 5,5). In apparenza, Azaria/Michele è un bisognoso, ma in realtà è portatore di benedizione e vita. Alla domanda di Tobi che gli chiede: «Fratello, di che famiglia e di che tribù sei? Dimmelo, fratello», l’angelo risponde: «Che t’importa della tribù?». Così lo invita a superare la logica del sangue e dell’appartenenza tribale. Di fronte all’insistenza di Tobi, conclude: «Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli» (Tb 5,13). Una discendenza costruita sull’essere “uno dei tuoi fratelli”.

La solidarietà come rivelazione della misericordia divina

La fratellanza esprime la solidarietà, con gesti e parole: Tobi ringrazia Dio per ciò che ha potuto fare per gli altri, per le sue elemosine, per la condivisione della sorte dei fratelli deportati. L’essere deportati e nel bisogno rende solidali anche con chi non osserva pienamente la Legge; anche con chi si compromette con lo stile di vita dei peccatori, pur senza condividerne il peccato e, soprattutto, senza giudicare. Tobi per solidarietà fraterna seppellisce il cadavere di un “fratello” che non conosce, perché sa che non avere sepoltura è una maledizione. L’uomo giusto non si sottrae a questo dovere di amore anche a costo della propria vita. Il libro di Tobia, per questo, oltre che il libro della famiglia può considerarsi anche il libro della solidarietà tra fratelli di sangue, di fede, di umanità. La solidarietà non è un fare per fare, ma agire attivamente per un fratello bisognoso.
Impegnandosi con disponibilità. Si imita Dio che è solidale con tutti. E il digiuno che Egli gradisce è molto di più della pratica del digiuno materiale. Il digiuno gradito a Dio «Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (cfr. Is 58,7). La solidarietà umana, generata da quella di Dio – come Tobia insegna – avvicina a Lui ed è già esperienza della sua salvezza. Questa solidarietà risuona nelle parole di Gesù che si indentifica nella persona bisognosa: «Tutto quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). La solidarietà riconosce la “grandezza” del fratello più piccolo per il fatto stesso che è fratello, uno come me.
Questa attenzione Dio l’aveva mostrata per la tribù di Tobi che proviene da Neftali, una tribù che non è tra le più importanti delle dodici tribù d’Israele. Anzi è una delle prime tribù deportate in Assiria per mano di Tiglat-Pileser III (circa 732 a.C.). Dunque è una tribù umiliata ed emarginata. Eppure il profeta Isaia predice che proprio la «terra di Neftali», un tempo umiliata, avrebbe visto una «grande luce» (Is 8,23-9,1). È la luce del Messia lungamente atteso: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea; lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia» (Mt 4,12-14). La storia segnata dalla marginalità si trasfigura in luogo di rivelazione messianica, di principio di salvezza che umilia i ragionamenti umani. L’umiliazione diviene grembo di salvezza, inizio di una storia nuova che Dio fa nascere. Per noi cristiani, la croce, luogo di umiliazione e sconfitta, vissuta da Gesù nella solidarietà per i “fratelli peccatori” (cfr. Eb 2,18) diviene luogo di salvezza e di gloria.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Sono anch’io, con chi mi sta accanto ed è nel bisogno, Azaria/Michele, che con gesti di amicizia e fraternità, senza protagonismo, manifesta la vicinanza di Dio?

2) Tobia insegna come la povertà può essere occasione di crescita spirituale e solidarietà. Riflettendo sulla quarta ruota del carro paolino domandati: la povertà paolina in che senso è il trampolino di lancio che ci permette di camminare nella vita con la certezza che Dio è con noi?

3) Quali gesti concreti di misericordia solidale posso vivere nel mio contesto quotidiano, con le persone che il Signore mi fa incontrare o mi pone accanto?

Suor Filippa Castronovo, fsp