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IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI
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Attribuito al profeta Geremia, questo libro è poco conosciuto. Lo stile letterario che lo caratterizza si comprende nel contesto della distruzione di Gerusalemme (586 a.C.) ad opera di Nabucodonosor, che demolì il Tempio e deportò a Babilonia gli abitanti e il re, suscitando una profonda crisi di fede. Per questo ogni parola esprime desolazione, esperienza di morte, lutto che si trasforma in lamento sconsolato. In questo buio totale, all’orizzonte si intravede l’azione di Dio che salva. Le Lamentazioni, nella Bibbia ebraica, fanno parte dei cinque Megillot (Rotoli), che si leggono in sinagoga in occasioni speciali, come nel digiuno del 9 di Av (Tisha B’Av), mese che nel calendario ebraico cade tra luglio e agosto, per commemorare la caduta del Primo Tempio. In ebraico la prima parola del libro, che apre anche gli altri capitoli, è Ekhà, cioè «come?», «come mai?». È una domanda che invita a riflettere sul peccato che ha causato la tragedia della distruzione del Tempio e, nello stesso tempo, veicola la speranza nella misericordia di Dio. Nella tradizione cristiana, per lunghi secoli, fino alla riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, la lettura delle Lamentazioni nel rito romano veniva proclamata durante la Settimana Santa, nell’ufficio notturno del Breviario. Il lamento degli Ebrei su Gerusalemme diventava così il lamento dei cristiani per la passione di Gesù. Struttura del libro Il libro comprende cinque capitoli o lamentazioni. Il primo, il secondo e il quarto sono acrostici: ogni strofa, cioè, comincia con una lettera dell’alfabeto ebraico, per dire che la sventura che ha colpito il popolo, per essere comunicata, ha bisogno di tutte le lettere |
dell’alfabeto. Le vittime, raccontando la loro storia, gridano a Dio. Mentre in Egitto il grido degli schiavi salì fino a Dio che, mosso dall’amore, li ascoltò e intervenne, nelle Lamentazioni la parola umana, intrisa di sofferenza, imputa a Dio una decisa sordità: «Ti sei avvolto in una nube perché la supplica non giungesse fino a te» (Lam 3,44). Dio non risponde al loro lamento... eppure essi lo considerano ancora capace di soccorrere i poveri di Israele. Il libro si conclude con un’invocazione a Dio perché faccia ritornare a Lui il suo popolo: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo; rinnova i nostri giorni come in antico» (Lam 5,21). Il primo passo per la conversione è sempre del Signore. Prima Lamentazione: Il testo, dopo l’esclamazione «Ahimè», presenta l’immagine della madre divenuta vedova, figura di Gerusalemme, «la grande fra le nazioni» (1,1), alla quale sono stati deportati i figli: «i suoi bambini sono andati in esilio». Seconda Lamentazione: il giorno dell’ira divina (2,1-22), che non è annuncio di morte Dio «con ira ardente ha infranto tutta la potenza di Israele» (2,3): ha rinunciato a proteggerlo, manifestandosi come suo nemico (cfr. 2,4-5). Questa esperienza dolorosa diviene un’occasione importante per confessare l’unicità del Signore come Dio di tutti. Provvidenzialmente, l’esilio si rivela un’occasione unica di maturazione della fede. Il Signore, proprio perché è Uno, è Signore di tutti: Egli ha fatto il cielo e la terra e ha creato gli uomini e tutte le cose. Gerusalemme guarda la storia con occhi nuovi: vede gli eventi e le persone in modo diverso, più reale. La città, che era «bellezza perfetta, gioia di tutta la terra» (2,15), è ridotta in condizioni deplorevoli. Si realizza la missione di Geremia, inviato a «distruggere», ma anche a «edificare» (Ger 1,10). Il messaggio di distruzione si è compiuto e ora, certamente, si realizzerà la ricostruzione. Terza Lamentazione: L’uomo dei dolori proclama poi una confessione di fede straordinaria: «Tu hai difeso, Signore, la mia causa, hai riscattato la mia vita. Hai visto, o Signore, la mia umiliazione: difendi il mio diritto!» (3,58-59). Quarta Lamentazione: Questa lamentazione descrive i fatti di una storia di infedeltà e di tradimento, a partire da una denuncia: «Come si è alterato l’oro migliore!» (4,1). Le «pietre sante», appartenenti al santuario, sono in rovina. «La figlia del mio popolo è divenuta crudele» (4,3) e la sua iniquità supera il peccato di Sodoma (cfr. 4,6). Le conseguenze del peccato sembrano parlare anche della nostra situazione attuale: il comportamento del popolo non ha eguali e considera bene ciò che è male; la prepotenza colpisce i bambini, che hanno bisogno di essere allattati e sfamati; si ricerca il proprio vantaggio come se fosse bene, strumentalizzando la vita delle persone. La causa profonda proviene dal peccato dei profeti, dalle iniquità dei sacerdoti e dalle colpe dei capi, che avrebbero dovuto guidare il popolo nelle vie del bene. Come in altri profeti (ad esempio Abdia), ritorna la denuncia contro Edom, che approfittò della rovina di Gerusalemme, causando il fallimento della fraternità. Quinta Lamentazione: Dio appare nemico e, nello stesso tempo, l’unico liberatore in cui confidare: «Ricordati, Signore, di quanto ci è accaduto, guarda e considera la nostra umiliazione» (5,1). Lo sguardo dell’autore sembra richiamare la storia di ogni tempo, fatta di una catena i cui anelli sono storie di peccato. Viene sottolineato il peccato dei padri: «I nostri padri peccarono e non sono più, noi portiamo la pena delle loro iniquità» (5,7), ed è evidenziato come i figli non siano stati migliori; anzi, a causa delle loro colpe ci hanno danneggiati e noi siamo umiliati al punto da diventare schiavi di altri schiavi. Nessuno è scampato alla disgrazia e «la gioia si è spenta nei nostri cuori, si è mutata in lutto la nostra danza» (5,15). «Ma tu, Signore, rimani per sempre. [...] Perché ci vuoi dimenticare? [...] Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo. [...] Ci hai rigettati per sempre?» (5,19-22). La fiducia nella fedeltà del Signore, che non viene mai meno, conclude la preghiera corale e apre alla speranza. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Quale nome posso dare ai peccati che rendono la nostra storia teatro di guerre, ingiustizie, abusi di potere e tradimenti della fraternità? In che misura e con quale “veste” li vedo presenti anche nella comunità cristiana e nella mia vita? (cfr. 4,6.16) 2) Quando Dio mi sembra lontano e le difficoltà mi appaiono insormontabili, quale risposta di fede questo libro mi suggerisce? (cfr. 3,21-26.31-32) 3) Credo davvero che Dio, sempre fedele, sia capace di farci ritornare a Lui? (cfr. 5,19-22). Suor Filippa Castronovo, fsp
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