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IL LIBRO DI TOBIA
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Quadro canonico, storico e letterario Il libro di Tobia appartiene ai sette deuterocanonici dell’Antico Testamento. La composizione risale al tempo dei Maccabei (quindi nel secondo secolo prima di Cristo). Il testo ci è giunto nella versione greca dei Settanta, con due redazioni: una lunga e una breve. La scoperta a Qumran, nel 1948, di frammenti in aramaico ed ebraico conferma l’esistenza di una tradizione semitica anteriore alla versione greca. Seguendo la decisione dei rabbini, alcuni Padri della Chiesa, come Origene in Oriente e Girolamo in Occidente, non riconobbero inizialmente la canonicità del libro. Anche Lutero e altri riformatori, che optarono per il canone ebraico, esclusero Tobia. Due famiglie della diaspora protagoniste del racconto
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La prima è la famiglia di Tobi, con la moglie Anna e il figlio Tobia, residente a Ninive; la seconda è quella di Raguel, Edna e Sara, che vive a Ecbatana, in Media. Sono famiglie israelitiche, tra loro parenti. Si evince già che la famiglia è la protagonista di questo libro biblico. Il dramma di Tobi e la prova della fede La genealogia di Tobi (Tb 1,1) in apertura del libro, sottolinea l’importanza della memoria delle origini e dell’appartenenza a una storia che, nel caso di Tobi, è la storia di fede dei suoi antenati. Tobi è un uomo giusto: «Io, Tobi, passavo tutti i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3). Fedele alla Legge, compie le pratiche religiose possibili: l’osservanza delle feste, l’elemosina e la sepoltura dei morti. Durante la festa di Pentecoste, prima di sedersi a tavola, Tobi manda il figlio Tobia a vedere se ci fosse un fratello povero da invitare alla mensa. Tobia trova, invece, il cadavere di un ebreo. Fedele alla Legge, Tobi lo seppellisce, mettendo in pericolo la propria vita. Ma, anziché essere ricompensato, mentre riposa, sui suoi occhi cadono escrementi di uccelli ed egli diviene cieco. Come nel libro di Giobbe, affiora il tema della retribuzione, secondo cui il giusto è premiato. La realtà smentisce questa certezza: il giusto non è sempre ricompensato per le sue opere. La sofferenza di Sara e l’intervento divino Parallelamente, «in quello stesso giorno» (Tb 3,7), Sara, parente lontana, vive una profonda umiliazione. Accusata della morte dei suoi sette mariti, in realtà vittime del demonio Asmodeo, la giovane donna è sopraffatta dalla vergogna e dalla disperazione. Anche la sua preghiera è un grido di liberazione rivolto a Dio, poiché desidera la morte come via d’uscita. Le due preghiere, quella di Tobi e quella di Sara, si incontrano davanti a Dio, che risponde inviando l’angelo Raffaele, il quale sarà mediatore di guarigione e di salvezza per entrambi. La svolta: una memoria che si fa salvezza Tobi ricorda di aver depositato del denaro presso un amico che abita vicino alla città dove vive Sara. Decide di inviare il figlio Tobia a recuperarlo. Il ragazzo, però, ha bisogno di una persona fidata che lo accompagni. Ed ecco Azaria (= Dio è mio aiuto), che si presenta come uno della loro stirpe, rendendosi disponibile a guidarlo. Tobi e Tobia non sanno che Azaria è l’angelo Raffaele (= Dio guarisce), inviato da Dio, per guidarli e salvarli. Giunti a Ecbatana, Azaria/Raffaele propone a Tobia di sposare Sara. Tobia obbedisce e vince il demonio Asmodeo, grazie al fiele del pesce pescato durante il viaggio. Il libro termina con Tobia che recupera il denaro del padre, ritorna a Ninive con la moglie Sara e guarisce, con il fiele del pesce, la cecità di Tobi. Padre e figlio scoprono, infine, la vera identità di Azaria. Essi «Allora andavano benedicendo e celebrando Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l’angelo di Dio (12,22). Il libro si chiude con un canto di lode a Dio, che noi preghiamo alle Lodi mattutine del martedì della prima settimana (13,2-10a) con questo titolo «Dio castiga e salva». Segue il racconto della morte di Tobi, il quale prima di morire lascia di sé questa memoria: «benedisse il Signore Dio nei secoli dei secoli» (Tb 14,15). Come comprendere questa storia Per molto tempo, basandosi sui primi capitoli (Tb 1,3-3,6) dove Tobi narra le proprie memorie, si è creduto nella storicità del libro. L’esegesi storico-critica ha mostrato che il libro di Tobia appartiene al genere letterario della novella, con un evidente carattere sapienziale. «La sapienza nell’Antico Testamento è la capacità di saper vivere, di saper mettere a frutto criticamente la propria esperienza alla luce della fede nel Dio di Israele. Tobia, anche se non è un testo sapienziale come Proverbi, Giobbe, Qoèlet o Siracide, è comunque un racconto che riflette sull’incontro tra esperienza della vita e fede» (Luca Mazzinghi). Attualità del messaggio Può una famiglia di credenti vivere in un mondo ostile e camminare senza perdere la meta? Tobia insegna che la vita è viaggio: i protagonisti si muovono e si spostano da un luogo all’altro. Camminando crescono nella loro identità, comprendono che Dio li salva e ne cantano le meraviglie. Il credente è sempre in cammino. Giunge alla meta, rimanendo saldo alle proprie radici. Tobia ci ricorda che «siamo nel mondo ma non siamo “dal” mondo» (cfr. Gv 15,19). Viviamo la storia di tutti, ma le nostre radici vengono “dall’alto”. Esse, dice Gesù, ci rendono sale che, sciogliendosi, dona sapore (Mt 5,13); luce che, diffondendosi, illumina (Mt 5,14); lievito che, perdendosi nella farina, la fermenta (Mt 13,33). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
Suor Filippa Castronovo, fsp |