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IL LIBRO DI MALACHIA
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Ultimo del libro dei dodici profeti minori, il libro di Malachia, per il suo riferimento all’“Elia che deve venire”, che Gesù stesso identifica in Giovanni Battista (Mt 14,11), ci introduce nel tempo liturgico di Avvento.
Il nome Malachia in ebraico malach e in greco anghelos significa “messaggero”. Questo nome nei testi biblici, di fatto, non compare mai come nome personale, ma è nome comune che designa la missione di “messaggero”. L’identità di Malachia è tutta nella missione: farsi voce di Dio. Malachia può definirsi un profeta senza biografia: non conosciamo il suo luogo di nascita, dell’attività o del momento della chiamata. Alcune indicazioni socio/religiose e politiche fanno risalire alla data di composizione del libro e al suo contesto storico che coincide con la ricostruzione del secondo Tempio, al periodo del post esilio. Proprio in questo periodo, il popolo di Dio, ritornato dall’esilio babilonese, aveva ricostruito il Tempio e rifondato la comunità intorno alla Torah.
Il profeta sarebbe, dunque, contemporaneo di Esdra e Neemia (400 a.C). Ne è prova il fatto che, a differenza degli altri profeti, Malachia non menziona né il re né il governatore (1,8); non rimprovera per il peccato d’ idolatria, che nel tempo pre-esilico ed esilico era ritenuto causa dell’esilio; critica i matrimoni misti, proibiti proprio nel post esilio; infine, la sua critica pungente al culto praticato dai sacerdoti (1,6-8), allude all’esistenza del secondo Tempio, costruito da Zorobabele.
Le realtà che il profeta tratta – tipiche del tempo di Esdra e Neemia – inducono l’interpretazione ebraica tradizionale a identificare Malachia con Esdra, che era sacerdote e scriba.
Nella versione in aramaico del testo ebraico è scritto: «Il mio messaggero, il cui nome è Esdra, lo scriba». Questa tradizione è stata accolta da san Girolamo, Tertulliano, san Giovanni Crisostomo, sant’Agostino. Ma non può essere autorevole perché proviene da una traduzione e non da un testo originale. Di conseguenza è difficile che siano la stessa persona ma è fuori dubbio che entrambi hanno una visione molto simile nei riguardi della ricostruzione religiosa

del popolo.

Caratteristiche del libro

Il libro si compone di tre capitoli (1,1-3,24), che contengono sei dialoghi, presentati in forma di controversie tra Dio e il popolo. L’obiettivo dello scritto è indurre il popolo a fare verità sulla propria vita, rifuggendo dalle ipocrisie che giustificano il comportamento corrotto. In termini concreti, è come se Malachia dicesse: “giù le maschere”. È tempo di dirsi e di fare la verità sulla propria vita. Capita, infatti, che l’ipocrisia si presenti come verità.
Il libro è articolato in tre parti: –
Il Signore ha scelto Israele (1,1-5). –
I sacerdoti infedeli e il culto autentico (1,6–2,16). –
Il messaggero e il giudizio finale nel giorno del Signore (2,17–3,24).
Ogni controversia si sviluppa in quattro momenti che conducono il popolo a un serio esame di coscienza nei confronti della Torah. Si tratta di un confronto comunitario che inizia con l’osservazione da parte di Dio di una situazione reale, cui segue un’obiezione del popolo e una controrisposta di Dio, per un discernimento comunitario.
Ecco un esempio dal capitolo primo:
1. Accusa di Dio: «Vi ho amati, dice il Signore» (1,2a).
2. Risposta del popolo: «E voi dite: “Come ci hai amati?”» (1,2b).
3. Controrisposta di Dio: «Non era forse Esaù fratello di Giacobbe? Oracolo del Signore. Eppure ho amato Giacobbe...» (1,2c-4).
4. Conseguenza: «I vostri occhi lo vedranno e voi direte: “Grande è il Signore anche al di là dei confini d’Israele”» (1,5).
L’apostolo Paolo cita questo testo nella Lettera ai Romani (9,13) per mostrare la libertà di Dio che, superando le tradizioni tribali, affida la primogenitura e la benedizione a Giacobbe e non a Esaù.

Temi centrali del libro

a) Fedeltà all’alleanza: Dio non sopporta il culto ipocrita e le guide religiose corrotte.
b) Speranza escatologica: il giorno del Signore verrà come fuoco purificatore, che salva.
c) Universalismo inatteso: «dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni» (1,11). Dio non si lascia imprigionare dai confini di Israele.
d) Memoria e attesa piena di speranza: ricordare la Legge di Mosè, attendere Elia che condurrà il popolo a conversione (figura che si compirà in Giovanni Battista).

Una profezia che apre alla speranza

La comunità postesilica è afflitta da povertà, ingiustizie sociali e ostilità da parte delle popolazioni vicine. Si aggiunge lo sconforto per la mancata realizzazione delle profezie, che promettevano una “vita paradisiaca”. Gli oracoli di Zaccaria e Aggeo, che avevano incoraggiato a costruire il secondo Tempio e promesso una restaurazione religiosa, non si sono realizzati. Il nuovo Tempio non aveva lo splendore di quello di Salomone, il territorio di Giuda era una provincia di periferia, ai margini delle numerose provincie persiane. La morte di Zorobabele, ritenuto il Servo/Messia, mise fine alla sua attesa. La crisi spirituale complessa del popolo, per certi aspetti richiama il nostro tempo, che sembra aver eclissato dal suo orizzonte esistenziale le radici cristiane della sua cultura. Non possiamo accusare Dio dei problemi che ci sommergono, dice il profeta, siamo noi che riduciamo la fede a formalità. La vera fedeltà passa per la giustizia, la coerenza e la memoria viva della sua Parola. Malachia, come ai suoi uditori, anche a noi dice: «Sta per venire un giorno ardente come un forno, che brucerà tutto, né radici, né rami resisteranno» (3,19). È tutto finito?

Dalle ceneri un nuovo inizio

La tradizione ebraica sostiene che con la morte di Aggeo, Zaccaria e Malachia, la profezia biblica scompare. In realtà, dopo 400 anni, apparirà Giovanni Battista la cui voce si leverà quale profeta, messaggero e precursore del Messia.
Malachia, senza entrare nei particolari, preconizza un’età nuova. A nome di Dio, annuncia che un inviato preparerà la venuta dell’angelo dell’alleanza. Il Nuovo Testamento in questo messaggero riconosce Giovanni Battista (Mt 3,1; 11,10; 17,9-13; Mc 1,3; Lc 7,27). Questo tempo messianico vedrà realizzarsi l’ordine cultuale (Ml 3,4) e morale (Ml 3,5) che era scomparso, ma si realizzerà in modo nuovo. Il culto culminerà nel sacrificio perfetto offerto a Dio non solo dal popolo ebraico ma, in maniera inattesa, da tutte le nazioni: «Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni» (Ml 1,11). Affermazione pesante e, per la gente che lo udiva, scandalosa. Sembra, infatti, dire: meglio il culto che mi offrono i pagani i quali riconoscono che io sono il Signore piuttosto di quello ipocrita esercitato nel Tempio da chi si ritiene mio fedele!
Il libro si chiude con sintesi biblica eccezionale che richiama al valore della “Memoria” della Legge data da Dio a Mosè e alla speranza del ritorno del profeta Elia che, finalmente, ricondurrà il popolo a Dio, chiamando tutti a conversione (Mal 3,22-24). Importante in questa conclusione l’esortazione a “tenere a mente”, cioè a “ricordare”, la Legge di Mosè e ad attendere il profeta Elia che preparerà la visita di Dio in mezzo al popolo. La “memoria” fa vivere il tempo come Kairos, storia sacra, per la quale riconoscendo le continue azioni di salvezza di Dio, cioè la sua visita, camminiamo in continua conversione.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Leggi i tre capitoli del libro in particolare: 1,2; 1,6-7; 1,12-14; 2,17; 3,7-8; 3,13 e domandati: anche io, oggi, invece di riconoscere le mie incoerenze, che provocano disagio in me e nell’ambiente dove vivo “accuso Dio” per le conseguenze negative che si creano?

2) Che cosa provoca in me la franchezza del dialogo tra Dio e il popolo, senza frasi edulcorate, ma domande dure e risposte severe da parte di Dio che fa verità?

3) Le persone cui Malachia si rivolge pensano di dire la verità ma non la fanno. Che differenza vedo tra “dire la verità” a “fare la verità”? (cfr. Gv 3,21).

Suor Filippa Castronovo, fsp