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I NOSTRI DEFUNTI

 




Il Primo Maestro ci esorta a orientare i nostri pensieri al Paradiso e a soccorrere coloro che sono già passati all’eternità, in particolare così si esprime: «… amiamo in modo speciale coloro che non possono più aiutarsi da sé: le anime del Purgatorio; le quali, mentre pregano per quelli che sono rimasti sulla terra a combattere e li assistono nella lotta, attendono da noi il soccorso che a noi è possibile mandare» (Alberione, Per un rinnovamento spirituale, pp. 537-541).

Dopo il gaudio della Dedicazione della chiesa Regina Apostolorum, il nostro pensiero si rivolge a quelli tra i nostri fratelli, tra le nostre sorelle che sono già passati all’eternità. Noi amiamo di vederli spiritualmente lassù fra gli Angeli. Il pensiero del Paradiso deve essere il pensiero dominante. È il pensiero che orienta la vita: pellegrini su questa terra, indirizzati verso il cielo. Perciò, essendo il pensiero dominante della vita per tutti quelli che realmente vogliono santificarsi, si è voluto che nelle due cupole fosse rappresentato il gaudio di coloro che sono passati all’eternità, e il gaudio degli Angeli, ai quali dovremo un giorno unirci. I nove cori angelici raffigurati rappresentano anche le nove virtù la pratica delle quali ci rende degni di essere ammessi un giorno in Paradiso con loro. Ogni volta che alziamo lo sguardo in alto, non è solo per ammirare un’opera d’arte [ndr.: si riferisce vasto affresco delle cupole e dei pennacchi sottostanti: capolavoro di un artista affermato quale fu A. Giuseppe Santagata (Genova 1888-1985)]; è per sollevare il nostro pensiero e prevenire, in una certa maniera, la gioia che proveremo un giorno, quando entreremo lassù in Paradiso. È un atto di fede: «Credo vitam æternam» [«Credo la vita eterna», dal Simbolo apostolico]. È un orientamento: voglio risolutamente camminare per la via della santità, del Paradiso. È un atto di desiderio: «andrò a vederla un dì»; «cupio dissolvi et esse cum Christo» [Cf. Fil 1,23: «Desidero di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo»]. Ed è insieme un incitamento: “voglio” e voglio “fermamente”; non come persone che sono sempre indecise, che vogliono al momento della Comunione e non vogliono più dopo colazione. Decisi verso il cielo: ogni parola, ogni azione, ogni momento. Tesi verso il Paradiso. E fra i desideri nostri, questo: che anche coloro che hanno già lasciato e hanno chiuso il terrestre pellegrinaggio, siano ammessi al più presto alla visione, alla pace dei giusti, all’eterno riposo. Dobbiamo però notare: la Chiesa ora è come divisa in tre parti: la Chiesa militante,

la Chiesa purgante la Chiesa trionfante. L’ultimo arrivo è alla Chiesa trionfante; ma sulla terra siamo militanti e occorre che militiamo bene. «Non coronatur nisi qui legitime certaverit»: non sarà coronato se non colui che avrà combattuto rettamente [cf. 2Tm 2,5], coraggiosamente, poiché il regno di Dio si acquista con la forza, cioè col coraggio. Persone decise! «Regnum Dei vim patitur, violenti rapiunt illud» [“Il regno di Dio soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono”] (Mt 11,12). E affrettiamoci per due cose: 1) soccorrere quelli che sono già passati all’eternità, semmai avessero bisogno dei nostri suffragi, e 2) pensare a noi medesimi. La Congregazione, piccola parte della Chiesa, come la Chiesa può avere delle persone che ancora militano sulla terra, come siamo noi; e può avere delle persone che si trovano in stato di purificazione, per l’ultima preparazione all’ingresso in cielo; e intanto siamo persuasi che fratelli e sorelle sono già alla contemplazione beatifica, innanzi alla SS. Trinità assieme a Maria, a S. Paolo. Nonostante la buona volontà, finché siamo sulla terra andiamo soggetti a molti difetti, imperfezioni. Per entrare in Paradiso occorre che l’anima sia totalmente monda, cioè abbia soddisfatto la pena per i peccati commessi; che sia totalmente distaccata dalle cose della terra e viva in fervore, e con tale purezza da meritare di essere ammessa fra i bianchissimi Angeli, tra i Martiri e gli Apostoli, i Confessori, i Vergini. Ora dobbiamo dire che non sempre si esce dalla terra così macchiati da meritare l’inferno, e non così puri da essere ammessi immediatamente al cielo. Perciò la misericordia di Dio ha stabilito un luogo, uno stato ove l’anima possa purificarsi. Essa è certa del cielo, della salvezza, ma pure tormentata dal desiderio stesso, dall’amore stesso che porta a Dio, a cui vorrebbe unirsi, che vorrebbe contemplare, che vorrebbe vedere. A queste anime che si trovano là sofferenti, tese verso Dio, che sentono da una parte una spinta al cielo e dall’altra parte sono trattenute con mano ferma dalla giustizia di Dio, possiamo applicare le parole di Giobbe: «Miseremini mei, miseremini mei, saltem vos amici mei» [Gb 19,21: «Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici»]. I fratelli, le sorelle, i cooperatori passati all’eternità, li raccogliamo tutti nel nostro cuore e il Sacerdote che celebrerà la Messa per essi li metterà tutti nel calice.
Suffraghiamo i defunti. La Congregazione, mentre viviamo sulla terra, è un aiuto vicendevole per la santificazione. Ma quando qualcuno passa all’eternità, i suffragi gli sono assicurati. L’unione non si rompe, ma si perfeziona. Amiamoci! Amiamo! E amiamo in modo speciale coloro che non possono più aiutarsi da sé: le anime del Purgatorio; le quali, mentre pregano per quelli che sono rimasti sulla terra a combattere e li assistono nella lotta, attendono da noi il soccorso che a noi è possibile mandare. Se il Signore, per la giustizia, ha dovuto fermare quelle anime nel carcere del Purgatorio, per la sua misericordia ha dato, per così dire, a noi le chiavi di questo carcere. E chi ha buon cuore, certamente non sarà sordo ai gemiti e alle invocazioni che di là arrivano fino a noi. Intanto occorre che noi pensiamo ai fratelli che sono partiti dalla terra e son sepolti in tanti luoghi. Voglio ricordare solo due Sacerdoti: l’uno sepolto nella Cina e l’altro sepolto nel Cile [ndr.: D. Vittorio Bonelli (Benevello CN 1917 - Nanchino 1948) e D. Giuseppe Costa (Castellinaldo CN 1919 - Santiago 1949)]. Sono partiti, ma ci hanno lasciato anche dei buoni esempi. Quante volte penso: leggiamo spesso vite di Santi e ammiriamo i loro esempi, degnissimi di essere imitati. Ma non facciamo torto a noi stessi e alla famiglia religiosa! Sacerdoti, Discepoli, Suore sono passati all’eternità, dopo averci lasciato tali esempi che non sappiamo alle volte abbastanza apprezzare: esempi di pietà, esempi di apostolato, esempi di vita religiosa ben vissuta nella povertà, nella castità, nella obbedienza. La Congregazione è tutta un’attività. Quelli che la guardano all’esterno, la confondono con un’attività quasi industriale, o commerciale.
Ma è tutto un fuoco che sta nel cuore della nostra Congregazione! E quando il fuoco è ben acceso, quando il motore è forte, allora si spiega l’attività. L’azione dall’orazione. Non abbiamo ancor capito del tutto, o forse meditiamo poco, il cumulo di meriti specialissimi che può farsi, nella vita religiosa paolina, colui che corrisponde alla sua vocazione. Corrispondendo alla sua vocazione santamente, è certo della salvezza; non solo, ma è certo di raggiungere un grande grado di gloria in Paradiso. Non è il caso di fare dei paragoni o d’insistere su certi punti: sono cose che conviene meditare, quando la Famiglia Paolina è tutta raccolta e sola. Il cumulo di meriti che va acquistando, i tesori di cielo che va guadagnando chi nella Famiglia Paolina corrisponde bene, con perseveranza alla sua vocazione, è tale che solo nel momento dell’ingresso in cielo potremo apprezzare come merita. Allora ci stupiremo: «Non credevamo, non pensavamo! ... ». Esempi quindi dei fratelli, esempi delle sorelle che ci hanno lasciato e che di lassù, per la Comunione dei Santi, continuano ad aiutarci. Bello è il dogma della Comunione dei Santi in generale, ma è anche bello il ricordare questo dogma pensando alla circolazione di vita, di meriti e di aiuti che la Famiglia Paolina, presa interamente, può vicendevolmente darsi.
È tutta una circolazione di soprannaturalità. Occorre però che siano unite le menti, i cuori e le volontà. La preoccupazione del Maestro Divino, quando stava per lasciare la terra, cioè per chiudere la sua giornata terrena, qual era? «Ut sint unum»: che siano una cosa sola [Gv 17,11]. Quattro volte lo ripete prima di iniziare la sua agonia nel Getsemani, in quella preghiera che noi chiamiamo “Oratio Christi”. Questa unione che è carità, questa unione di intendimenti, di pensieri, che si verifica nell’obbedienza e nella carità insieme, quanto ci eleva, e quanto arricchisce l’anima nostra! Forse bisogna insistere di più su quel punto delle Costituzioni: santificarsi, attendere alla perfezione mediante i voti di purezza, di obbedienza e di povertà. Sì, ma è detto anche: «nella vita comune», uniformando la nostra vita alle Costituzioni. Sono i meriti propri nostri: quelli per cui abbiamo lasciato altre strade, abbiamo lasciato il mondo; i meriti nostri speciali: poiché era possibile vivere religiosamente anche nel mondo, ma non era possibile acquistare quei meriti che sono propri della vita religiosa, e gli altri che sono propri della vita paolina: dare la dottrina di Gesù Cristo con i mezzi che il progresso ci procura.
E abbiamo anche da ricordare: quante anime saranno in Purgatorio per causa della stampa, o del cinema, o della radio, o della televisione. Redattori, tecnici, uditori, lettori. Chi può numerarli? Quando si sa che, per esempio, stanotte milioni e milioni di fogli, di giornali sono usciti dalle potenti rotative e che proprio adesso, in quest’ora, vengono acquistati e letti con avidità? Vi è il bene, vi è il meno male e vi è il male. Soccorriamo tutti quelli che si trovano in Purgatorio per queste ragioni. Poi consideriamo il nostro apostolato come una riparazione ai peccati commessi. Lo studio, il lavoro spirituale interno, l’apostolato, la pratica della povertà, la pratica della vita religiosa, quotidianamente cancelleranno il Purgatorio per loro. Si ha qui, nella vita religiosa e nella vita paolina, ogni mezzo. È vero che la Congregazione provvede ai suffragi per noi dopo morte, ma è meglio non andare in Purgatorio, che aspettare di venir liberati; poiché non è conveniente cadere nel pozzo con la speranza che qualcheduno ci venga in aiuto. Siamo saggi anche per noi, mentre siamo pii e caritatevoli per i fratelli e per le sorelle! Chiediamo [loro, in cambio del nostro] aiuto, che ci ottengano questa grazia: di essere veramente religiosi osservanti. Ora cantare il De profundis (Sal 130/129: «Dal profondo a te grido, o Signore») con grande pietà.

Beato Giacomo Alberione