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LA VIOLENZA È L’UNICO MODO
PER COMUNICARE?
Riflessioni per un tempo da disarmare
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«L’uomo è un essere che deve comunicare, e spesso comunica nel modo peggiore» (Hannah Arendt, La condizione umana, 1958). 1. Il silenzio ferito della parola Ogni tempo porta con sé il proprio modo di dire e di tacere. Il nostro, forse, è il tempo in cui la parola è diventata rumore, e il silenzio è percepito come assenza. Eppure, è nel silenzio che la parola nasce e si purifica. «La violenza – scriveva Simone Weil – è ciò che fa della persona una cosa» (Simone Weil, La prima radice, 1943). Quando non sappiamo più parlare da persona a persona, da volto a volto, da cuore a cuore, la comunicazione si trasforma in scontro. La violenza non è un linguaggio in sé, ma il segno di una parola spezzata. È il grido di chi non trova ascolto, il gesto di chi non sa più dire. Per questo il Vangelo comincia così: «In principio era il Verbo» (Gv 1,1). La Parola è principio, origine e destino. In essa tutto trova senso e relazione. Quando la parola viene ferita, anche la comunione si incrina. 2. La ferita dell’incomunicabilità Siamo creature di parola, eppure spesso non ci comprendiamo. Forse perché cerchiamo di affermare noi stessi invece di offrirci. Martin Buber ricordava che «l’uomo diventa Io nel Tu» (Martin Buber, Il principio dialogico, 1923). Ogni comunicazione autentica è incontro, non conquista; è relazione, non possesso. Ma la logica del mondo – quella della forza e della difesa – spesso prevale sulla logica del dono. Allora anche il dialogo si arma, e la violenza entra nel linguaggio, nella politica, nella famiglia, |
persino nella Chiesa. Eppure, la vera comunicazione non nasce dal bisogno di dire, ma dal desiderio di amare. Gesù è la Parola che non alza la voce. «Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42,3). La sua comunicazione è tutta mitezza: gesti che parlano, silenzi che sanno ascoltare, sguardi che comprendono. Sulla croce, il Verbo tace, ma quel silenzio è la parola più alta che Dio rivolge al mondo. È il linguaggio del dono totale, del perdono che libera, dell’amore che non risponde al male con il male. Così, la violenza umana diventa luogo della rivelazione divina: lì dove tutto sembra fallire, Dio parla la lingua della misericordia. 4. Disarmare il cuore René Girard vedeva nella violenza la radice nascosta della cultura, il riflesso di un desiderio che diventa rivalità (René Girard, La violenza e il sacro, 1972). Ma il Vangelo mostra che il desiderio può essere purificato: non più possesso, ma comunione. 5. L’Annunziatina, donna di parola e di ascolto L’Annunziatina, laica consacrata, vive nel mondo ma non appartiene alle sue logiche di dominio. La sua missione è essere presenza di comunione, linguaggio vivente di Dio nel quotidiano. Nel suo lavoro, nelle relazioni, nel servizio silenzioso, è chiamata a parlare la lingua dell’amore che non urla. È donna che ascolta, che accoglie, che traduce la Parola nel gesto e nella tenerezza. Il suo modo di comunicare è eucaristico: offrire se stessa perché l’altro viva, trasformare il pane della vita quotidiana in comunione. 6. Educarsi alla parola pacificata Papa Francesco ci ha invitato a una “cultura dell’incontro”, che non è semplice tolleranza, ma disponibilità a lasciarsi ferire dall’altro (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 220). 7. La risposta del Vangelo Alla domanda “La violenza è l’unico modo per comunicare?”, il Vangelo risponde con una vita: quella di Cristo. La Sua parola non ferisce, ma guarisce; non conquista, ma chiama; non impone, ma invita. La violenza comunica la paura. L’amore comunica Dio. E Dio – misteriosamente – continua a comunicarsi nel modo più disarmato che esista: un frammento di pane, una parola di pace, una presenza che non si impone ma rimane. Forse allora la vera comunicazione è questa: lasciarsi dire da Dio, per poter dire Dio con la vita. don Guido Colombo, ssp |