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IMPARIAMO
IL LAVORO VOCAZIONALE

 




In occasione della “Mostra delle Vocazioni” ad Alessandria nel 1962, il Primo Maestro nella sua relazione ammoniva: «Vogliamo corrispondere meglio ancora alla nostra vocazione? Chi lavora per le vocazioni riceve le grazie di Dio per vivere meglio la propria vocazione» (Alle Apostoline 1962, pp. 102-113).

Non vengo per insegnare a voi, ma piuttosto son venuto per imparare e studiare come risolvere il grande e più necessario e più attuale problema […]. Da parte nostra, mercoledì scorso mi han scritto a Roma: “Qui ad Alessandria mi ha fatto ottima impressione il sentire con quanta serietà e capillarità è stata condotta la preparazione spirituale sul piano parrocchiale, in ordine alla presente Mostra”. Problema vocazionario: qui si parla del reclutamento delle vocazioni; la formazione poi delle vocazioni è da trattarsi in altra sede.
Impariamo dal vescovo [il domenicano Giuseppe Pietro Gagnor (Frassinere, 18 ottobre 1884 - Roma, 4 novembre 1964), missionario in Turchia, Grecia e Georgia tra il 1913 e il 1929], primo punto. È stata organizzata un’Associazione dal titolo Pia unione di preghiere, sofferenze e opere di carità per tutte le vocazioni [Questa Pia Unione ebbe il riconoscimento pontificio in Unione Primaria con il Breve di Giovanni XXIII Alumni Sacrorum del 19 febbraio 1963, ma il Primo Maestro vi aveva dato già vita]. Ciò significa: vocazioni per il clero diocesano, per la vita religiosa maschile e femminile, per le missioni, per gli Istituti Secolari. Nel suo zelo, appena sua eccellenza il vescovo è venuta a conoscenza di questa Associazione, ha voluto erigerla qui in Diocesi, Alessandria. [...] Ora, l’unione con il vescovo significa cooperare con il vescovo; con il vescovo il quale si prende così a cuore il problema vocazionario.
Secondo. Impariamo da Gesù Cristo.
Gesù è il Maestro in tutto, anche nel campo vocazionario.

Egli ha messo il lavoro vocazionario in primo luogo. Apostoli significa testimoni di quanto avrebbero veduto e sentito da Gesù: «Eritis mihi testes usque ad ultimum terrae» [«Di me sarete testimoni ... fino ai confini della terra» (cfr. At 1,8)]. Poi Gesù si manifestò. San Giovanni prosegue: “Tre giorni dopo, partecipando con la madre e con questi primi apostoli alle nozze di Cana, egli, Gesù, si manifestò”. Il testo dice: “Gesù fece il primo dei suoi miracoli in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e così i discepoli credettero in lui» [cfr. Gv 2,1-11]. Prima cercare le vocazioni, prima di iniziare il ministero. Nel ministero pubblico, Gesù predicò alle turbe il Vangelo e compì la redenzione, ma la maggiore e miglior parte del suo tempo fu impegnata dal suo seminario, nel suo seminario, con i suoi dodici seminaristi. Li aveva eletti «ut essent cum illo» [cfr. Mc 3,14], perché stessero con lui, perché fossero testimoni di quanto faceva e sentissero quanto insegnava. Dovevano ripetere «quaecumque dixi vobis: eritis mihi testes» [«Ciò che vi ho detto: di me sarete testimoni» (cfr. Gv 16,4; At 1,8)]. Per essi Gesù tanto faticò, spiegò i passi difficili, li corresse, sofferse: «Vadam immolari pro vobis» [«Vado ad essere sacrificato per voi» e per compiere la loro formazione, inviò dal cielo lo Spirito Santo.
Si legge in san Marco: «Gesù, passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, suo fratello, che gettavano le reti in mare, perché erano pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro di me, io vi farò pescatori di uomini”. Ed essi, abbandonate le reti, lo seguirono. Andato più avanti vide Giacomo, figlio di Zebedeo, con Giovanni suo fratello, che stavano anch’essi in barca rassettando le reti. Egli subito li chiamò ed essi, lasciato il padre Zebedeo nella barca con i garzoni, lo seguirono» [Mc 1,16-20; cfr. Mt 4,18-22]. «Poi Gesù trovò Filippo e gli disse: “Seguimi”, e Filippo lo seguì; poi chiamò Natanaele, che rimase sorpreso, ma assicurato, rispose: “Maestro, tu sei il Figlio di Dio!”, e lo seguì» [cfr. Gv 1,43-49]. La settimana delle vocazioni è ordinata esclusivamente a questo reclutamento. Impariamo poi dalla Chiesa. Il Papa Giovanni XXIII, in uno dei suoi primi documenti scrive: “Confidiamo che anche ai nostri giorni i giovani, non meno che in tempi passati, rispondano generosamente alla voce del Maestro divino che li chiama”.
La Chiesa cura i bisogni particolari ed i bisogni generali, cioè quelli delle singole diocesi e quelli della Santa Sede. Che le diocesi abbiano un clero sufficiente di numero e ben formato spiritualmente ed intellettualmente; e che, nel medesimo tempo, il Papa, il vescovo universale, possa disporre di un clero a sua diretta dipendenza per le opere di carattere generale, come le missioni, gli studi superiori, organizzazioni varie a carattere internazionale – che sono tante! – e supplire, in alcune regioni, alla scarsità del clero diocesano. Ad esempio il Papa, nella sua diocesi, tra le circa duecento parrocchie, per quasi due terzi di esse ha chiamato il clero religioso.
Perciò Pio XII ha istituito due Opere Pontificie e collaterali: una per il clero diocesano e l’altra per le vocazioni religiose. La prima, per il clero diocesano, porta il titolo Opera Pontificia per le Vocazioni Ecclesiastiche; è del novembre 1941, “con il fine di custodire, incoraggiare, aiutare le vocazioni sacerdotali”. Ha sede presso la Sacra Congregazione dei Seminari ed Università degli Studi. E l’Opera è consecrata a Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, e sotto la protezione della Regina degli Apostoli. La seconda: Opera Pontificia delle Vocazioni Religiose è del 1955, con la seguente motivazione: “Suscitare, difendere le vocazioni religiose, tanto le vocazioni maschili quanto le femminili, compresi gli Istituti Secolari”. Al Decreto di erezione segue un lungo elenco delle indulgenze. È consecrata alla Sacra Famiglia, modello delle famiglie religiose; e la sede centrale è presso la Congregazione dei Religiosi.

Dare alla Chiesa ciò che abbiamo ricevuto: la vocazione.

Pio XI, a proposito di un simile resoconto, e cioè del resoconto che è stato pubblicato in ordine alle vocazioni del 1961, direbbe: “È comune dire che le cifre sono fredde, ma qui bisogna riconoscere che i numeri coprono la più bella e santa poesia: contano il lavoro, la preghiera, i sacrifici, le sante industrie del clero, dei religiosi, delle religiose... poesia che già in gran parte si canta in stupenda armonia in cielo”. Conseguenza: amiamo il prossimo come noi stessi? E significa allora volere al prossimo i beni che vogliamo per noi, la salvezza a tutti... ed aiutare le vocazioni come noi fummo aiutati. Vogliamo la gloria di Dio? Facciamo dei sacerdoti e dei religiosi che attuano il “sia santificato il nome tuo” e che ne estendano il regno, il regno di Dio, e che compiano la volontà di Dio [cfr. Mt 6,9-10]. Vogliamo corrispondere meglio ancora alla nostra vocazione? Chi lavora per le vocazioni riceve le grazie di Dio per vivere meglio la propria vocazione. E vogliamo un minimo impegno per l’apostolato vocazionario? Sia quello suggerito alla conclusione di un Congresso per le vocazioni: che ogni sacerdote lasci dietro di sé due sacerdoti, due missionari, due suore!

Le vie della vocazione.

Entriamo qui nell’intimità spirituale e psicologica. La vocazione è la volontà di Dio che ab aeterno indirizza un’anima che esce dalle sue mani creatrici. Egli, Creatore, infonde qualità, attitudini, carattere conforme alla via da lui segnata per ognuno; poi nel Battesimo lo Spirito Santo le eleva queste qualità e le conforta con la sua grazia. Nella Cresima già si delinea la preferenza per la vita contemplativa o attiva o mista. Qualche volta prestissimo anche nella prima Comunione, Confessione e nella Cresima l’invito divino si fa sentire a cuori puri, quelli di cui Gesù diceva: “Lasciate che i piccoli vengano a me!” [cfr. Mt 19,14]. Ci vuole in noi sacerdoti un cuore simile al Cuore di Gesù per capirli... Ma le piante delicate crescono in clima proprio, riservato; in clima ed atmosfera inadatta, il seme divino cade sulla strada o in terreno pietroso o seminato di spine, e non produce frutto. Piante tropicali muoiono in clima freddo. Il clima del fanciullo è costituito dall’ambiente familiare, dall’ambiente parrocchiale, dall’ambiente sociale, in ordine alle vocazioni.
Ambiente familiare. Curare la famiglia: buoni padri, buone madri. Dice a proposito Pio XI: “Il primo e più importante giardino dove devono quasi spontaneamente germinare e sbocciare i fiori del santuario, è sempre la famiglia veramente e profondamente cristiana. La maggior parte dei santi vescovi e santi sacerdoti, di cui la Chiesa celebra le lodi, devono l’inizio della loro vocazione e della loro santità agli esempi ed insegnamenti di un padre pieno di fede e ricco di virtù, e di una madre pia e casta, di una famiglia dove regnano l’amore e il timore di Dio”.
Vi sono parrocchie in cui i fidanzati sono preparati al matrimonio con un triduo di Esercizi Spirituali, nei quali si suggerisce anche di chiedere al Signore che conceda alla famiglia che sta per formarsi la grazia di avere un figlio, una figlia con il dono della vocazione. Ambiente parrocchiale. Tra parrocchia e parrocchia vi è tanta diversità per la cura o non cura dei fanciulli e della gioventù maschile e femminile. Necessità in primissimo luogo: catechismi ben organizzati, come si ha in molte parrocchie, con catechisti preparati, con oratori e locali appositi, con Comunioni frequenti e quotidiane, con meditazioni adatte, brevi Esercizi Spirituali, ritiri... promuovere la vita di grazia, la conoscenza della liturgia, la divozione a Maria, eccetera. [...] Da notare: le necessità odierne vogliono una più ampia cultura religiosa, catechistica, teologica ai padri e madri di famiglia: che sentano la Chiesa come società a cui tutti contribuire! Il sacerdozio e lo stato religioso nelle rispettive funzioni: che conoscano l’onore ed il merito di dare del loro sangue a Dio, la sicurezza di chi prega per i defunti della famiglia... genitori che lasciano un figlio, una figlia consecrati a Dio.
Vi sono testi di catechismi e molti libri sopra la vocazione. Le difficoltà sono enormi. Qualche ombra di scoraggiamento tenta di coprire lo Spirito, ma chi prega e ama, allora si spende e sovraspende e qualche cosa ottiene... se non fosse altro il sicuro merito dinanzi a Dio; ed è quello che più conta. Terzo: l’ambiente sociale. La scuola, i divertimenti, i posti di lavoro, l’impiego del tempo libero, i compagni, eccetera, formano questo ambiente. Qui il sacerdote ha spesso, molte volte, un’azione limitata. Allora arrivi fino là dove riesce ad entrare, anche sforzandone alquanto la porta... Potrà almeno il sacerdote, con un’azione contraria, rimediare al veleno che altrove alla gioventù è stato somministrato. Perché arrendersi, si direbbe, come con un fatalismo, ed assistere alla gioventù che diserta la parrocchia? Opporre bene al male: i mezzi del mondo, ma sani. Le geremiadi sui tempi passati non servono: dobbiamo salvare non gli uomini di ieri, che già sono arrivati a destinazione, ma salvare gli uomini di oggi.
Servirsi abilmente dei laici: membri delle istituzioni secolari, di Azione Cattolica; servirsi della donna, specialmente delle madri; dei maestri per sanare gli ambienti, quando è possibile. La pastorale, che prima si affacciò timidamente alle porte d’Italia, oggi ha l’ingresso libero, anzi obbligato! Non temiamo di imparare da altre nazioni! E confessiamolo innanzi a Dio: siamo un po’ ritardatari noi. Non pronti a piangere che l’ovile sia svuotato, ma a pregare e operare secondo la fede, che crea un sano ottimismo. Mezzi per il reclutamento delle vocazioni, sono tanti. Ma il mezzo dei mezzi è formarsi una coscienza vocazionaria, illuminata, profonda, che poi passi alle opere.
E la via regale? La preghiera e la sofferenza: sono i mezzi possibili a tutti, voluti da Dio, utilizzati dai santi. Il cardinal Schuster diceva: “Le più belle vocazioni vengono dal cielo”.
Il richiamo divino è: “La messe è molta, gli operai pochi: pregate il padrone della messe che mandi mietitori” [cfr. Mt 9,37-38; Lc 10,2]. E altrove: “Alzate lo sguardo: le messi biondeggiano!” [Gv 4,35].
Vi sono attualmente [nel 1962] sulla terra due miliardi ottocentocinquanta milioni di uomini, e la popolazione cresce ogni anno di quarantatré milioni di unità: così si arriva presto a tre miliardi fra pochi anni, se l’andamento sarà normale. Per avere un sacerdote su ogni mille persone, ne occorrerebbero tre milioni, di sacerdoti; e per avere tre suore, ne occorrerebbero nove milioni, per aver tre suore ogni mille uomini. Invece i sacerdoti, fra diocesani e religiosi, sono meno di cinquecentomila, le suore qualche cosa di più di un milione e cinquecentomila.
In Italia vi sono centocinquantacinquemila suore, tre volte il numero dei sacerdoti; di esse, però, un ventimila sono claustrali, oranti; le altre per opere caritative, sociali, religiose... eppure non bastano! [...] Tra i mezzi: organizzare le preghiere, la sofferenza e le opere di carità nelle diocesi e nelle parrocchie a favore delle vocazioni; tra anime pie, ospedali, ricoveri, militanti, eccetera... Ore di adorazione il giovedì o venerdì: questo o mensilmente o settimanalmente; celebrazione di Messe con partecipazione dei fedeli; giornate di preghiere o crociate di preghiere; illustrare e celebrare le Quattro Tempora con qualche particolare funzione; scelta di piccole mortificazioni e sacrifici: le migliori riuscite sono generalmente quelle che sono costate di più a noi. [...]
Sia lodato Gesù Cristo.

Beato Giacomo Alberione