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Quanto bisogno abbiamo, in questo momento storico che siamo chiamati a vivere, di silenzio e di parola. Non di un silenzio qualsiasi, ma di quello che lascia tempo allo sguardo, al pensiero, allo stupore. Non di una parola qualsiasi, ma di quella che sa intrecciare fili di fraternità. Ci sono infatti anche silenzi che dicono rifiuto, sottrazione alla propria responsabilità e odio, come ci sono parole irrispettose, menzognere e violente. Dunque è necessario imparare a tacere e a parlare. A partire dal silenzio Adriano Patti, magistrato dal 1985 e componente della Corte di Cassazione, da anni impegnato nell’educazione alla legalità, nel libro “Dal silenzio alla parola”, pubblicato presso Edizioni Qiqajon, traccia un percorso in cui la Parola di Dio si intreccia con la saggezza espressa da uomini e donne di diverse generazioni e differenti contesti. Una parola che si fa presenza nel sociale e ha il coraggio di aprire strade nuove, innanzitutto nelle coscienze. Come la consegna della parola in quanto strumento di emancipazione della persona, esercitato da don Lorenzo Milani nella sua Scuola di Barbiana.
Egli si è adoperato «per dare la parola ai poveri perché diventassero più liberi e più eguali, per difendersi meglio e gestire da sovrani la loro vita». Come la presa di coscienza della responsabilità della parola di Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante e teologo impegnato attivamente nella resistenza al nazismo: «Dal punto di vista di Cristo questa vita costituisce ora la mia vocazione, dal mio punto di vista la mia responsabilità». Perché nessuno può parlare al nostro posto, nessuno può venire al nostro fianco e tenerci la mano. Da queste e da altre esperienze, potremmo trarre spunti utili per avere il coraggio di prendere la parola, pronti a darla a chi la chiede e a trasmetterla alle nuove generazioni, sempre attenti e sempre alla ricerca costante della “parola di giustizia”.
Rosaria G. |