accanto alla croce, la ripensa sulla scia dei ricordi di Nazaret, di Cana, di Gerusalemme; forse rivive i momenti del transito di Giuseppe, e poi del suo distacco da lei, e della solitudine nella quale è vissuta negli ultimi anni, una solitudine che ora sta per accentuarsi. Maria, a sua volta, considera tutte le cose che per anni e anni “ha conservato nel suo cuore” (cfr. Lc 2,19.51), e adesso più che mai le comprende
in ordine alla croce. Il dolore e la fede si fondono nella sua anima. Ed ecco, ad un tratto s’avvede che dall’alto della croce Gesù la guarda e le parla» (Udienza, 23 novembre 1988).
Donna, ecco tuo figlio. Gesù non la chiama con l’appellativo madre ma le parla in modo solenne con poche parole essenziali, “proprie di una formula quasi sacramentale”. Il tono e il momento cruciale, dall’alto della croce poco prima della morte, fa comprendere come quell’affidamento della madre al discepolo faccia parte dell’opera redentrice a cui Maria coopera.
«Gesù – continua il papa – sente di dover coinvolgere sua madre non solo nella propria oblazione al Padre, ma anche nella donazione di sé agli uomini; e Maria, a sua volta, è in perfetta sintonia con il Figlio in quell’atto di oblazione e donazione, come un prolungamento del “fiat” dell’annunciazione». La parola chiave è il termine madre ripetuto ben cinque volte in soli tre versetti. La Vergine che ha generato il Figlio di Dio è ora associata alla nascita della nuova famiglia di Dio che è la Chiesa.
L’appellativo “donna” ricorda la presenza di Maria alle nozze di Cana. I due episodi si richiamano a vicenda. In entrambi Maria non è chiamata con il proprio nome, come fanno spesso i sinottici, ma come la madre di Gesù perché – ci fa capire Giovanni – tutta la sua grandezza e dignità deriva dell’esser la madre del Figlio di Dio. C’è il tema dell’Ora, non ancora giunta a Cana, nel pieno compimento sul Calvario. Anche il dato cronologico “il terzo giorno” (Gv 2,1), che si riferisce certamente all’episodio precedente, è però un’evidente allusione alla resurrezione. A Cana, Maria è la mediatrice della rivelazione di Gesù provocando il primo “segno” che rivela la sua gloria e suscita la fede dei discepoli.
Ricordiamo inoltre (senza poterlo approfondire) che la figura della “donna”, con il suo ricco simbolismo, percorre tutta la Bibbia. A partire da Genesi 3,20, con Eva definita “la madre di tutti i viventi”, quindi all’immagine di Sion-Gerusalemme, madre del popolo di Dio, fino alla donna partoriente dell’Apocalisse, simbolo della Chiesa e della Vergine, la vera madre dei viventi.
Il discepolo amato
Chi è il «discepolo che Gesù amava»? Qual è la sua identità? Giovanni lo nomina per cinque volte a partire dal capitolo tredici quando Gesù «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò fino alla fine » (13,1). Durante l’ultima cena, il discepolo amato è colui che «si trovava a tavola a fianco di Gesù» – è quindi il più vicino al Maestro – e si china sul suo petto per chiedergli, su richiesta di Pietro, chi sia il traditore (13,23.25).
È presente al Calvario, “presso la croce di Gesù”, cioè vicino al Crocifisso, insieme alla Madre e alle altre donne. È colui che corre al sepolcro insieme a Simon Pietro, ma solo lui «vide e credette» (20, 2.9). Sulle rive del lago di Tiberiade, dopo la pesca miracolosa, riconosce Gesù e lo dice a Pietro: «È il Signore!» (21,7). E nel penultimo versetto del Vangelo (21, 24) è presentato come il testimone oculare di tutto quello che Gesù ha detto e ha operato ed è narrato nel quarto vangelo, con un’aggiunta autorevole: «sappiamo che la sua testimonianza è vera».
Fin dai primi secoli, la Tradizione lo ha identificato nella persona dell’apostolo ed evangelista Giovanni. È dunque una persona reale, è il figlio di Zebedeo, ma Giovanni rappresenta anche ogni discepolo di Gesù che crede in Lui e lo segue fino alla croce. Essere amato da Gesù non è allora qualcosa di straordinario e prerogativa di una persona in particolare perché ogni credente in Lui, ogni discepolo è amato da Gesù, come attesta il versetto citato che introduce gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù.
«Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé».
Giovanni deve essere per Maria un altro Gesù.
Da “quell’ora”, cioè dal passaggio di Gesù al Padre, Giovanni accoglie Maria nella sua casa, tra i suoi beni. L’espressione greca ha più significati; si può tradurre anzitutto con casa materiale, l’abitazione in cui il discepolo accoglie la madre di Gesù, ma anche con casa spirituale, le proprie cose, i suoi beni materiali e spirituali, nella sua intimità. Si può intendere nel “suo spazio interiore e spirituale”, come afferma il noto biblista Ignace De la Potterie. Chiediamoci: quali sono i beni del discepolo amato? Sono la sua fede, l’unione con Gesù e tutta la Trinità ... e Maria ricevuta in eredità da Gesù. Concludendo, diamo ancora una volta la parola al papa san Giovanni Paolo II. Nella sua catechesi sul messaggio della croce, già citato più volte, vi è una intensa e profonda riflessione sul tema ma si sente anche la partecipazione di chi l’ha meditato a lungo e ha anche sofferto molto unito a Cristo (varrebbe la pena di riprendere e meditare tutto il testo). «Gesù, che aveva sperimentato e apprezzato l’amore materno di Maria nella propria vita, ha voluto che anche i suoi discepoli potessero a loro volta godere di questo amore materno come componente del rapporto con lui in tutto lo sviluppo della loro vita spirituale. Si tratta di sentire Maria come madre e di trattarla come madre, consentendole di formarci alla vera docilità verso Dio, alla vera unione con Cristo, alla vera carità verso il prossimo».
Maria Angela S. |