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AMOS.
PROFETA CANTORE
DELLA GIUSTIZIA SOCIALE
(1)

 

Il profeta Amos, primo dei profeti scrittori, precede di poco Osea e di qualche decennio Isaia e Michea. Il libro che porta il suo nome è caratterizzato dall’immagine del “leone che ruggisce”, simbolo del comportamento di Dio riguardo alla storia d’Israele: «Il Signore ruggirà da Sion e da Gerusalemme farà udire la sua voce» (1,2). Due testi ci aiutano a collocare il profeta nel suo tempo e a conoscere la sua personalità e la sua vocazione: 1,1 e 7,7-10. Il capitolo 1,1 lo colloca nell’VIII secolo a.C., durante i regni di Ozia, re di Giuda e di Geroboamo, re di Israele, le due parti in cui l’unico regno davidico-salomonico si era diviso da tempo.
Amos è originario di Tekòa, cittadina non lontana da Betlemme, in Giuda (1,1), ma la sua predicazione si rivolge al regno del Nord (7,15). L’intervento di Amos nel regno del Nord è visto come un’intrusione straniera, anche perché la sua profezia disturba l’ordine sociale. Leggendo il libro vi sono riferimenti costanti a Giuda i quali, però, sono stati inseriti in un tempo posteriore. Ciò fa concludere che il libro di Amos si fonda, certamente, nella persona storica del profeta, ma il testo che il Canone biblico ci consegna, è il frutto delle sue antiche parole custodite e rese vive attraverso una costante interpretazione che ne attualizzava il testo nei nuovi contesti. Riguardo alla sua persona bisogna, perciò, distinguere tra il libro come noi oggi lo possediamo e il profeta storico che visse nell’VIII sec. a.C. L’autore del libro mostra vaste conoscenze teologiche, cultuali, sociali e storiche mentre il protagonista del libro si definisce un allevatore di pecore (Am 1,1) e coltivatore di sicomori (7,14) e non profeta per mestiere, al servizio dei re come era normale a quel tempo.

Contesto storico e religioso

Grazie alle conquiste del re Geroboamo II (cfr. 2Re 14,23-29) che, approfittando della debolezza dei popoli vicini, conquista la Transgiordania, il regno del Nord vive un breve periodo di splendore. Samaria, che era la capitale, diventa una città ricca ed elegante.
Sul piano religioso, l’antico santuario di Betel, dove il patriarca Giacobbe si era recato ed aveva visto la scala che univa il cielo alla terra (cfr. Gen 28,11-15), riprende vita a scapito di Gerusalemme.

A Betel, importante centro di pellegrinaggi, viene ripristinato il culto del “vitello d’oro” (2Re 12,25-33) e, in seguito, anche il culto di Baal. Inoltre, lo sviluppo dei rapporti commerciali con le città fenicie permette l’emergere di una prospera classe media. L’apparente benessere economico è, però, riservato a pochi privilegiati, protetti da una politica corrotta che tollera le ingiustizie. Se tutto sembra andare a gonfie vele, di fatto, vi è un gran numero di poveri ed esclusi. Questa situazione Dio non la tollera. Amos, con la forza profetica che lo caratterizza, identifica e denuncia le pessime condizioni sociali e religiose del popolo: lo sfruttamento dei poveri, che sono venduti al prezzo di un paio di sandali (Am 2,6-7; 8,4); i giudici corrotti emettono sentenze a favore dei ricchi dietro pagamento (le mazzette per noi oggi) (5,12-15); i commercianti frodano i poveri senza ritegno (8,4-6); i sacerdoti esercitano un culto anestetizzante per le coscienze e non impegna la vita (4,4-5; 5,4-7,21- 22); e, come culmine, la classe dominante che ostenta un lusso sfrenato (3,15; 6,4-6).
A causa di tutto questo, il giudizio di Dio si abbatterà sul popolo, permettendo che un nemico assalga il paese e lasciando che molti siano deportati come prigionieri. San Basilio di Cesarea, fondatore del cristianesimo sociale e della “Basiliade” (l’ospizio per i poveri, gli anziani e gli orfani in Cappadocia) è un vero discepolo di Amos. Egli sottolinea che i beni della terra provengono da Dio, sono sua proprietà e gli uomini ne sono solo “gli amministratori”, non i padroni che possono farne ciò che vogliono (Basilio, Hom. VI de avarizia, 2).

Temi e generi letterari del libro

Il libro presenta temi e generi letterari che caratterizzano i libri dei profeti successivi: le visioni, la centralità dell’Esodo come evento fondativo del popolo, la restaurazione futura; il non valore del culto esteriore; la funzione del profeta; il riferimento al giorno del Signore. Amos non teme di confrontarsi con le autorità, e cosciente della sua vocazione, si comporta da persona libera dai pareri dei nemici, rimanendo a servizio totale dell’annuncio della parola di Dio e della difesa del povero. Come indica anche la Bibbia CEI, il libro si articola in tre parti.
A) Oracoli contro otto nazioni (Am 1,1- 2,16). Questi capitoli presentano una dura critica contro i peccati sociali rivolta a sei nazioni straniere (1,3-2,3), contro Giuda (2,4-5) e, infine, il terribile oracolo contro Israele (2,6-16) che è quello più lungo e sembra avere la funzione di culmine della serie.
Mentre i popoli sono accusati di un solo reato, commesso contro altri popoli, a Israele viene imputata una lunga serie di colpe commesse contro se stesso. Le vittime sono infatti i figli del suo popolo e sono i giusti, i poveri, i miseri e gli umili.
La critica sociale, che qui risalta a chiare tinte, sarà il tema più sviluppato dell’intero libro. Amos esprime, così, la propria fiducia che la violenza non resterà impunita, che le vittime saranno consolate e i carnefici giudicati.
B) Oracoli vari contro Israele (Am 3,1- 6,14). Questi capitoli rappresentano il cuore del libro di Amos, che nel complesso danno voce all’accusa profetica contro l’ingiustizia commessa da Israele.
Il profeta è emotivamente coinvolto in questa denuncia del male che abita nel cuore di Israele. La situazione è drammatica e non sembra esserci altra soluzione che la «morte» del popolo e la sua fine (cfr. Am 5,1-3; e anche 8,1-3).
La sorgente di questa perversione consiste nell’abbandono dei valori della Torah. Amos li denuncia senza mezze misure: «Essi trasformano il diritto in assenzio e gettano a terra la giustizia» (Am 5,7; cfr. Am 5,14-15; 6,12).
C’è qualche rara esortazione (cfr. 5,4-6; 5,14-15) ma nessun annuncio incondizionato di un futuro migliore.
C) La sezione conclusiva (Am 7,1-9,10) si struttura intorno a cinque visioni (Am 7,1- 3; 7,4-6; 7,7-9; 8,1-3; 9,1-4) caratterizzate da abbondanti simboli agricoli. Esse sono presentate in prima persona singolare dalla voce del profeta con oracoli di minaccia. Il punto culmine è nella quarta visione (Am 8,2): «è venuta la fine per il mio popolo Israele» (8,2) e nella quinta (9,1-4): «Io volgerò gli occhi su di loro per il male e non per il bene».
D) Segue, come conclusione, un brano innico (Am 9,5-6). I versetti conclusivi: 9,7- 15, riguardano positivamente la restaurazione futura della “capanna di Davide” (9,11) e del popolo di Israele (9,14).
Nel “Libro dei XII Profeti” vi sono diversi testi conclusivi di contenuto simile (vedi Osea 14,2-9 e Gioele 4,18-21). Altra somiglianza è fra Gioele 4,18 e Amos 9,13.

Il messaggio di Amos

Il profeta di Tekòa interpreta il proprio coinvolgimento nella lotta contro l’ingiustizia sociale del suo tempo come diretta conseguenza della sua vocazione. Amos afferma che Dio è il maestro del mondo, odia i delitti e le malvagità dovunque essi avvengano e li sottopone al suo giudizio (Am 1,3 - 2,3). L’annuncio del castigo e l’invito al pentimento che caratterizzano il libro sono rivolti a Israele e ai popoli vicini. Per questo motivo la profezia di Amos si apre all’universalità: Dio va riconosciuto e adorato da tutti i popoli. Appartenere al suo popolo è un privilegio che carica di responsabilità: non solo non esclude dalla giustizia ma ne richiede la piena osservanza (Am 3,2).
L’elezione che Dio ha stipulato con il suo popolo si esprime nell’amore di Dio e del prossimo, in particolare il povero e il bisognoso. La dimensione verticale richiede necessariamente quella orizzontale.
Il Decalogo deve orientare il discorso legislativo perché l’ingiustizia è negazione del diritto. Se il popolo di Dio insiste a vivere, come i popoli idolatrici e nell’ingiustizia, dimenticando la sua elezione il suo statuto di popolo eletto, rischia di sfaldarsi.
Dio, certamente, è il Signore d’Israele: «Soltanto voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre colpe» (Am 3,2). Ma è, pure, il Signore di tutti i popoli dei quali si è preso cura: «Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele? Oracolo del Signore. Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?» (Am 9,7).
Israele a differenza di essi deve vivere da popolo che gli appartiene e deve poter scorgere con occhi diversi la sacralità della sua storia e vedere l’azione di salvezza che Dio opera e gli altri non sanno vedere. Se non lo fa, si comporta come uno dei tanti popoli divenendo come essi.
Amos compendia il cammino di fedeltà a Dio con questi verbi: “ascoltare”, “conoscere” che significano “amare” (cfr. 3,2), “ritornare al Signore” (4,6.8.910.11), “cercare Lui e/o il bene” (5,4.6.14). Nella frase “cercate me e vivrete” sembra di leggere la sintesi, operata da Amos, dei dieci comandamenti che comprendono l’amore di Dio e del prossimo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Amos, primo tra i profeti scrittori, è il cantore della giustizia sociale come espressione di fedeltà all’elezione divina. Il comando martellante: “cercate me e vivrete” in che senso si realizza nell’amore del prossimo?

2) “Cercate me e vivrete” a noi Famiglia Paolina richiama la “cambiale” stipulata dal nostro Fondatore e dal beato Timoteo Giaccardo: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in aggiunta”. Che cosa provoca in te questo richiamo? Che cosa ti suggerisce?

Suor Filippa Castronovo, fsp