Nella seconda parte del suo libro (capitoli 11-14), Osea ricostruisce il rapporto tra Dio e il popolo, mostrando la tenerezza straordinaria del Suo volto. Dio, in considerazione della fragilità umana del popolo, in un certo senso, cambia il suo punto di vista. Invece di castigarlo, colmandolo di misericordia, lo fa rivivere. Noi consideriamo il capitolo 11, perché presenta l’apice teologico della seconda parte del libro. In questo commovente capitolo, Osea mostra il volto paterno di Dio che è, quasi, speculare a quello dell’amore sponsale dei primi tre capitoli. Inizia così: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (11,1). Il richiamo all’Egitto nei versetti 1.5.11 di questo capitolo, indica l’importanza dell’Esodo nella teologia di Osea.
Il primo richiamo (11,1) è evocato dall’evangelista Matteo quando narra il ritorno dall’Egitto di Gesù (cfr. Mt 2,15).
L’uscita dall’Egitto è una chiamata, e in quanto tale, è Parola che richiede ascolto e risposta. Dio chiamava il suo popolo dall’Egitto perché lo amava e lo considerava figlio. L’amore paterno di Dio è, dunque, il fondamento dell’Esodo.
L’elezione d’Israele è descritta con i verbi che esprimono predilezione, cura, amore: trovare e vedere (9,10), chiamare (11,1), conoscere (13,5).
Il verbo “amare” li sintetizza tutti. Dio lo scelse perché lo amava, fin da quando era fanciullo e, benché si sia mostrato ingrato e ribelle, continua ad amarlo. Era talmente ingrato che “più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi” (cfr. Os 11,2). La radice del peccato, e di ogni altro male, proviene dal fatto che gli israeliti “non compresero che avevo cura di loro” perché li amavo. Il popolo, anziché rispondere all’amore con l’amore, compiva pratiche religiose esteriori che Dio non desiderava: «voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (cfr. 6,6). Matteo nel suo Vangelo, per due volte, cita questa frase di Osea che, in adesione al testo ebraico, si potrebbe tradurre: “Misericordia io voglio e non tanto sacrifici”. La prima volta Gesù la cita mentre è a tavola con i “peccatori” ospitati da Matteo, il pubblicano che poi chiama a far parte del gruppo Dodici discepoli di Gesù (Mt 9,13). La seconda (Mt 12,7), quando difende i Dodici che, in giorno di sabato, strappano delle spighe per sfamarsi (cfr. Mc 2,23). Le due situazioni rivelano il cuore misericordioso di Gesù e la libertà dalle esteriorità del Regno da lui inaugurato, annunciata da Osea.
I volti della misericordia di Dio
In una mirabile e sofferta “poesia”, Osea prestando la propria voce a Dio, interpreta i suoi sentimenti, mostrandoli intrisi di infinita tenerezza, giustizia e “dolore” per l’infedeltà che danneggiava la sua sposa/popolo ed inoltre di santità che non si lascia condizionare dall’infedeltà umana.
La tenerezza di Dio emerge nei versetti 3-4 e precisamente nella metafora paterna con tratti materni. Dio gli insegnava a camminare e quando, il popolo ancora fanciullo, si stancava, lo prendeva in braccio, perché potesse camminare in sicurezza e in modo autonomo. Infine, se si fosse fatto del male, lo curava (v. 3). L’immagine è familiare ma lo sfondo della metafora è l’Esodo che è stata una storia di amore con tratti paterni e materni.
I versetti 5-6 mostrano la sua giustizia curativa o misericordiosa: Dio non rimane indifferente di fronte all’infedeltà d’Israele e poiché il suo amore paterno è più forte del peccato del popolo, lo educa, correggendolo. La correzione nella storia corrisponde all’invasione del regno del Nord da parte dell’Assiria. Questa invasione assume la valenza di un anti-esodo. Non volendo “ritornare al loro Signore, ritornano in Egitto”. Il profeta a nome di Dio li esorta: «Tu ritorna al tuo Dio, osserva la bontà e la giustizia e poni sempre nel tuo Dio la tua speranza» (Os 12,7).
Il versetto 8 esprime il dolore di Dio per la sorte del popolo che ha amato e curato: «Come potrei abbandonarti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione». Questo versetto sembra esprimere l’attesa di Dio che Israele possa dire: “Come ho potuto abbandonarti, mio Signore?”. Dio, che vive una specie di lotta tra amore e giustizia, assume una decisione logica dal suo punto di vista. Si “converte”, lasciando cadere le sue ragioni, assume la debolezza umana per passare a una decisione nuova coerente a se stesso, ma portatrice di salvezza. Questa logica è quella del racconto del diluvio dove “Dio si pente” e dona all’universo un nuovo avvio su di una nuova base, rappresentata dal giusto Noè (Gen 6,5-9).
Il comportamento di Dio proviene dalla sua santità: “sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira” (cfr. v. 9). Dio, proprio perché Dio santo, non si lascia condizionare dalla risposta infedele dell’uomo. La sua santità evidenzia la sua trascendenza, ma questa sua alterità non è lontananza fredda si manifesta anche come vicinanza e comunione.
Osea spiega la santità di Dio, più che con formule teoriche o dottrinali o con assiomi umani, con l’esperienza che egli in prima persona fa di Dio. Insegna così che poiché Dio si rivela in parole umane, la sua santità può essere compresa con i simboli dell’esperienza umana, che tutti possono comprendere.
Per quanto lo riguarda, il profeta ricorrendo alle metafore ardite dell’amore coniugale appassionato che perdona la sposa infedele e dell’amore materno e paterno che chiama, educa, cura, e coregge, mostra il “multiforme” volto, forte e soave, della tenerezza di Dio.
Nessuno prima di Osea nell’AT aveva scrutato in modo così profondo l’insondabile amore di Dio per il suo popolo. Come non notare nella frase di Paolo: «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (cfr. Rm 5,20), il compimento di questa fedeltà di Dio, nel mistero pasquale di Gesù?
Il capitolo si chiude con questa immagine suggestiva: «Seguiranno il Signore ed egli ruggirà come un leone: quando ruggirà, accorreranno i suoi figli dall’occidente, accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria e li farò abitare nelle loro case» (Os 11,10-11). Dio lancerà un ruggito come di leone che risuona dall’Egitto all’Assiria – cioè il mondo allora conosciuto – e all’udire quel ruggito gli israeliti torneranno per abitare nelle loro case. È una chiamata, allo stesso tempo, terribile e tremenda che mentre fa tremare per l’intervento di Dio non mette in fuga da Lui. Il popolo, anzi, sentirà l’attrattiva irresistibile del Signore e nel contempo il tremore per la propria condotta. Il ritorno si realizza con questa sintesi paradossale di tremore e timore nel senso di attrattiva di Dio (A. Schokel). A Israele, come a noi oggi, non rimane allora che sperare in Dio che è “grande e misericordioso nell’amore”: «Tu ritorna al tuo Dio, osserva la bontà e la giustizia e poni sempre nel tuo Dio la tua speranza» (Os 12,7).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) Leggi il capitolo 11 e descrivi il volto di Dio che il testo ti suggerisce. Quali sentimenti e atteggiamenti da vivere in questo tempo di Quaresima, questo volto ti provoca?
2) Confronta il ritratto di Dio, presentato da Osea, con quest’espressione di Alberione: «La lotta è: fra l’io che vuole adorare se stesso, lodandosi, amandosi, servendosi in luogo di Dio; e Dio: che vuol guadagnare l’uomo a forza d’amore; vincolarlo con lacci d’amore; comunicarsi e assorbire l’uomo nella Divinità per amore» (DF 63).
3) Domandati: con quale immagine o simbolo posso esprimere la tenerezza di Dio verso di me? Quale tipo di lotta spirituale devo compiere per lasciarmi “vincolare dai lacci d’amore di Dio”?
4) Confronta la metafora paterna e materna di Dio in Os 11,3-4 con il ritratto di Paolo in 1Ts,1,7-12. Quali atteggiamenti noti nella missione che Paolo vive, come ambasciatore di Dio?
Suor Filippa Castronovo, fsp |