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MARIA NEL CANTICO DEI CANTICI
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Il Cantico dei Cantici è un libro biblico di alta poesia che si compone di soli 8 capitoli, in ebraico in tutto sono 1.250 parole. È un poemetto che celebra l’amore umano in tutte le sue espressioni: la tenerezza dei sentimenti, la passione, l’estasi dell’amore, l’unione sponsale. I protagonisti sono l’amato e l’amata: lo sposo e la sposa che si incontrano, dialogano tra loro e si amano in un giardino meraviglioso ricco di fiori e frutti che ricorda il giardino dell’Eden. Sono presenti descrizioni e immagini che esaltano la multiforme bellezza del creato e in questa celebrazione. C’è anche il “canto al corpo” umano, maschile e femminile. L’amore non è mai disincarnato, si ama nella totalità della persona, compreso il corpo, visto come “immagine” di Dio e cosa “molto buona/bella” nella realtà della creazione uscita dalle mani di Dio. E nell’amore umano si testimonia l’amore di Dio perché, scrive san Giovanni: «Dio è amore» e «L’amore è da Dio» (1Gv 4,7.8). Il Cantico stesso afferma, nell’ultimo capitolo quasi come conclusione, che l’amore è “una fiamma del Signore” (Ct 8,6), cioè un fuoco che proviene da Dio.

Composizione e interpretazioni

Il titolo significa “il più bel cantico” o “il cantico per eccellenza” non avendo la lingua ebraica la forma superlativa. Nella storia lungo i secoli il Cantico è sempre stato molto apprezzato e ammirato, sia da laici che da credenti. Nel III secolo il grande teologo e padre della Chiesa Origene scriveva: «Beato chi comprende e canta i canti della Sacra Scrittura, ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici». Del Cantico, attribuito a Salomone – come afferma il primo versetto – non si conosce l’autore o gli autori e nemmeno il tempo della composizione. Alcuni studiosi ritengono che sia una raccolta di

poesie d’amore, nello stile orientale con molte immagini e descrizioni, alle quali un redattore ha dato unitarietà di contenuto e di struttura. Come tempo di composizione viene proposto il periodo del post-esilio, dopo il ritorno degli Ebrei in Palestina nel 538 a.C., probabilmente nel V secolo, secolo d’oro della letteratura biblica.
Il Cantico è stato interpretato in diversi modi nel corso dei secoli. Per la tradizione ebraica il testo è un’allegoria del rapporto tra Dio e Israele e in esso è rappresentata tutta la storia del popolo ebraico, quella passata e futura.
L’interpretazione cristiana, fin dai primi secoli, continua sulla stessa linea e sviluppa il senso spirituale del Cantico, vedendo in esso la relazione d’amore tra Dio e tutta l’umanità. Lo sposo è Cristo e la sposa è la Chiesa, ma anche ogni singola persona, ogni anima e, in modo del tutto speciale, la Vergine Maria. Attualmente i commentatori moderni sostengono la lettura letterale del libro, senza negare il senso allegorico come hanno sempre fatto la Tradizione e la Liturgia.
A tal proposito ascoltiamo quanto afferma papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est (n. 10). È un testo molto profondo e ricco che richiede una lettura attenta. «Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l’agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d’amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l’essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell’uomo con Dio – il sogno originario dell’uomo – ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell’oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi – Dio e l’uomo – restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” dice san Paolo (1Cor 6,17)».

La Vergine Maria nel Cantico

Il sensus fidei della Chiesa, cioè l’«istinto per la verità del Vangelo» (istinto soprannaturale legato al dono della fede), ha applicato alla Vergine Maria diversi passi del Cantico. L’interpretazione mariologica appare già nei primi commenti cristiani al testo a partire dal III secolo con Ippolito di Roma († 235) e Origene di Alessandria († 253) fino alle splendide pagine di san Bernardo di Chiaravalle († 1153) e di altri monaci medievali. Sono proprio i monaci e i mistici che, nel corso dei secoli, leggono il libro in chiave mariana e approfondiscono con lo studio teologico, unito alla preghiera e alla contemplazione, il testo già ampiamente usato nelle celebrazioni liturgiche delle feste della Vergine. Nel XII secolo e poi nel XIII, diversi autori applicano a Maria Santissima tutto il Cantico, non solo alcuni brani. Il primo teologo a identificare la Vergine con la sposa è il monaco benedettino Ruperto di Deutz († 1129). La sua opera è quasi una summa mariologica, una trattazione completa dei privilegi e delle virtù della Madre di Dio.
Ruperto è uno scrittore originale che ha dato un contributo importante alla teologia medievale, come afferma Benedetto XVI nell’udienza generale a lui dedicata (9-12-2009). La sua dottrina mariologica è inserita in quella ecclesiologica in quanto egli vede in Maria la parte più santa della Chiesa. Per questa sua visione – che è quella dei Padri conciliari del Vaticano II – san Paolo VI, nel discorso di chiusura della terza sessione del Concilio (21 novembre 1964), quando proclama solennemente Maria Madre della Chiesa, cita proprio le parole dell’abate Ruperto affermando che Maria è della Chiesa «la parte più eccelsa, la parte migliore, la parte preminente, la parte più eletta».
Significativo è il titolo che il monaco dà alla sua opera: “Sull’Incarnazione, a lode e gloria del Signore e della Vergine”. La sua lettura mariana del Cantico è dunque strettamente legata al mistero dell’Incarnazione. L’abate Ruperto è un innamorato della Parola di Dio. Per lui lo studio delle S. Scritture è “lottare” con la Parola per “estorcere” la benedizione dello Spirito Santo che consiste nella vera e utile comprensione della Scrittura. E, come scrive nel Prologo, lo fa «armato non dei suoi meriti ma di quelli della Vergine». Per riuscire nella lotta, poi, bisogna servirsi «delle forze della vera e santa umiltà, con preghiere e lacrime».
Il Cantico afferma: «Il tuo grembo è come un mucchio di grano circondato da gigli» (Ct 7,2). Ruperto col termine grembo intende l’uomo interiore. Riferito a Maria è il «grano che con prudenza lei ha radunato meditando le Scritture», secondo l’affermazione dell’evangelista Luca: Ella «custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,19.51).
Il mucchio di grano è circondato da gigli perché «senza dubbio la bellezza della castità, come rischiara l’intelligenza per comprendere le Scritture, così conferisce ad ogni uomo l’autorità per cui sia degno di esprimere quelle parole di Dio che ha riposto e raccolto dentro di sé come grano del Signore».
Nel Cantico l’Amato contempla l’amata dicendo: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, giardino chiuso, fontana sigillata » (Ct 4,12). Svilupperemo il senso di questo versetto nella seconda parte dell’articolo, ma intanto ascoltiamo le parole che esso ha ispirato a Grignion de Monfort. Il santo invita ogni anima, e quindi anche noi, ad entrare nel giardino che è Maria e a dissetarsi alla sua fonte.

«Felice, mille volte felice quaggiù, l’anima alla quale lo Spirito Santo rivela il segreto di Maria per conoscerla, ed alla quale apre questo giardino chiuso perché vi entri, questa fonte sigillata perché vi attinga e beva ad ampie sorsate le acque vive della grazia! In questa amabile creatura tale anima troverà solo Dio, senza creature, ma Dio nello stesso tempo infinitamente santo e sublime, infinitamente condiscendente e proporzionato alla sua debolezza» (Il segreto di Maria, 20).

Maria Angela S.

(continua)