![]() |
LA CHIAMATA PROFETICA
DI EZECHIELE
(2)
Ezechiele comprende che Dio è il Signore che “dice”, ma “cosa” dice lo capirà vivendo la missione. Fin da subito gli è chiaro che coloro ai quali lo manda sono “una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro il Signore come i loro padri” (cfr. 2,3) ed ancora «Saranno per te come cardi e spine, e ti troverai in mezzo a scorpioni» (2,6). La chiamata di Ezechiele, per certi aspetti, richiama l’incontro di Paolo con Gesù a Damasco. Anche l’apostolo nel momento della sua chiamata alla fede comprende che la voce che gli parla è il Signore, ma quello che dovrà fare gli sarà detto e la cosa certa è che dovrà soffrire per il suo Nome (cfr. At 9,1-16). Ezechiele non deve temere i “figli di Israele”, anzi sarà per loro segno visibile della presenza di Dio in mezzo a loro «ascoltino o non ascoltino». E neppure deve temere le parole offensive e derisorie e le loro facce minacciose (cfr. 2,7). La missione si profila difficile ma non impossibile. Dio gli offre un sicuro “segreto di riuscita”: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do» (2,8). Deve nutrirsi della Parola che annuncia! Una mano gli porge il rotolo, scritto da una parte e dall’altra, ed esso contiene “lamenti, pianti e guai” (2,10). Ezechiele lo mangia e la voce prosegue: «”Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele» (3,3). Mangiando il rotolo, lo introduce dentro di sé e, giunto nelle viscere, lo metabolizza, rendendolo vita della sua vita e così le parole che usciranno dalla sua bocca saranno quelle di Dio. Ezechiele e Geremia: elementi simili Vi sono diverse similitudini vocazionali tra questi due profeti: L’incarico profetico: 2,3-5; cfr. Ger 1,5. L’esortazione a non temere i nemici: 2,6-7; cfr. Ger 1,8. Il segno simbolico che in Ezechiele consiste nel mangiare il rotolo: 2,8–3,3 e in Geremia nel fatto che Dio mette le sue parole sulla bocca del profeta (cfr. Ger 1,9-10). La missione accompagnata dalla promessa di assistenza e dal comando ad obbedire: Ez 2, 3-9;3,4-14; cfr. Ger 1,4-7.1,17-19. La visione della Gloria (1,1-28 e 3,12-15) richiama, invece, Isaia (Is 6,1ss). La chiamata di Ezechiele accentua l’ostinazione dei “figli testardi” che rifiutano la parola di Dio, detta da Ezechiele nella lingua che conoscono bene! Ne segue l’amara considerazione che se un popolo straniero avesse ascoltato le parole del profeta si sarebbe convertito. Come sarà testimoniato dal libro di Giona. La stessa ostilità accadrà a Gesù! (cfr. Mc 6,4). Ezechiele, infine, è invitato a connettere le orecchie con il cuore: «Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico ascoltale con gli orecchi e accoglile nel cuore» (3,10). La connessione tra orecchie e cuore gli permetterà di essere vero profeta di Dio. Quando annuncerà il dono del cuore nuovo (Ez 36,26) ne potrà parlare per esperienza. Mentre ascolta, lo Spirito lo solleva e il profeta rivede il “carro” fatto di ali e di ruote sul cui trono era collocata la gloria di Dio e lo spirito lo porta via. Ezechiele se ne va triste e con l’animo sconvolto ma la mano del Signore pesa su di lui (cfr. 3,12-14). Ed ecco si ritrova tra i deportati, nei pressi del fiume Chebar. Ti ho posto come sentinella Superato lo smarrimento, Dio gli dice: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia» (3,17). Se per paura non li avvertisse, impedendone la conversione, Dio gliene chiederà conto. Il profeta non è l’ambasciatore che “non porta pena” ma colui dal quale dipende la salvezza di tutti. A immagine di Dio che veglia sul suo popolo (cfr. Sal 121), il profeta vigila con attenzione e lungimiranza. La figura della sentinella vigilante è anche in Isaia 21,11 e in Geremia nel segno del mandorlo, dove la sentinella che vigila è Dio (cfr. 1,11). La mano del Signore è di nuovo su Ezechiele e la sua voce gli comanda di portarsi nella valle. Come al Chebar, vede la gloria del Signore e cade a terra. Lo Spirito lo fa rialzare ma riceve il comando di chiudersi in casa, legato come un prigioniero e muto: «Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto» (cfr. 3,22- 27). Come può l’uomo della Parola essere muto? Tra le varie interpretazioni, suggestiva è quella che scorge una metafora o parola profetica della paralisi che colpirà Israele che sta per andare in esilio. Ezechiele, infatti, annuncia la parola di Dio anche con il suo corpo. Egli non è solo mediatore tra Dio e l’uomo ma è egli stesso messaggio che pronuncia con il suo corpo sofferente. Resterà muto fino a quando Dio, quasi rinnovandogli la chiamata, lo farà uscire e parlare. Accade quando cade la città: «Arrivò da me un fuggiasco da Gerusalemme per dirmi: “La città è presa”. La sera prima, la mano del Signore fu su di me e al mattino, quando il fuggiasco giunse, il Signore mi aprì la bocca. La mia bocca dunque si aprì e io non fui più muto» (cfr. 33,22). Come il Signore gli aveva detto, la sua parola non sarà accolta. Il profeta è cercato, siedono intorno a lui ma l’ascolto non si fa azione. La sua parola è ritenuta un passatempo gradevole: «Ecco, tu sei per loro come una canzone d’amore: bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale…» (cfr. 33,32-33). Efrem, il Siro commenta bene questa realtà: «Chiusa, mio Signore, è la tua fonte / a colui che non ha sete di te. La cella del tuo tesoro è vuota / per colui che ti odia. L’amore è il tesoriere / del tuo tesoro celeste» (Efrem il siro, Inni sulla fede 32,3, p. 108). Concludendo: i tre capitoli che narrano la vocazione sono percorsi da tre verbi necessari per la missione. Il profeta dovrà vedere la presenza di Dio (gloria) in mezzo agli esiliati (1,4) perché «Se li ho mandati fra le nazioni, se li ho dispersi in terre straniere, nelle terre dove sono andati io sono diventato il loro santuario» (11,16); ascoltare Colui che gli parla senza porre resistenza (2,1); mangiare il rotolo, per annunciare la Parola dopo averla assimilata (3,1), con ‘orecchie ascoltanti e cuore accogliente!’ PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: Tra i numerosi spunti di riflessione che la chiamata di Ezechiele sollecita, accogliamo l’espressione “La mano di Dio su di me” (cfr. Ez 1,2; 2,9; 3, 12-14; 8,1-3; 33,22; 37,1-2) cara al nostro Fondatore: 1) «Oh! se sapessimo considerare i nostri anni passati e vedere quella duplice storia: la storia delle misericordie di Dio verso di noi; come ci ha condotti “la mano di Dio che è sopra di noi” e la storia della nostra corrispondenza alle innumerevoli grazie del Signore» (cfr. UPS, I n. 15). 2) «La mano di Dio sopra di me. La volontà del Signore si è compita, nonostante la miseria di chi doveva esserne lo strumento indegno e inetto …» (cfr. UPS I, n. 375). «Non si naviga sempre in un mare calmo; si naviga alle volte fra scogli e anche un poco fra le tempeste, o almeno tra qualche difficoltà. Ma, giorno per giorno, si vede la mano di Dio che ci guida, ci sorregge e che ci porta tutti» (FSP 1956, n. 40). 3) Posso dire che la mia vita è stata sorretta dalla mano di Dio, sempre e ovunque? Quali sentimenti mi ha provocato? Quale delle condizioni che assicurano la fedeltà del profeta alla missione mi colpiscono di più? Suor Filippa Castronovo, fsp |