Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

LA CHIAMATA PROFETICA
DI EZECHIELE
(2)

 

I primi versetti del cap. 1 ricordano il tempo e il luogo della chiamata: «Nell’anno trentesimo, nel quarto mese, il cinque del mese, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del fiume Chebar, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine. Era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachin, il cinque del mese» (1,1-3). Qui in esilio, Ezechiele, mentre sente la mano di Dio posarsi su di lui, riceve la chiamata profetica (cfr. 2,1-3,11). La mano di Dio su di lui (cfr. Ez 1,3; 2,9; 3,14.22) è immagine della guida e del sostegno divino nella missione. Come avvenne per Geremia: «Spinto dalla tua mano sedevo solitario» afferrato dalla Parola (Ger 15,16-17) e per Isaia: «Mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di camminare per la via di questo popolo» (Is 8,11).
La chiamata di Ezechiele è preceduta dalla visione della gloria di Dio (1,28) che lo fa prostrare “con la faccia a terra”. Nel frattempo sente la voce di uno che parla: «Figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare» (2,1). Ezechiele non si alza per forza propria. «Uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava (cfr. 2,1-2). Lo spirito, facendolo alzare, lo rende capace di ascolto attento e obbediente. L’espressione “figlio dell’uomo” (ben ‘adam) richiama Adamo, la “creatura fatta di terra” ma resa vivente dal soffio di Dio. Nella esperienza di Ezechiele “figlio dell’uomo” esprime il contrasto tra la maestà di Dio che gli parla e la realtà fragile che il profeta sperimenta soprattutto nel dover essere profeta presso gli esiliati. L’appellativo “figlio dell’uomo” nella chiamata ricorre sette volte e in tutto il libro 93. Si ritrova, con accenti diversi in Daniele, Salmi, Apocalisse e nei Vangeli sinottici riferita a Gesù.

Una missione rischiosa e uno speciale “segreto di riuscita”

«Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele... Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”» (cfr. 2,3-4).
In questi versetti, ci sono tre soggetti: Dio che manda e dice; il profeta che deve andare e dire, senza sapere nell’immediato che cosa; i destinatari della missione che sono figli testardi.

Ezechiele comprende che Dio è il Signore che “dice”, ma “cosa” dice lo capirà vivendo la missione. Fin da subito gli è chiaro che coloro ai quali lo manda sono “una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro il Signore come i loro padri” (cfr. 2,3) ed ancora «Saranno per te come cardi e spine, e ti troverai in mezzo a scorpioni» (2,6). La chiamata di Ezechiele, per certi aspetti, richiama l’incontro di Paolo con Gesù a Damasco. Anche l’apostolo nel momento della sua chiamata alla fede comprende che la voce che gli parla è il Signore, ma quello che dovrà fare gli sarà detto e la cosa certa è che dovrà soffrire per il suo Nome (cfr. At 9,1-16). Ezechiele non deve temere i “figli di Israele”, anzi sarà per loro segno visibile della presenza di Dio in mezzo a loro «ascoltino o non ascoltino». E neppure deve temere le parole offensive e derisorie e le loro facce minacciose (cfr. 2,7). La missione si profila difficile ma non impossibile. Dio gli offre un sicuro “segreto di riuscita”: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do» (2,8). Deve nutrirsi della Parola che annuncia! Una mano gli porge il rotolo, scritto da una parte e dall’altra, ed esso contiene “lamenti, pianti e guai” (2,10). Ezechiele lo mangia e la voce prosegue: «”Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele» (3,3). Mangiando il rotolo, lo introduce dentro di sé e, giunto nelle viscere, lo metabolizza, rendendolo vita della sua vita e così le parole che usciranno dalla sua bocca saranno quelle di Dio.
Dovrà, comunque, ricordare sempre che quelle parole gliele porge una mano celeste. Qualora pensasse che sono parole sue non sarebbero veritiere.
Diversi esegeti nel comando di mangiare il rotolo scorgono una testimonianza della profezia scritta che in quel tempo diventava comune. Questa proposta non oscura la lettura spirituale e le prospettive che essa apre. Anzitutto il sapore del rotolo che il profeta sente “dolce come il miele” (3,3) nonostante il suo contenuto terribile. Il profeta di certo non è felice di annunciare “lamenti, pianti e guai”. Il rotolo è dolce perché esprime la sua prontezza a fare la volontà di Dio la cui Parola è “più dolce del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11; cfr. Sal 119,103). Il sapore “dolce e amaro” allude alla salvezza e al giudizio severo di Dio, necessario per eliminare il male. Il veggente dell’Apocalisse sottolinea l’amarezza di questi segni: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (10,10). Il contrasto tra dolcezza e amarezza è anche in Geremia, al quale la Parola divorata con avidità recò letizia al cuore ma presto gli provocò una solitudine simile a una piaga incurabile (cfr. Ger 15,16-18; cfr. Ger 20,7-8). Dio, come sostenne Geremia (Ger 1,9) sostiene Ezechiele rendendogli la fronte dura come diamante (cfr. 3,9).

Ezechiele e Geremia: elementi simili

Vi sono diverse similitudini vocazionali tra questi due profeti: L’incarico profetico: 2,3-5; cfr. Ger 1,5. L’esortazione a non temere i nemici: 2,6-7; cfr. Ger 1,8. Il segno simbolico che in Ezechiele consiste nel mangiare il rotolo: 2,8–3,3 e in Geremia nel fatto che Dio mette le sue parole sulla bocca del profeta (cfr. Ger 1,9-10). La missione accompagnata dalla promessa di assistenza e dal comando ad obbedire: Ez 2, 3-9;3,4-14; cfr. Ger 1,4-7.1,17-19. La visione della Gloria (1,1-28 e 3,12-15) richiama, invece, Isaia (Is 6,1ss). La chiamata di Ezechiele accentua l’ostinazione dei “figli testardi” che rifiutano la parola di Dio, detta da Ezechiele nella lingua che conoscono bene! Ne segue l’amara considerazione che se un popolo straniero avesse ascoltato le parole del profeta si sarebbe convertito. Come sarà testimoniato dal libro di Giona. La stessa ostilità accadrà a Gesù! (cfr. Mc 6,4). Ezechiele, infine, è invitato a connettere le orecchie con il cuore: «Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico ascoltale con gli orecchi e accoglile nel cuore» (3,10). La connessione tra orecchie e cuore gli permetterà di essere vero profeta di Dio. Quando annuncerà il dono del cuore nuovo (Ez 36,26) ne potrà parlare per esperienza. Mentre ascolta, lo Spirito lo solleva e il profeta rivede il “carro” fatto di ali e di ruote sul cui trono era collocata la gloria di Dio e lo spirito lo porta via. Ezechiele se ne va triste e con l’animo sconvolto ma la mano del Signore pesa su di lui (cfr. 3,12-14). Ed ecco si ritrova tra i deportati, nei pressi del fiume Chebar.
Qui rimane stordito e smarrito, in silenzio per sette giorni, il tempo utile per superare lo sgomento dinanzi alla missione ricevuta alla quale non oppose resistenza.

Ti ho posto come sentinella

Superato lo smarrimento, Dio gli dice: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia» (3,17). Se per paura non li avvertisse, impedendone la conversione, Dio gliene chiederà conto. Il profeta non è l’ambasciatore che “non porta pena” ma colui dal quale dipende la salvezza di tutti. A immagine di Dio che veglia sul suo popolo (cfr. Sal 121), il profeta vigila con attenzione e lungimiranza. La figura della sentinella vigilante è anche in Isaia 21,11 e in Geremia nel segno del mandorlo, dove la sentinella che vigila è Dio (cfr. 1,11). La mano del Signore è di nuovo su Ezechiele e la sua voce gli comanda di portarsi nella valle. Come al Chebar, vede la gloria del Signore e cade a terra. Lo Spirito lo fa rialzare ma riceve il comando di chiudersi in casa, legato come un prigioniero e muto: «Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto» (cfr. 3,22- 27). Come può l’uomo della Parola essere muto? Tra le varie interpretazioni, suggestiva è quella che scorge una metafora o parola profetica della paralisi che colpirà Israele che sta per andare in esilio. Ezechiele, infatti, annuncia la parola di Dio anche con il suo corpo. Egli non è solo mediatore tra Dio e l’uomo ma è egli stesso messaggio che pronuncia con il suo corpo sofferente. Resterà muto fino a quando Dio, quasi rinnovandogli la chiamata, lo farà uscire e parlare. Accade quando cade la città: «Arrivò da me un fuggiasco da Gerusalemme per dirmi: “La città è presa”. La sera prima, la mano del Signore fu su di me e al mattino, quando il fuggiasco giunse, il Signore mi aprì la bocca. La mia bocca dunque si aprì e io non fui più muto» (cfr. 33,22). Come il Signore gli aveva detto, la sua parola non sarà accolta. Il profeta è cercato, siedono intorno a lui ma l’ascolto non si fa azione. La sua parola è ritenuta un passatempo gradevole: «Ecco, tu sei per loro come una canzone d’amore: bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale…» (cfr. 33,32-33). Efrem, il Siro commenta bene questa realtà: «Chiusa, mio Signore, è la tua fonte / a colui che non ha sete di te. La cella del tuo tesoro è vuota / per colui che ti odia. L’amore è il tesoriere / del tuo tesoro celeste» (Efrem il siro, Inni sulla fede 32,3, p. 108). Concludendo: i tre capitoli che narrano la vocazione sono percorsi da tre verbi necessari per la missione. Il profeta dovrà vedere la presenza di Dio (gloria) in mezzo agli esiliati (1,4) perché «Se li ho mandati fra le nazioni, se li ho dispersi in terre straniere, nelle terre dove sono andati io sono diventato il loro santuario» (11,16); ascoltare Colui che gli parla senza porre resistenza (2,1); mangiare il rotolo, per annunciare la Parola dopo averla assimilata (3,1), con ‘orecchie ascoltanti e cuore accogliente!’

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

Tra i numerosi spunti di riflessione che la chiamata di Ezechiele sollecita, accogliamo l’espressione “La mano di Dio su di me” (cfr. Ez 1,2; 2,9; 3, 12-14; 8,1-3; 33,22; 37,1-2) cara al nostro Fondatore: 1) «Oh! se sapessimo considerare i nostri anni passati e vedere quella duplice storia: la storia delle misericordie di Dio verso di noi; come ci ha condotti “la mano di Dio che è sopra di noi” e la storia della nostra corrispondenza alle innumerevoli grazie del Signore» (cfr. UPS, I n. 15). 2) «La mano di Dio sopra di me. La volontà del Signore si è compita, nonostante la miseria di chi doveva esserne lo strumento indegno e inetto …» (cfr. UPS I, n. 375). «Non si naviga sempre in un mare calmo; si naviga alle volte fra scogli e anche un poco fra le tempeste, o almeno tra qualche difficoltà. Ma, giorno per giorno, si vede la mano di Dio che ci guida, ci sorregge e che ci porta tutti» (FSP 1956, n. 40). 3) Posso dire che la mia vita è stata sorretta dalla mano di Dio, sempre e ovunque? Quali sentimenti mi ha provocato? Quale delle condizioni che assicurano la fedeltà del profeta alla missione mi colpiscono di più?

Suor Filippa Castronovo, fsp