A lui sono consacrate chiese, altari, istituzioni; sono proposte tante pratiche di pietà; sono innumerevoli le grazie ed i prodigi da lui ottenuti: «Non ho mai chiesto grazia a san Giuseppe senza venire esaudita», diceva santa Teresa. Il più nobile ed utile lavoro per la società è quello apostolico: «Quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona» [Quanto sono belli i piedi dicoloro che recano un lieto annunzio di pace, un lieto annunzio di bene] (Rm 10,15). Fu il grande lavoro del ministero pubblico di Gesù Maestro: «Veni ut vitam habeant, et abundantius habeant» [Io sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza] (Gv 10,10). Gesù associò cooperatori: e così Maria e Giuseppe, nella rispettiva condizione, furono i primi e principali cooperatori della redenzione. Preparano all'umanità il Maestro divino, il Sacerdote eterno, l'Ostia di propiziazione. L'apostolo è un cooperatore: con Cristo, in Cristo, per Cristo; lavora alla salvezza degli uomini comunicando ad essi i grandi beni della fede, della santità e della grazia. L'apostolato si può esercitare con la preghiera, la sofferenza, la parola, le opere, le edizioni, l'amministrazione dei sacramenti, l'educazione, le missioni ecc. Sempre è cooperazione. san Giuseppe, che accetta la sua missione: a Betlemme, in Egitto, a Nazaret, nella presentazione al tempio è sempre fedelissimo cooperatore.
I nostri sentano quanto sia bella e grande la loro missione: vedranno un giorno i grandi meriti acquistati. Oggi in molte anime vi è da una parte la tendenza ad appartarsi in una vita di semplice contemplazione; realizzare l' "attende tibi" fuga dal mondo! Chiudersi perciò in una vita di solitudine. In altre anime una grande tendenza alle opere di apostolato, considerando i grandi bisogni della società; realizzare l' "andate, predicate". Vita attiva, perciò spendersi, sopraspendersi. Ognuna delle tendenze è buona, quando si segue una divina chiamata. Non mancano però i pericoli d'illusione per le anime: o di segregarsi dal mondo in modo egoistico e forse per ignavia, per timore del sacrificio o della lotta contro il male: soldati che sfuggono di combattere. Oppure smania di opere senza la prima e principale cura, la vita interiore, la santità propria; pericolo di dimenticare la preghiera, principale mezzo di apostolato. Unire la vita contemplativa all'attività è la via più perfetta: ardere ed illuminare! Due sorte di meriti: santificazione propria e zelo della gloria di Dio. «Hoc enim faciens, et teipsum salvum facies et eos qui te audiunl>> [Facendo queste cose, salverai te stesso ecoloro che ti ascoltano] ( cfr. 1 Tm 4, 16). A san Giuseppe chiediamo la vita interiore, la santificazione propria nel silenzio, nell'intimità con Gesù e Maria, nel compimento dei doveri quotidiani, nell'esercizio delle virtù individuali e domestiche. Poi chiediamo lo spirito di apostolato, la cooperazione a Gesù Cristo ed alla Chiesa nella salvezza del mondo.
Senza la grazia noi faremmo come chi piantasse degli alberelli secchi; non gioveremmo a noi stessi. san Paolo nel suo inno alla carità scrive: «Se io parlassi le lingue degli uomini, e degli angeli, e non avessi amore, non sarei che un bronzo risonante od un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, o se avessi tutta la fede, così da trasportare i mondi, e poi mancassi di amore, non sarei nulla. E se anche distribuissi ai poveri quanto ho e consegnassi il mio corpo alle fiamme e non avessi la carità, non ne riporterei alcun giovamento » (lCor 13,1-3). Leone XIII propone san Giuseppe come modello del lavoratore. Egli fu operaio e maestro a Gesù nel lavoro. Mirabile il quadro che Maria compiva, quando, lavorando essa medesima, contemplava il suo santo sposo sudare in una dura fatica accompagnato al banco dal Figlio di Dio incarnato, creatore di tutto. Il lavoro, sia materiale, morale, intellettuale o apostolico, ci avvicina a Dio eterno e puro atto; a Dio, che conferì all'uomo la dignità di causa per l'imitazione del suo Creatore. Posto nel paradiso terrestre, «ut custodiret et operaretur eum» (Gn 2,15) [perché lo coltivasse e lo custodisse]. L'uomo venne poi condannato alla fatica come espiazione e come mezzo di vita.
E chi non lavora non procura la propria elevazione né ha diritto al pane: «Qui non laborat non manducat>> (2Ts 3,10) [Chi non lavora non mangi]; né può dispensare dal lavoro una posizione sociale privilegiata. Da una parte il lavoro, dall'altra la pazienza nel lavoro; da una parte tendere a migliorare in modo giusto la propria condizione, dall'altra sopportare i disagi delle strettezze; da una parte il lavoro in patria, dall'altra il lavoro di emigranti; da una parte comprendere, dall'altra essere compresi; da una parte la giustizia, dall'altra la carità; da una parte l'afflizione, dall'altra la consolazione, da una parte esigere il giusto, dall'altra dare il superfluo, da una parte la mano d'opera, dall'altra l'unione della fatica, col capitale, e con i frutti. Leone XIII ed i Pontefici successivi hanno indicato al mondo i grandi mali della società moderna, i difetti e doveri rispettivi delle classi, le giuste soluzioni nello spirito del Vangelo. In san Giuseppe il lavoro è stato sublimato; in lui un perfetto equilibrio di pensiero e azione; in lui pazienza, attività, carità per il bisognoso. «Nonne hic est faber? [Non è i/falegname?] (Mc 6,3) nonne hic estfabri filius?» [Non è costui il figlio del falegname?] (Mt 13,55). Solo gli insegnamenti dei Pontefici ed il sano concetto di democrazia cristiana prestano la medicina buona, insegnano a tutti la via giusta per la pace sociale e per il conseguimento dei beni futuri. Gesù e Giuseppe sono gli operai ideali.
La vita intima di san Giuseppe con Gesù fu per lui una sorgente continua di grazia, virtù, bene e consolazioni. Grande pena nella nascita di Gesù in una grotta, in estrema povertà, sopra un po' di paglia, in una greppia; ma grande gioia nel sentire i canti degli angeli e vedere l'adorazione dei pastori, nel prostrarsi innanzi al Bambino celeste, nel- 1' aprire tutto il suo cuore in un amore nuovo per il mondo. Grande pena pensando all'odio di Erode per il nato Messia, fuggendo in Egitto, vedendo i disagi del Bambino e di Maria in terra straniera; ma grande conforto nel trattenersi intimamente e soffrire con loro. Pene e gioie nel ritorno in Palestina, nell'arrivo dei magi, nel presentare Gesù al tempio, nella vita privata a Nazaret, nello smarrimento e ritrovamento al tempio. San Giuseppe sempre imparava, imitava, santificava se stesso. La sua vita di unione con Gesù era più elevata e feconda di meriti di ogni anima, anche la più eucaristica. L'unione nostra con Dio si perfeziona nelle sante meditazioni, negli esami di coscienza, nelle confessioni, nelle comunicazioni con Gesù sacramentato. Vi sono anime che poco sanno approfittare della messa, comunione, presenza reale di Gesù in mezzo a noi: « Vobiscum sum omnibus diebus» [Io sono con voi tutti i giorni] (Mt 28,20) e vi sono anime che invece crescono ogni giorno in grazia, consolazione, merito di vita eterna.
Beato Giacomo Alberione |