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EZECHIELE
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Il profeta Ezechiele visse alla fine del VI sec. a.C. e come Geremia di cui è contemporaneo, benché più giovane, vive nel periodo che va dall’assedio di Gerusalemme alla distruzione del tempio e deportazione in Babilonia. Era figlio di un sacerdote chiamato Buz (1,3) e sacerdote lui stesso. Il nome Ezechiele significa “Dio è forte” oppure “Dio rende forte”. Questo duplice significato gli si addice bene perché sperimenta che il Signore lo afferra con la sua mano, lo riempie della sua presenza e lo rende capace di opporsi e resistere ai suoi avversari. A differenza di Geremia, che svolge il suo ministero in patria, esortando il popolo a riconoscere il suo peccato (finché non è costretto ad andare in Egitto), Ezechiele lo svolge a Babilonia tra gli esiliati che soffrono gli effetti disastrosi del peccato. Il giovane Ezechiele vi era andato nel 597 a.C. con la sua famiglia nel contesto della prima deportazione cui presero parte i membri della casa reale e i notabili della città (2Re 24,10-17). Questo sfondo storico comune rende ragione di diversi punti di contatto tematici sia pure nella diversità letteraria e di prospettiva teologica. La profezia di Geremia ha uno sguardo storico-teologico e politico. Quella di Ezechiele è una teologia della storia nell’ottica dell’agire umano e dell’esercizio della libertà come responsabilità dinanzi al disegno divino. Quest’ottica lo porta a interpretare la caduta di Gerusalemme come paradigma del rapporto infranto tra Dio e il suo popolo e tra Dio e l’umanità. La profezia di Ezechiele, come quella di Geremia, si esprime anche con il corpo ma in modo diverso. Geremia agisce in pubblico davanti ai re, ai sacerdoti e al popolo; il ministero di Ezechiele si svolge nel segreto della sua casa. Il suo pubblico siamo noi che leggiamo il libro. Tra i temi comuni emerge l’alleanza che, spezzata dal peccato, per essere ristabilita ha bisogno di un cuore nuovo, che solo Dio può donare (cfr. Ger 31,31-33; Ez 36,24-29). A differenza del profeta Geremia, Ezechiele si esprime più con visioni e simbologie dal linguaggio inusuale che possono rendere la sua profezia di difficile comprensione (cfr. 1,3-8-11; 37,40-47). |
Di fatto, è una profezia ricca di fondamentali aspetti teologici che lo mostrano coinvolto a tutto campo nella sorte del popolo al punto che anche la sua vita si fa segno profetico. Come nell’imminenza della caduta di Gerusalemme gli Israeliti di fronte alla distruzione del santuario soffrono in silenzio, così il profeta perde la moglie amata (Ez 24,16) e gli viene proibito di fare lutto, soffrendo anche lui in silenzio. La sua origine sacerdotale rende ragione del linguaggio sacrale: date, misure (Ez 40- 48), simmetrie, casi di coscienza che risolve scendendo anche nella casistica (Ez 18) fino a concepire il peccato come impurità, il valore dato al sabato, la distinzione tra sacro e profano. Il libro di Ezechiele È importante capirne la struttura, per comprenderne il contenuto. L’opera si presenta in tre parti. La visione della gloria Un’annotazione temporale e una geografica aprono il libro: «Nell’anno trentesimo, nel quarto mese, il cinque del mese, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del fiume Chebar» (1,1). Questa datazione, consente di posizionare il ministero di Ezechiele dal 593 fino al 571 ed essa ha un significato anche teologico perché indica che la parola di Dio annunciata dal profeta è diretta al popolo concreto che vive in esilio. Lo testimonia la visione iniziale della gloria di Dio che dal tempio va tra i deportati (capp 1-3), gloria che si allontana dal tempio per i peccati abominevoli che in esso si commettono (Ez 8,1-18) e che poi ritorna al tempio nella nuova Gerusalemme, ricostruita secondo un modello ideale (Ez 40-48). La visione della gloria di Dio in terra straniera realizza la profezia di Isaia che invoca il cielo a squarciarsi (Is 63,19b). Ezechiele, infatti, vide che “i cieli si aprirono” e la parola del Signore scese come fuoco divorante su di lui che già sacerdote è chiamato ad essere profeta. Dal Nord, cioè dalla Giudea, vede avvicinarsi verso Babilonia una grande nube di tempesta nera e minacciosa, illuminata da lampi (v. 1,4). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Leggi il salmo imprecatorio 136/137 è domandati per quale motivo il popolo esiliato afferma di non poter cantare i canti di Sion in terra stranierà. Glielo impediscono i babilonesi o è una dichiarazione di fede che si oppone alla sottile tentazione di adattarsi all’ambiente pagano? 2) Che cosa suscita in te la scoperta che il nostro Dio non vive chiuso nei luoghi sacri e per salvare il suo popolo lo raggiunge, dove esso si trova, fossero pure luoghi maledetti? 3) Dopo avere contemplato questa certezza con l’incarnazione di Gesù che assume la fragilità umana per riscattarla e il suo mistero pasquale che lo fa discendere agli inferi per portarci nella luce della vita, presenta a Dio il tuo grazie e il tuo personale Magnificat. Suor Filippa Castronovo, fsp |