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DAVIDE.
SANTO E PECCATORE
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La vita di Davide può riassumersi in due titoli: “con la cetra e con la fionda”, quando da giovane pastore si prendeva cura delle pecore nel deserto; “lo scettro e la spada” quando, divenuto re, cade nelle insidie del potere (B. Costacurta). Il capitolo 11 del Secondo libro di Samuele si apre con queste parole: «All’inizio dell’anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme» (2Sam 11,1). Davide invia i suoi servitori in guerra, che allora era considerata una specie di occupazione, mentre lui ozioso si gode il suo successo. Ma l’ozio è padre di vizi, dice un proverbio! Comincia, pure, a delinearsi il lato oscuro del potere che corrompe senza pietà. Davide vede dalla finestra la bella Betsabea, moglie di Uria, uno dei guerrieri che Davide aveva mandato in guerra. La vicenda è nota: Davide si appropria di Betsabea, concepisce un figlio e poi maliziosamente vuole nascondere il suo peccato ingannando Uria, ma non riuscendovi lo mette in condizione di morire in battaglia (2Sam 11,1-14). Al peccato di adulterio, per salvare il proprio prestigio, segue la menzogna e poi l’omicidio. Dio, allora, gli manda il profeta Natan, che facendo leva sul senso di giustizia che Davide era convinto di avere e di praticare, narra una vicenda dinanzi alla quale Davide assume l’atteggiamento del giudice che fa giustizia.

Una parabola che smaschera

L’arringa del profeta è, di fatto, una «parabola». La vicenda è lineare e di facile giudizio (2Sam 12,1ss). Proprio per questo è più insidiosa di un discorso astratto perché quando si applica alla realtà concreta coinvolge i personaggi che ascoltano e fa loro prendere posizione. Davide, infatti, ascoltata la storia, irato per l’ingiustizia subita dall’innocente,

dice: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata» (vv. 5.6). Il profeta ribatte, senza mezzi termini: «Tu sei quell’uomo!”». Natan poteva accusarlo subito ed invece narra una parabola che consegue due scopi. Da una parte ritarda la confessione di Davide che deve attendere la fine della storia per prendere posizione, dall’altra offre al lettore il tempo di capire le mosse di Natan che gioca sul senso di giustizia di Davide, il vero impostore della parabola, e di Davide verso sé stesso, incapace di capire che il profeta parla di lui e del potere che lo aveva sedotto. La parabola è un genere comunicativo molto importante! Domandiamoci: Davide che si era comportato da impostore, ladro e tiranno e dinanzi a Natan recita il ruolo del giudice giusto è consapevole dei suoi doveri? Sta, forse, vivendo l’ebbrezza del potere che gli fa credere che a lui tutto è concesso? Fino a quando, grazie alla parabola, Natan, non pronuncia quelle parole: “Tu sei quell’uomo”. Solo allora, perdute le sue difese, confessa umilmente il suo crimine. La condanna pronunciata da Davide si trasforma immediatamente in auto-condanna. Lui che a Natan aveva assicurato che l’uomo ricco il quale aveva sequestrato al povero pastore l’unica pecorella che possedeva, avrebbe dovuto pagare quattro volte tanto (cfr. 2Sam 12,5-6). Davide perde quattro figli: il figlio avuto da Betsabea (12,18), Amnon (13,29) Assalonne (18,14-15) e Adonia (1Re 2,25).
Il peccato provoca in Davide una sconnessione profonda: in quanto re applica agli altri le norme da osservare ma dispensa sé stesso dall’osservarle. L’incontro con Natan è, allora, l’incontro tra Dio e Davide, tra Davide e sé stesso. Natan è la coscienza profonda di Davide. Il narratore, dopo averci fatto osservare la simulazione di Davide, ne esplora il cuore e ci aiuta a capire come la persona umana può ingannare se stessa ed esserne, a volte, inconsapevole. Questo perché è caduto – come dice Papa Francesco – «a un passo dall’entrare nella corruzione… così il santo re Davide, peccatore ma santo, diviene corrotto… ma Davide, che aveva ancora il cuore nobile riconosce di aver peccato e la sua colpa. Natan gli dice: “Il Signore perdona il tuo peccato, ma la corruzione che tu hai seminato crescerà. Tu hai ucciso un innocente per coprire un adulterio. La spada non si allontanerà mai dalla tua casa… Dio perdona il peccato, Davide si converte ma le ferite di una corruzione difficilmente guariscono”».

Storia di peccato e di perdono

Con grande sorpresa notiamo che al racconto di questo duplice e orribile peccato segue una stupenda storia di giudizio e di perdono. Davide, secondo la Torah, meritava la morte (cfr. Lev 20,10; Dt 22,22) ma per la promessa di Dio alla sua casa (2Sam 7) la morte non ricadrà su di lui ma sul figlio che nascerà. Come non stupirsi dinanzi alla sfida di Davide contro Golia, che per difendere il popolo di Dio, rischia la vita con l’agire immorale, quando giunge al successo, che lo rende ladro, omicida e simulatore? Che cosa vuole comunicare l’autore sacro con queste narrazioni? Una prima considerazione fa capire che l’autore sacro narrandoci la realtà complessa di Davide, vuole presentarcelo una persona che ci appartiene, uno come noi, uno tra di noi nella cui esperienza possiamo leggere le nostra. Sono storie con cui l’autore sacro vuole sorprenderci per provocare in noi una trasformazione / conversione. Davide non vive libero da problemi e tentazioni ma è una persona vera la cui esperienza profonda è così reale che diventa pagina scritta, Scrittura. La sua storia può trasformare il lettore che, se si riconosce in essa, può compiere il cammino di pentimento di Davide e divenire testimone della misericordia di Dio. In pratica i capitoli 2Sam 11-12 esplorano la malvagità del peccato umano che è arroganza e abuso di potere. Dio nella sua misericordia libera il suo eletto dall’ autoinganno e dalla doppiezza. La storia di Davide è parola di Dio perché, in questo mondo dove la perfezione umana è irrealizzabile. Nel peccato di Davide vediamo il nostro peccato e nel suo pentimento sincero, scopriamo la via del ritorno. Il salmo 51 ha come titolo: “Quando il profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea». Lo preghiamo ogni venerdì nelle lodi del mattino, per continuare a meditare questa esperienza e tracciare il giusto cammino di conversione.

Davide re con il cuore di padre

Un altro aspetto che avvicina Davide alla vita di ogni persona è il suo cuore paterno che gli fa mettere in secondo piano le ragioni di stato. Sono gli eventi che riguardano il rapporto con il figlio Assalonne che vuole sottrargli il trono (cfr. capp. 15-19). A differenza di Saul che, per prendere il potere, è disposto a uccidere il figlio Gionata, Davide attende che Assalonne ritorni da lui vivo (2Sam 18). Sembra persino patetico vederlo attendere una buona notizia e sperare che l’uomo che gli corre incontro, proprio perché è uno solo, lo assicuri che il figlio è vivo. «Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: “Se è solo, ha in bocca una bella notizia”. Quegli andava avvicinandosi sempre più. La sentinella vide un altro uomo che correva e gridò al guardiano: “Ecco un altro uomo correre tutto solo!”. E il re: “Anche questo ha una bella notizia”» (2Sam 18,24-26). Davide è re ma il suo cuore di padre gli fa distorcere la realtà. Per i combattenti la vittoria consiste nella sconfitta di Assalonne, per Davide la vittoria è nel ritorno del figlio, sano e salvo anche se assassino. Quando viene a sapere che Assalonne è morto intona il toccante lamento: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio! (2Sam 19,2). Nel dolore di Davide, si scorgono le parole che ogni genitore, come in una preghiera universale, direbbe per la morte del proprio figlio. Mentre il generale Ioab pretende che Davide si comporti come re, Davide si comporta come padre cui interessa la vita del figlio più che il potere (2 Sam 19,6).

Una sottile tentazione

Un’altra grave tentazione di Davide è quella di credere che il regno sia opera sua e gli appartenga. Decide, con la sottile soddisfazione di essere divenuto potente, di fare il censimento del popolo: «Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: “Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza». Dio gli manda il profeta Gad che lo corregge facendogli scegliere uno di questi tre castighi: la carestia, la guerra o la peste. Davide poteva scegliere la carestia e andare a comperare il grano da altri popoli, la guerra fidandosi delle sue capacità di guerriero. Sceglie invece la peste perché da essa soltanto Dio poteva liberarlo. Commovente la sua fiducia nella misericordia di Dio: «E meglio cadere nelle mani di Dio che nelle mani degli uomini perché la misericordia di Dio è grande!» (2Sam 24). Quando il popolo muore ha il coraggio di gridare a Dio, con i sentimenti del vero pastore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!». Dopo aver offerto sacrifici al Signore il popolo è liberato da quel flagello. Davide, in definitiva, è come lo specchio di ognuno di noi, divenuto grande cade nell’abuso di potere; manipola le persone; diventa un “uomo politico” freddo e cinico ma lo distingue la qualità della sua fede nutrita dal pentimento e dalla preghiera che lo rendono grande.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) I grandi personaggi biblici sono modelli di fede non perché non abbiano avuto problemi, ma perché si lasciano correggere da Dio – «perché se il giusto cade sette volte, egli si rialza, ma i malvagi soccombono nella sventura» (Prv 24,16) – rendendo la loro vita un inno alla sua misericordia. Prega il Salmo 51 facendo tuoi i sentimenti di Davide.

2) «La domanda fondamentale, che facevamo a noi stessi, nella breve sosta, esaminando il passato e scrutando l’avvenire, era questa: queste Famiglie nelle loro costituzioni, spirito, apostolato, organizzazioni hanno una spiritualità ed apostolato per cui possono dare dei santi al cielo e degli apostoli alla Chiesa? Nessuno ha sollevato un dubbio. E l’Autorità da noi invitata ci ha voluto vedere ben dentro; e anche da parte di Essa nessun dubbio. Sono stati dieci mesi di lavoro e di preghiera: ora i documenti pontifici mettono un sigillo chiaro e sicuro: sta a noi eliminare deficienze, vivere più perfettamente la nostra vita voluta da Dio»
(CVV. 237; cfr. AD 216.219). Come risuonano nel tuo cuore queste parole del Fondatore alla luce dell’esperienza di Davide?

Suor Filippa Castronovo, fsp