Secondo alcuni autori la vocazione profetica gli fu rivolta al tempo di Giosia, secondo altri al tempo del re Ioiakim.
«All’inizio del regno di Ioiakim figlio di Giosia, re di Giuda, fu rivolta a Geremia questa parola da parte del Signore. Così dice il Signore: Va’ nell’atrio del tempio del Signore e riferisci a tutte le città di Giuda che vengono per adorare nel tempio del Signore tutte le parole che ti ho comandato di annunciare loro; non tralasciare neppure una parola» (cfr. Ger 26,1-2).
Durante il tempo di Giosia, Geremia è molto giovane ma si nutre della Parola o libro della Legge che era stato trovato nel Tempio (cfr. 2Re 22-23).
La chiamata profetica non arriva improvvisa a uno che non credeva in Dio ma è richiesta di impegno che Dio rivolge proprio a lui perché innamorato e “sedotto” dalla Parola, che riteneva suo nutrimento, potesse correggere e orientare il popolo che andava verso la deriva.
Se Geremia nasce nel 627 a.C. e comincia a profetizzare nell’anno 609, all’inizio del suo ministero poteva avere 18 anni.
La sua profezia richiama il profeta Amos per il linguaggio e le visioni; mentre richiama Osea per l’immagine sponsale di Dio con il suo popolo; infine riattualizza la polemica contro il culto esteriore e la religiosità formale di Isaia e di Michea.
Leggendo il libro siamo sollecitate a scoprire due piste di lettura bene intersecate.
La prima riguarda la persona del profeta, identificato con la Parola che annuncia, nella collocazione spazio temporale dove vive la sua vicenda storica e interiore dai tratti inconfondibili. La seconda riguarda il libro composto con molta probabilità molto tempo dopo gli eventi narrati, per opera dei suoi discepoli che dopo aver letto, meditato i suoi insegnamenti li raccolsero e riordinarono alla luce di una nuova situazione.
Il libro così organizzato potrebbe paragonarsi a una miniera di diamanti, ognuno dei quali racchiude una sua ricchezza e specificità che richiede impegno e passione per poterla comprendere in profondità.
Dio accusa il popolo di averlo abbandonato
Il canone biblico ce lo consegna in due grandi sezioni. Nella prima parte (cc. 1-25), dopo il racconto della vocazione (1,1-19), il profeta a partire dal versetto 2,2 si fa voce dell’accusa che Dio rivolge al suo popolo, colpevole di averlo abbandonato in modo insensato (cfr. 2,10-13), tanto più che la loro relazione, fin dall’inizio, era segnata da tenerezza e amore (2,2-3).
L’appello divino non raggiunge il suo scopo e il popolo anzi insiste nell’allontanarsi da Dio in modo irreparabile (2,25). Unica condizione per riavere la vita è il ritorno: «Torna Israele ribelle!» (3,12-13).
A partire da 4,5, il profeta annuncia, suo malgrado (cfr. 1,13, la visione della pentola bollente), la discesa di un nemico dal nord, portatore di un giudizio che si abbatterà sulla città santa (4,5-31; cfr. 1,15-16).
Dio, per primo, dinanzi a questa prospettiva soffre, fino a piangere: «Se non ascolterete, io piangerò in segreto la vostra superbia; il mio occhio verserà lacrime, perché sarà deportato il gregge del Signore» (13,17).
E il profeta, suo malgrado, deve annunciare la parola del Signore: «Ho ritirato da questo popolo la mia pace, la mia benevolenza e la mia compassione, perché avete agito peggio dei vostri padri; ognuno di voi, infatti, segue la caparbietà del cuore malvagio rifiutandosi di ascoltarmi» (cfr. 16,1-18).
Questa visione della realtà causa al profeta derisione e accuse offensive, perché nessuno vuole vederla e accettarla.
Egli, come Isaia (cfr. 1,11-18) e Michea (cfr. 6,8), fedele alla sua vocazione, non teme di criticare la religiosità di facciata e la fiducia formale nel Tempio.
Ne nasce un conflitto con le autorità religiose e politiche.
I capitoli 21-24 biasimano la monarchia davidica, la classe dirigente e i falsi profeti la cui parola è paragonabile ai sogni effimeri e alla paglia che non ha consistenza mentre la parola di Dio è efficace «come il fuoco e come un martello che spacca la roccia» (cfr. 23,9-40).
Il peccato è divenuto endemico: «Il peccato di Giuda è scritto con uno stilo di ferro con una punta di diamante» (17,1; cfr. Ger 3,17; 7,24).
Il profeta è, drammaticamente, coinvolto nella tragedia della comunità infedele verso Dio che vuole riportare a Dio, ma viene rifiutato. È coinvolto in Dio che lo ha chiamato e “sedotto”, ma dal quale si sente amato ma anche abbandonato. Così è mandato al popolo e impedito di intercedere per la sua sorte (11,14; 15,1) come testimoniano le vibranti “confessioni” di alcuni in terza persona, di altri in prima persona.
Esse sembrano aprirci una finestra sulla sua anima così da poter conoscere le esperienze dolorose vissute durante il suo ministero (11,14-12,6; 15,1-21; 17,14-18; 18,18-23; 20,7-18).
Allo stesso tempo, proprio perché impregnate dai Salmi, con i quali il profeta esprime il suo stato d’animo, e da testi di Giobbe, le confessioni rappresentano una metafora delle vicende della comunità postesilica sofferente e oggi possono accompagnare i chiamati al ministero della Parola che dona gioia e letizia al cuore, ma provoca anche opposizione e rifiuto, sofferenze e dubbi, ma che, comunque, è un ministero sempre sorretto dal Signore.
Fine della monarchia e promesse
La seconda parte (cc. 26-52) narra gli eventi della fine della monarchia.
Si distinguono il “libro della consolazione” (cc. 30-31) e gli “oracoli contro le nazioni” (cc. 46-51).
I capitoli 26-29 mostrano che la sua profezia è differente da quella consolatoria dei profeti di corte.
Il cap. 26 evidenzia bene quest’ostilità: Geremia, che profetizza nel tempio contro Gerusalemme, viene condotto in tribunale ma ottiene la salvezza affrontando il processo (26,16) mentre incombe l’attuazione di una sentenza di morte (26,11).
Il cap. 28 presenta uno scontro fra Geremia e Anania, uno dei profeti oppositori. Anania, mediante l’atto simbolico della rottura del giogo di legno che Geremia porta sul collo, annuncia che entro due anni il giogo della Babilonia verrà spezzato e gli arredi sacri del Tempio, portati via dai Babilonesi nel 597, torneranno insieme con i deportati (vv. 2-4).
Geremia vorrebbe che queste parole fossero vere (28,6), ma siccome sa che sono illusorie e devianti, se ne va in silenzio accettando di essere definito “profeta di sventura” e ponendo alcuni criteri per distinguere il vero dal falso profeta (28,7-8).
Con il suo silenzio afferma che non può annunciare la parola di Dio quando vuole o come gli farebbe comodo, dicendo agli uditori ciò che piace loro sentirsi dire, per ricevere consensi.
Essendo autentico profeta, come affermerà l’apostolo Paolo, proclama il messaggio divino “quando” e “come” gli viene comandato, coinvolgendovi la sua stessa vita (cfr. 2Cor 2,17; 4,19).
Per questo, pur andando incontro a calunnie, derisioni e persecuzioni (cfr. 38,4) annuncia che la salvezza avverrà nella sciagura, cioè nella deportazione in Babilonia.
La vita permarrà passando per la morte. Occorre accettare la fine di una storia di infedeltà e di menzogne perché ci sia un nuovo inizio nella fedeltà. La storia gli darà ragione, confermandolo vero profeta! Quando il popolo è condotto in esilio e tutti vedono distruzione e morte, Geremia scrive ai Giudei deportati una meravigliosa lettera per esortarli a non perdere la speranza ma a vivere gesti di pace e fratellanza: «Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro» (29,7).
Il profeta, etichettato profeta di sventura, appare profeta di speranza, che annuncia l’amore fedele di Dio per il suo popolo. Importantissimo è il capitolo 36 che testimonia il valore della Parola scritta. Il re Ioachim, irato per gli oracoli di Geremia, fa rompere a pezzetti il rotolo che Baruc aveva scritto e decidendo la morte per entrambi.
Ma il rotolo viene riscritto, anzi, vi si aggiungono altre parole. Il messaggio è chiaro: il profeta può morire ma non il libro che contiene la Parola, essa è indistruttibile.
La vicenda di Geremia rifiutato, perseguitato, reso forte da Dio, illumina quella di Gesù, che rigettato dagli uomini diviene pietra angolare (Mt 21,42; 1Pt 2,7).
Gli apostoli nella vicenda di Geremia capiscono che Dio salva nella sofferenza, che la salvezza passa per la morte, che il Messia “doveva soffrire”. Geremia muore esiliato in Egitto come in un anti-esodo, Gesù muore sulla croce ma il terzo giorno risorge realizzando la parola che Dio rivolse a Geremia: «Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,18).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) In Geremia 2,13, il profeta paragona gli effetti delle infedeltà del popolo a cisterne che non contengono acqua. Che cosa ti richiamano nella vita di oggi?
2) Leggi la lettera agli esiliati (Ger 29,1-14). Perché non devono perdere la speranza in un futuro migliore? Che cosa devono fare per trasformare un luogo di morte in un luogo di vita?
3) Quali gli elementi che rendono Geremia figura del Messia sofferente? In che senso la sua Parola annuncia la radicalità del mistero pasquale?
Suor Filippa Castronovo, fsp
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