diverse: una tendenza vuole centralizzare il potere politico nelle mani del re, sulla scia degli altri popoli; mentre un’altra, letteralmente opposta, insiste nell’ideale delle origini che considera Dio l’unica autorità.
Il desiderio di avere un’autorità centralizzata nelle persona di un re, in realtà, emerge dal tempo dei giudici: «In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva meglio» (Gdc 17,6; 18,1; 19,1; 21,25).
Considerando che questi testi sono stati scritti, forse, in epoca postesilica, l’istituzione della monarchia di cui si narrano le origini è interpretata alla luce dell’infedeltà dei re all’alleanza che provocò l’esilio. In questa prospettiva, Samuele personifica la comunità postesilica convinta di avere in Dio il suo unico re e certa che la sua unità religiosa è centrata in Gerusalemme e nell’unico Tempio del Signore.
Samuele, perplesso dalla richiesta di un re, interroga Dio su ciò che deve fare (vv. 7-9). La risposta è complessa.
Nell’ottica di Samuele la richiesta di un re è un rigetto della regalità di Dio, vero e unico re del suo popolo, e conferma l’infedeltà del popolo come avvenne nella storia passata.
Quindi presenta i rischi della monarchia che sono evidenziati nel ripetersi del verbo “prendere” in numerosi versetti (8,11.13.14. 16.18) che mettono in guardia dall’abuso del potere centralizzato. Il re “prende” i figli per l’esercito (vv. 11-12), “prende” le figlie per il suo harem (v. 13), “prende” i campi, le vigne, i migliori oliveti come mercede per i propri ministri insieme alla decima della tassazione (vv. 14-15), “prende” mano d’opera e bestiame domestico per i propri lavori (v. 16), insieme alla decima sul bestiame d’allevamento (v. 17) che rende “schiavi” gli stessi cittadini.
Il popolo che Dio liberò dalla schiavitù e al quale diede una terra dove vivere la libertà, con un re diventerebbe esso stesso «casa degli schiavi» per i propri figli come lo fu la terra d’Egitto.
Questi versetti sono la più aspra critica alla monarchia nell’Antico Testamento. Il potere centralizzato fa accumulare la ricchezza che appartiene a tutti nelle mani del re e di pochi a lui vicini.
Conclude: «Allora griderete in quel giorno a causa del vostro re che vi siete scelto, ma il Signore non vi ascolterà» (v. 18), ricorda 1Sam 7 quando Dio, invece, aveva ascoltato il popolo che si era pentito. Dio non risponderà a causa dell’agire sbagliato del popolo e dei capi che chiude ogni possibilità di dialogo. Le parole di Samuele non convincono gli anziani.
Regni pure un re su di loro ...
«Il popolo rifiutò di ascoltare la sua voce e gridò: “No, ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”. Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. Rispose il Signore a Samuele: “Ascoltali; regni pure un re su di loro”. Samuele disse agli Israeliti: “Ciascuno torni alla sua città!”» (1Sam 8,19-22).
Come interpretare l’agire di Dio che non vuole un re ma non impedisce al popolo di fare la sua scelta?
Il discorso di Samuele più che una critica alla monarchia giudaica in sé stessa è una critica radicale al potere che genera ingiustizie ed emarginazioni.
Le strutture in sé stesse sono neutre. Il loro uso le rende buone o cattive. Diceva Gandhi: «Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere il mondo potrà scoprire la pace».
Il nostro Fondatore, a sua volta, ci insegnò che i mezzi moderni, considerati al suo tempo pericolosi, potevano e dovevano essere usati come strumenti propizi dell’evangelizzazione: «Le nostre librerie sono centri di apostolato; l’indicazione è il Vangelo con l’immagine di S. Paolo; non sono negozi, ma servizio ai fedeli... centri di luce e calore in Gesù Cristo; non si mira a dominare, ma a servire la Chiesa e le anime». Ebbe, però, parole dure verso le librerie se diventassero luoghi di commercio: «Di librerie sante il Signore ve ne faccia aprire una per diocesi; le librerie vane le voglia chiudere tutte» (CVV 34, 1933).
Israele potrà prosperare anche con la nuova struttura monarchica se vive nell’obbedienza alla parola del Signore e se i re l’assumeranno come norma di vita (Dt 17,14-20).
Samuele stesso nel bilancio della sua vita annota: «Se temerete il Signore, se lo servirete e ascolterete la sua voce e non sarete ribelli alla parola del Signore, voi e il re che regna su di voi vivrete con il Signore vostro Dio» (1Sam12,14) ma avverte: «Se invece vorrete fare il male, voi e il vostro re sarete spazzati via» (12,25).
La storia della monarchia, purtroppo, è percorsa dalla corruzione perché la tentazione di avere potere è forte e il potere usato male acceca gli occhi, indurisce i cuori e semina vittime ovunque.
Nei libri dei Re ricorre frequente questa considerazione: «Il re fece ciò che è male al Signore» (cfr. 2Re 21,2.20).
La tentazione di vivere il potere per il proprio vantaggio deviò perfino Davide che commisse gravi abusi (cfr. 2Sam 11,27; 24,10).
Gesù pronuncia parole dure contro quelli che usano il potere di qualsiasi tipo per sfruttare. Può trattarsi del potere religioso o culturale: «Guai a voi, dottori della Legge, che caricate di pesi insopportabili» (cfr. Lc 11,46; cfr.1Cor 8,11; Rm 14,15). Ai discepoli Gesù dice: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (cfr. Mc 10,41-45).
Re Saul: uomo bello e forte
Samuele, dunque, dopo aver fatto riflettere gli anziani sulla propria identità di popolo che appartiene a Dio per decidere come vuole vivere la vocazione alla libertà ricevuta al Sinai, consacra re Saul, uomo bello e forte.
La storia di Saul si rivela tragica: scelto da Dio, si ritrova rigettato e abbandonato dal Signore che l’aveva scelto.
Le fonti che la narrano sono diverse. Saul in ricerca delle asine che aveva smarrito, si reca dal veggente per sapere dove cercarle. Samuele, illuminato del Signore, in questo giovane di bella presenza della tribù di Beniamino, vede la persona scelta dal Signore e così prende l’ampolla dell’olio e lo consacra “nagid”, capo, sopra Israele. Questo termine può anche significare capo alla stregua dei giudici (10,1).
A questa unzione ne seguono altre due: a Mizpa (10,17) e a Galgala (11,15) dove viene presentato al popolo.
Saul dal punto di vista politico promosse i primi passi dalla solidarietà tribale alla monarchia.
Dal punto di vista caratteriale è descritto con una personalità instabile se non “doppia” che lo trascina tra decisioni positive e negative e lo fa vivere tra amore e odio, come ad esempio verso Davide.
L’elemento determinante che causò la sua condanna, secondo l’autore sacro, è aver esercitato la sua autorità in campo cultuale, ruolo che non gli spettava (cfr. 13,11-13). E in seguito lo condannò perché aveva disobbedito al comando del Signore riguardo al bottino perché «obbedire è meglio del sacrificio» (1Sam 16,22-23).
Samuele, come diranno i profeti successivi, afferma che il culto non conforme a quanto Dio vuole scende al livello della idolatria.
Samuele: uomo di Dio in un tempo che cambia
Molti esegeti fanno notare che la visione negativa su Saul risente della sua posizione intermedia tra Samuele che lo ha consacrato e Davide che gli succederà come re al suo posto.
Samuele, che mediò questa transizione politico/religiosa, pagò un conto personale alto. Costretto, anzitutto, a smussare il suo punto di vista antimonarchico, come profeta dovette guidare il popolo nel discernimento e vincere le resistenze di quella parte che non voleva il re.
Visse la delusione per il percorso negativo di Saul, tanto da doverlo sostituire: «Allora fu rivolta a Samuele questa parola del Signore: “Mi pento di avere costituito Saul re, perché si è allontanato da me e non ha messo in pratica la mia parola”. Samuele, turbato, alzò grida al Signore tutta la notte» (1Sam 15,10).
Segue il capitolo 12 definito il “testamento” di Samuele (1Sam 12,1-25) che richiama altri “discorsi d’addio” (cfr. Dt capp. 29-30): quello di Gesù (Gv 17) e di Paolo (Atti 20,17-38).
Samuele ormai vecchio, davanti al popolo, testimonia la sua onestà verso il popolo e la disponibilità assoluta a Dio nell’esercizio del ministero. Come condizione per il futuro indica al popolo di vivere l’Alleanza, con rettitudine, nel pentimento, nella preghiera e nel «riconoscere le grandi cose che Dio ha operato con voi» (1Sam 12,24).
A differenza di Elia, scompare dalla scena, senza eventi straordinari, in coerenza con la sua vita vissuta nel servizio disinteressato all’opera di Dio, esercitando i ruoli che le necessità richiedevano. Come profeta legge i “segni di Dio” nella storia, come giudice fa emergere la verità, come sacerdote intercede per il popolo presso Dio.
Il segreto della sua “riuscita” risiede nel fatto che non lasciò andare a vuoto una sola la parola del Signore (cfr. 1Sam 3,19) ma l’ascoltò con cuore docile e la trasmise fedelmente.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) Leggi 1Sam 12, 1-25. Sintetizza il ritratto che Samuele offre di sé stesso e le indicazioni di vita che dona al popolo. Quali valori lo definiscono? Quale consegna lascia al popolo?
2) “Non temete”: confronta le indicazioni che Samuele dà al popolo come garanzia di futuro con il nostro programma carismatico. Che cosa il popolo non doveva temere? E noi, oggi?
3) “Abbiate il dolore dei peccati”: di che cosa il popolo doveva pentirsi e a che cosa doveva fare attenzione? E noi, oggi?
4) “Di qui voglio illuminare”: come il popolo doveva manifestare la presenza del Signore in mezzo ad esso? E noi, oggi?
Suor Filippa Castronovo, fsp
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