L’intreccio del racconto
Il racconto inizia così: «Naaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. Quest’uomo, forte e coraggioso, era lebbroso» (2Re 5,1). Come poteva un malato di lebbra circolare liberamente!
Il testo allude al significato allegorico della lebbra che è vuoto di vita, esperienza di morte sociale, dalla quale solo Dio può liberare. Ecco il contrasto: Naaman “uomo forte e coraggioso” di fatto a causa della lebbra è fragile, privo della vita che sembra avere.
Ed ecco un barlume di speranza: «Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Naaman». Non sappiamo il suo nome, non conosciamo la storia né come i padroni la trattassero ma osserviamo che ha il compito di indicare la direzione da seguire, secondo la sua fede. La fanciulla mossa da compassione per i suoi padroni presenta la sua soluzione: «Essa disse alla padrona: “Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra”».
Naaman, informato dalla moglie di questa possibilità, si reca dal suo sovrano per chiedere il permesso di andare in Israele. Il re di Siria scrive una lettera per il re d’Israele a favore del suo generale malato. La via scelta dal re si rivela sbagliata e rischia di provocare un incidente diplomatico. La comunicazione viene fraintesa.
In realtà la serva suggeriva di rivolgersi al profeta Eliseo, povero e uomo di Dio; mentre il re domandava la guarigione al potente di turno, il re di Israele. Il re di Samaria considera la richiesta come un tranello.
Nella Bibbia la guarigione dalla lebbra era paragonata ad una risurrezione dai morti, come si evince dalla reazione del re d’Israele «che si stracciò le vesti dicendo: “Sono forse Dio per dare la morte o la vita...? Egli cerca pretesti contro di me”» (cfr. 2Re5,6-7).
Eliseo venuto a conoscere la situazione, secondo il suo stile, senza essere invitato, interviene e manda a dire al re: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele» (5,8).
Naaman si avvia da Eliseo ma con l’atteggiamento di chi va al supermercato per comprare qualcosa con il proprio denaro. L’uomo di Dio, al contrario, lo sollecita a fare dei passi interiori che conducono al cambiamento del cuore.
Convinto di incontrare il profeta, Naaman vede venirgli incontro il suo servo che gli porta il messaggio del profeta di andare a bagnarsi sette volte nel Giordano.
Il generale siro si adira e decide di tornare nel suo paese. Ed ha le sue ragioni (2Re 5,11-12). Naaman è un generale famoso non uno senza importanza! E il profeta non gli ha rivolto direttamente la sua parola. Inoltre gli chiede di lavarsi al fiume Giordano come se fosse superiore ai fiumi del suo paese. Aveva fatto tutto quel viaggio solo per immergersi in un fiume? Dove sono i riti religiosi corrispondenti ad un’azione miracolosa che invoca le divinità? L’indicazione di Eliseo è troppo semplice, ordinaria, per essere accolta da un “grande”!
L’atteggiamento di Eliseo è, pure, insolito. Egli che è sempre in cammino, in questo episodio è fermo e fa camminare gli altri. Con il suo atteggiamento in apparenza distaccato vuole provocare in Naaman un cammino di fede nel Dio d’Israele e non un legame con lui. La guarigione di Naaman non dipende da lui, ma dall’obbedienza alla Parola.
Ed ecco entrare in scena i servitori, che con il buon senso dei semplici, lo fanno ricredere: «Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: “Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito”» (2Re 5,13).
Naaman si calma, non si offende, si arrende, e con un gesto di umiltà “scende”, toglie la sua armatura, si cala nelle acque del Giordano, si lava per sette volte – cioè aderisce completamente alle parole del profeta – ed è guarito (cfr. 2Re 5,14).
«La lezione è grande! L’umiltà di mettere a nudo la propria umanità, secondo la parola del Signore, ottiene a Naaman la guarigione» (cfr. Francesco, 23/12/2021).
La guarigione fisica di Naaman è trasformazione interiore che lo rende una “creatura nuova”. Ha dovuto però accettare la sua realtà di uomo debole che doveva ricevere la salvezza come dono da Uno più grande. L’uomo potente ritorna “bambino” e il generale importante diviene “servo” del Dio di Eliseo.
La guarigione segna l’inizio della sua conversione: «Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono [berakà] dal tuo servo» (2Re 5,15).
Eliseo non vuole nulla in cambio per la sua guarigione perché è dono di Dio che opera gratuitamente. Per ottenerla non servono le raccomandazioni dei potenti o i beni che Naaman possedeva.
A Eliseo che non vuole accettare nessuna ricompensa, Naaman che si ritiene debitore chiede proprio lui un dono speciale: «Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore (5,17)».
Quel pezzo di terra sarà per lui il “luogo sacro” dove fare memoria del Dio che lo ha guarito e adorarlo. Sa tuttavia che tornando nella sua casa dovrà convivere con una realtà religiosa diversa. Quando dovrà accompagnare nel Tempio di Rimmòn il re questi si inginocchia davanti alla statua del suo dio, e poiché si appoggia al suo braccio destro, anche Naamann a malincuore si deve prostrare, compiendo un gesto di idolatria (cfr. v.18). Ma assicura che, anche se dovrà farlo, il suo cuore adorerà soltanto il Dio d’Israele che lo ha reso nuovo.
Eliseo conosce bene le leggi di Dio, ma sapendo di trovarsi di fronte a una persona costretta a vivere “due lealtà” al Dio vero che ha incontrato e al suo sovrano, si comporta da vero pastore che guarda la sincerità del cuore. Quindi lo assicura dicendo: «“Shalom”: vai in pace» (5,19).
Il miracolo ottenuto da Naaman è la trasformazione di un “nemico” nel servo del Signore e il passaggio da una vita segnata dalla lebbra a un’esistenza che sarà dedicata al servizio del vero Dio. Naaman si dichiara “servo” del profeta e del Dio che Eliseo serve ben cinque volte nei versetti 14-18.
Se non vi fossero stati i “servi” che, nella loro semplicità, si fecero strumenti di salvezza, Naaman sarebbe rimasto lebbroso. L’ascolto delle parole di una schiava ebrea (“serva”) conduce il generale arameo da un profeta straniero (v. 3). E davanti al comando di Eliseo, altri “servi” convincono Naaman a obbedire, facendosi piccolo (v. 13). Una fanciulla ebrea, serva della moglie di Naaman e i servi di Naaman – due categorie sociali senza potere – rivelano che Dio dona ai grandi di questo mondo salvezza tramite gli “umili della terra”.
Un finale inatteso ma attualissimo
La logica del dono vissuta da Eliseo e da Naaman sfugge a Ghecazi, il servo di Eliseo, che mentendo a Naaman e al profeta, insegue il ricco generale per ottenere, con l’inganno, almeno una parte dei doni rifiutati da Eliseo (5,20-27).
Divorato dalla lebbra dell’avidità, cede alla tentazione di approfittare della generosità di Naaman. Dopo aver vissuto accanto ad Eliseo, capace di risolvere questioni internazionali senza cercare il proprio interesse e dare consigli su come guarire da malattie mortali, Ghecazi non comprese la logica della gratuità e non incontrò il volto di Dio salvatore.
Per la sua durezza di cuore diviene lebbroso, secondo la parola di Eliseo: «La lebbra di Naaman si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre» (5,27).
«Se tu scegli questa via del denaro alla fine sarai un corrotto. Il denaro ha questa seduzione di farti scivolare nella tua perdizione. Per questo Gesù è tanto deciso: non puoi servire Dio e il denaro, non si può: o l’uno o l’altro... che il Signore aiuti tutti noi a non cadere nella trappola dell’idolatria del denaro» (cfr. Francesco, 21/09/2013).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) Il ruolo umile ed efficace dei “servi” che, senza fare chiasso, cambiano i potenti chi altro ti richiama nella Bibbia e nella tua esperienza? Medita 1Cor 1,27; Mt 11,25. Medita il Magnificat di Maria.
2) La figura di Ghecazi quale parola o parabola di Gesù e quale dei personaggi che lo seguono ti ricorda? Che cosa questa considerazione provoca in te?
Suor Filippa Castronovo, fsp
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