del popolo, il pericolo di una nuova schiavitù perché essi, come gli egiziani di un tempo, vogliono dominarlo e annientarlo.
Il testo inizia senza indicazioni cronologiche: «In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei» (1Sam 4,1b). Gli israeliti furono sconfitti e molti morirono.
Gli anziani, dinanzi alla inaspettata sconfitta, anziché interrogarsi sulla infedeltà del popolo all’Allenza che ne causò la rovina, accusano il Signore di averli posti nelle mani dei Filistei.
La falsa convinzione che Dio doveva liberare li indusse ad andare a prendere l’Arca che era ancora nel santuario di Silo: «Il Signore venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici» (cfr. 1Sam 4,3).
La frase è ambigua anzi idolatrica: gli anziani avrebbero dovuto ricordare che nessuno può comandare Dio su che cosa deve fare, dove deve andare e come deve operare. Essi, invece, riducono l’Arca, che è segno della presenza di Dio in mezzo a loro, a un idolo che possono portare dove vogliono, sicuri di essere al riparo da ogni pericolo, perché la divinità da loro “costruita” deve risolvere la disgrazia che li affligge magicamente e senza fatica.
Le conseguenze sono disastrose. I filistei dopo aver superato la paura di combattere contro il Dio che aveva umiliato gli egiziani (cfr. 1Sam 4,8) «attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tremila fanti. In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono» (cfr. 1Sam 4,10-11).
Il sacerdote Eli informato dell’accaduto: «cadde all’indietro dal sedile sul lato della porta, batté la nuca e morì, perché era vecchio e pesante. Egli aveva giudicato Israele per quarant’anni».
Israele deve capire che l’Arca non è oggetto magico in suo possesso ma il segno della presenza di Dio che richiede di camminare nelle sue vie come le leggi contenute in essa indicano.
Dio si difende anche dai filistei
I filistei introdussero l’Arca nel tempio del loro dio Dagon come segno di sottomissione alla divinità filistea.
Appena l’Arca fu posta nel tempio il dio Dagon cadde due volte: la prima davanti all’Arca in segno di prostrazione; nella seconda gli si staccano la testa e i piedi in segno di totale sconfitta. Dagon ormai morto non è più in grado di agire.
Il taglio della testa al nemico dopo che è stato ucciso ricorre diverse volte nella Bibbia ed è segno di annientamento totale: Golia (cfr. 1Sam 17,51), Saul (1Sam 31,9), Oloferne (Gdt 13,8).
I filistei furono colpiti dalla sciagura e, come avvenne agli egiziani, anche loro furono devastati da incomprensibili piaghe per cui dissero: «Non rimanga con noi l’arca del Dio d’Israele, perché la sua mano è troppo dura contro Dagon nostro dio!» (5,7).
I filistei imparano a loro spese che non possono appropriarsi dell’Arca che sconfisse Dagon così come sul monte Carmelo JHWH sconfisse Baal.
Il testo insegna che nessuna persona può prendersi “gioco” di Dio trattandolo come un idolo. I verbi: “prelevare”, “prendere”, “portare”, “catturare”, “introdurre” riferiti all’Arca mostrano che la presenza di Dio da essa significata è ridotta a un “possesso idolatrico”. L’idolatria può esistere sia nel Tempio di chi si professa credente che nel palazzo di chi si dichiara ateo.
L’Arca, dunque, condotta fuori dal territorio filisteo e arricchita di un tributo in oro come riparazione della colpa per averla conquistata, portata da due vacche, giunge in terra d’Israele. Le vacche, con sorpresa dei filistei, percorrono sicure una sola via e muggendo continuamente, ma non piegando né a destra né a sinistra, giungono a Bet-Sèmes. E dopo aver colpito i leviti che vi abitavano perché volevano approfittare della sua presenza, finalmente, arriva a Qiriat Ieraim (cfr. 1Sam 6,19).
Samuele “voce e bocca” della Parola che giudica e salva
La svolta è narrata nel capitolo settimo. Dopo molti giorni dall’arrivo dell’Arca, compare Samuele. Il testo nota: erano passati venti anni! «Non sappiamo che cosa abbia fatto Samuele in quei vent’anni, ma è certo che ha vissuto nell’ordinarietà. In un contesto di crisi, di debolezza politica e di decadenza etica, Samuele è rimasto fedele a Dio nel silenzio. Gli eventi tragici come la dominazione filistea e la cattura dell’Arca sono da lui letti come il frutto dell’infedeltà e il segno della chiamata divina a tornare alla fedeltà al patto con Dio» (Bruno Forte).
Questa frattura cronologica, considerata a livello teologico, ricorda altri momenti della storia d’Israele: per vent’anni furono soggetti a un re cananeo (cfr. Gdc 4,3); Sansone al tempo dei filistei fu giudice per vent’anni (cfr. Gdc 15,20; 16,31).
Il richiamo cronologico riprende l’ottica biblica costituita da peccato-oppressione, grido al Signore e liberazione.
Nel primo libro di Samuele c’è, però, una svolta: il popolo non prega Dio in prima persona ma invita Samuele a pregare Dio per lui.
Egli, comportandosi da “giudice”, li invita a ritornare al Signore: «Se è proprio di tutto cuore che voi tornate al Signore, eliminate da voi tutti gli dei stranieri e le Astàrti; fate in modo che il vostro cuore sia indirizzato al Signore e servite lui, lui solo, ed egli vi libererà dalla mano dei Filistei» (7,3).
Gli Israeliti eliminarono i Baal e le Astàrti e servirono solo il Signore.
Al sopraggiungere dei Filistei furono, tuttavia, presi da sgomento e invocarono Samuele: «Non cessare di supplicare per noi il Signore Dio nostro perché ci liberi dalle mani dei Filistei» (1Sam 7,8).
«Samuele prese un agnello da latte e lo offrì tutto intero in olocausto al Signore; lo stesso Samuele alzò grida al Signore per Israele e il Signore lo esaudì» (1Sam 7,9).
Mentre Samuele offriva l’olocausto, i Filistei si accostarono in ordine di battaglia a Israele; ma in quel giorno il Signore tuonò con voce potente contro i Filistei, li disperse ed essi furono sconfitti davanti a Israele.
Samuele, profeta e giudice, interpreta la liberazione indicando in Dio la fonte della salvezza: «Fin qui ci ha soccorso il Signore» (7,12).
Samuele fu giudice di Israele per tutto il tempo della sua vita. A differenza degli antichi giudici che sorgevano ogni volta che il popolo aveva bisogno di essere difeso dai nemici, egli fu giudice per tutta la vita perché il suo ruolo era legato alla sfera religiosa e non solo politica.
Al contrario di Eli che viveva stabile nel tempio di Silo, Samuele che sostituisce Eli è in movimento. Ogni anno compiva il giro di Betel, Galgala e Mizpa, esercitando l’ufficio di giudice in Israele in tutte queste località. Poi ritornava a Rama, perché là era la sua casa. In quel luogo costruì anche un altare al Signore. A Rama viene sepolto. Rama sarà anche il punto di partenza della monarchia (cfr. 1Sam 8,4).
Il testo conclude: così i filistei furono umiliati e non invasero più il territorio d’Israele. La mano del Signore fu contro i Filistei per tutto il periodo di Samuele. Come canta Miryam all’uscita del mar Rosso la vittoria è del Signore che “ha dato gloria la suo nome”. Non poteva essere degli israeliti che furono sconfitti né di Samuele che era assente. Per vincere gli israeliti dovettero ritornare al Signore, fidarsi di lui e della preghiera. In questo cammino di ritorno, Samuele è stato il mediatore indispensabile e lo sarà nei passi futuri che il popolo dovrà fare.
Samuele nella sua persona unisce il ruolo di profeta, di sacerdote e di giudice. È l’ultimo giudice del popolo d’Israele. Con lui, infatti, inizia la monarchia che darà un nuovo assetto politico religioso al popolo d’Israele. Sarà proprio Samuele a consacrare Saul come primo re e poi Davide.
La vicenda dell’Arca che da sola annienta gli idoli e lo scontro con i filistei vinti da Dio sono la chiave di lettura che mette in guardia dai pericoli del potere monarchico che sta per nascere.
L’autore sacro avverte: è solo il Signore che agisce e ottiene vittoria senza alcun intermediario umano. Non serve un re potente per essere difesi dai nemici come il popolo cominciava a ritenere necessario e se in futuro vi sarà non dovrà fare affidamento unicamente sulle forze militari, dimenticando che il Dio dei padri combatte per loro.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) Sottolinea i verbi “prelevare”, “prendere”, “portare”, “introdurre”, “mettere” che si riferiscono all’Arca nei capitoli 4-6. Confrontali con il salmo 114(115), 1-7 e Isaia 46, 1-9 e domandati: questa distorsione della fede ridotta a idolatria ci riguarda oggi?
2) Samuele “sparisce” dalla storia del popolo per venti anni. Quando emerge si comporta da “uomo di Dio” che conduce il suo popolo a Dio. Quale significato spirituale attribuisci a questa lunga assenza e silenzio?
3) Confronta questa esperienza con quella di Paolo che prima di iniziare i grandi viaggi missionari fa perdere le sue tracce (Gal 2,1; At 11,25) per diversi anni. Alberione commenta: «Saulo convertito da tre giorni, per zelo già vuol intraprendere la predicazione. Ma gli andò male… Il suo errore era stato quello di molti giovani, privi ancora di sufficiente preparazione ed esperienza; illuminati e pieni di fervore pensano basti aprire la bocca, disapprovare tutti quelli che li hanno preceduti, introdurre una novità perché tutti applaudano e li seguano... ed il mondo tutto li segua. Si fidano del loro modo di pensare, del loro progetto bello, di qualche consenso. Occorre pregare, consigliarsi, attendere il momento di Dio: operare nell’obbedienza» (cfr. CVV 184). Nei momenti di sconforto, delusione, confusione sai vivere con pazienza la fedeltà in Dio senza cercare scorciatoie che possono sembrare liberanti?
Suor Filippa Castronovo, fsp
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