dorme ma diversamente da Giona desidera anticipare la sua morte.
Giunto al fondo dello sconforto, un angelo gli porta del cibo e mentre glielo porge, quasi a volerlo svegliare dal torpore che lo avvolge, lo tocca e gli dice: «Alzati e mangia». Il gesto del toccare significa “accarezzare” “avvicinarsi”, ma anche “colpire”.
Elia mangia, ma poiché vuole morire anziché alzarsi ricade nel sonno. L’angelo interviene una seconda volta e, dopo avergli dato il cibo, gli ordina di alzarsi e camminare (19,7).
Se il primo messaggero, che era senza qualifiche, poteva essere compreso per un generico qualcuno, il secondo è il messaggero che Dio gli manda per farlo rivivere e compiere la sua volontà: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (19,7). Alzarsi nella Bibbia significa riprendere in mano la vita, risuscitare, camminare.
Finalmente, Elia si alza, mangia e si mette in cammino. Parola e cibo gli danno l’energia per camminare quaranta giorni e quaranta notti, fino ad arrivare all’Oreb il monte dell’alleanza con Dio.
Il numero quaranta indica il tempo giusto che permette di compiere il cammino di purificazione e rigenerazione. Anche Mosè rimane 40 giorni sulla montagna del Sinai. Israele peregrinò quaranta anni nel deserto, dove fu tentato ma anche guidato e protetto. Dio si prende cura di Elia come fece per Mosè e l’intero popolo. Anche Gesù rimane 40 giorni nel deserto prima di iniziare la sua missione pubblica.
Il pellegrinaggio di Elia manifesta il suo bisogno d’incontrare il Dio dell’esodo, comprendere chi Egli sia davvero e perché si mostri assente mentre i nemici lo perseguitano. Il cibo che gli ha inviato è, senza dubbio, segno di protezione e attenzione ma al profeta occorre capire di più sia il volto del suo Dio e sia la sua identità di profeta.
Cammina fino all’oscura caverna
Arriva all’Horeb, il luogo sacro per eccellenza (cfr. Es 3,1-6) e vi trova la caverna che, per come è descritta, può indicare quella di Mosè. Entra in essa di notte. La caverna e la notte sono due simboli importanti.
La caverna allude a un ritorno nelle viscere materne, ma essa è anche simbolo di un abisso da cui emergono pericoli e mostri, e quindi simbolo della morte e del sepolcro.
La notte è il tempo in cui non si vede nulla, tempo popolato da incubi, ma anche tempo di attesa della luce dell’alba.
Elia nella caverna di notte sta iniziando un percorso di “rinascita” che lo porterà alla riscoperta di Dio e di sé stesso. In questo percorso spirituale deve, però, passare da “morte” a “vita”, da una immagine di Dio amante della vendetta ad una conoscenza di Dio completamente diversa dai suoi schemi mentali.
Il suo buio profondo è squarciato da una voce: «Ma che ci fai qui, Elia?». Elia espone i motivi della sua fuga causata dalla solitudine e dal sentirsi abbandonato: «Ardo di pieno zelo per JHWH, il Dio delle schiere...».
Il messaggero lo invita ad uscire: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Elia, avendo narrato ciò che gli era successo, comprende meglio sé stesso e trova la forza di uscire.
Ora deve attendere sul monte davanti a JHWH finché passi. E il Signore passò.
Ma non gli fu facile vederlo. Udì un vento impetuoso, vide il terremoto, il fuoco... ma il Signore non lo vide. Vento, terremoto, fuoco sono elementi teofanici: il vento simboleggia una forza incontenibile, il terremoto una energia indomabile, il fuoco una realtà inafferrabile.
Dio, cercato ma inatteso
Ed ecco, finalmente, un segno nuovo, descritto con tre parole ebraiche di difficile traduzione: “qol demamah daqqah” che possono significare: “una voce di silenzio svuotato” o “il fruscio di un silenzio leggero”, “come un lieve sussurro”. «Come dice proprio l’originale, un’espressione bellissima: il Signore era in un filo di silenzio sonoro» (Francesco, 14 giugno 2014).
Elia si ritrova dinanzi a un Dio diverso da quello che aveva servito e difeso nel monte Carmelo! Elia, il fanatico devoto, comprende che Dio va cercato sempre e la parola profetica che pronuncia deve sgorgare da un’esperienza profonda.
Per giungere a questo livello deve accettare la morte del Dio conosciuto e riconoscere che Dio si nasconde e si manifesta nella “Voce di un Silenzio sottile”.
Voce e Silenzio sembrano essere in opposizione: o c’è la Voce o c’è il Silenzio. Dio si fa trovare nell’armonia di queste due realtà che sembrano opposte ma in realtà non lo sono. Nel silenzio “svuotato” della propria egolatria la Voce che è trascendenza, presenza, intimità, dolcezza, tenerezza può farsi udire.
Elia che era profeta “di fuoco” (Sir 48,1) volitivo intollerante e castigatore, avrebbe voluto incontrare un Dio castigatore in conformità alle sue convinzioni e invece gli si fa vicino nella pace e nella dolcezza indicandogli la via della misericordia.
Il Siracide commentando questo episodio dà la stessa interpretazione: «Tu Elia che udisti al Sinai un rimprovero» (Sir 48,7-8).
Anche alcuni Padri della Chiesa vedono un sottile rimprovero di Dio al profeta. Lo pseudo-Efrem commenta: «Anche con questo simbolo Dio biasima lo zelo eccessivo di Elia, come per dire: Oh! Elia, guardami. Io non mi compiaccio nella veemenza del vento, né della grandezza del terremoto, né nell’ardore del fuoco, ma mi sono manifestato a te con una parola dolce. Perché dunque non imiti la dolcezza del tuo Signore e non addolcisci questo zelo bruciante di castigare i figli del tuo popolo, per diventare supplice nei loro confronti, e non il loro accusatore?».
Elia entrato in contatto profondo con Dio, “Voce e Silenzio svuotato o sottile”, come Mosè davanti al roveto ardente (cfr. Es 3,6) si copre il volto con il mantello, quello stesso che getterà su Eliseo (cfr. 2Re 2,8.13s).
Elia obbediente all’ordine ricevuto, esce e sta ritto all’ingresso della grotta. Di nuovo viene a lui una voce che gli dice: «Che cosa fai qui, Elia?».
La domanda è la stessa del v. 9b ma la risposta di Elia questa volta esprime una presa in giro di sé stesso, perché si rende conto che il senso di fallimento che l’opprimeva non ha ragione di esistere. Finalmente scopre che Dio è diverso da come lo pensava e comprende che deve ridefinire la sua identità di profeta.
Ritorna sui tuoi passi
Dopo questa esperienza mistica Elia, più che il difensore della dottrina, diviene un uomo guidato dalla parola di Dio alla ricerca del “rapimento” (estasi) definitivo.
Dopo aver corretto il suo modo di pensare e di agire, il Signore gli mostra, ed Elia lo comprende, che non è rimasto solo, come credeva, in mezzo al suo popolo. Esiste un “piccolo resto” (settemila persone fedeli) dinanzi ai quali egli è uno tra i molti, con un compito specifico.
Forte dell’esperienza nell’Horeb, Elia torna là da dove era fuggito, secondo il comando di Dio: «Ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco, finché giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Elisèo» (vv. 15-17).
Aveva creduto che Dio non si interessasse al male che dilagava in mezzo al suo popolo, ora deve ammettere che il suo programma di salvezza riguarda anche il regno di Damasco, nemico d’Israele.
Il programma di Dio si realizza, ma Elia non avrà alcuna parte attiva. Infatti non ungerà Cazael (cfr. 2 Re 8,7-15) e neppure Ieu (cfr. 2 Re 9,1-6). Sceglierà soltanto il discepolo Eliseo che continuerà fedelmente la sua opera.
Giunto a Damasco, vivrà una vita eremitica, nel nascondimento, cercando il Signore, cessando di combattere contro i suoi nemici. Come un eremita, indossa l’abito degli abitanti del deserto: «Coperto di pelli, con una cintura di cuoio che gli cingeva i fianchi» (2Re 1,8).
Questo è l’abito che indosserà Giovanni Battista che crederanno sia Elia ritornato in mezzo al popolo a indicare la via di Dio (cfr. Gv 1,19).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
– Questo capitolo centrale dell’esperienza di Elia è ricco dei simboli che descrivono l’esperienza di fede del credente: cammino, pane, acqua, caverna, notte, silenzio sottile. Che cosa ti ricordano questi simboli? A proposito del “silenzio sottile e creativo” che agisce nella notte, confronta il testo di Sapienza 18,14, testo che meditiamo la notte di Natale.
– Elia, nutrito dal cibo donato da Dio e dalla sua Parola giunge all’Horeb, luogo dell’incontro con Dio. Il nostro Fondatore ci avverte: «L’azione santificatrice dell’anima, sta nella trasformazione nostra in Dio «ut homo fieret Deus» attraverso al cibo Gesù Cristo: nutrendoci ogni giorno di Gesù Cristo Via, Verità, Vita» (cfr. DF 11). Gesù, cioè la sua persona, è l’unico cibo che preferisco per la mia santificazione?
Suor Filippa Castronovo, fsp
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