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IL LIBRO DI GIOBBE
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Giobbe nella prova rimane fedele a Dio e Satana, sconfitto, scompare dalla scena. Il problema della sofferenza innocente però rimane e attende una risposta. Un ruolo notevole è interpretato da Elifaz, Bildad e Zofar (2,11-13) i tre amici che vanno a consolarlo ma non lo riconoscono più, tanto la sua persona è sfigurata: è piagato, coperto di cenere, seduto sulla polvere. Colti dallo shock, piangono per sette giorni e restano in silenzio come davanti a un morto (cfr. Gn 50,10): «Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore». Le uniche parole di consolazione sono quelle della condivisione. Questi individui non le hanno e tacciono. La loro presenza non lenisce la sua sofferenza e il loro silenzio non crea vicinanza. Giobbe, ad un certo momento, rompe il silenzio, aprendo il suo cuore in un doloroso monologo. Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno (3,1-10) Le parole sofferte di Giobbe hanno delle risonanze nell’Antico Testamento. Geremia, ad esempio, il cui lamento, a causa delle sofferenze che i suoi nemici gli procurano, si trasforma in maledizione del giorno della sua nascita (cfr. Ger 20,7.18). |
Il nascere è un venire alla luce così come l’atto della creazione è un evento di luce: “Sia la luce” (Gen 1,3). Giobbe, la cui situazione è in pieno caos, desidera che il suo venire alla luce fosse stato “tenebra”. Sarebbe stato meglio per lui rimanere nelle tenebre, non essere, cioè, mai nato. Benché non invochi il suicidio, il suo rifiuto della vita è radicale: «Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?» (3,11). Se non fosse nato non avrebbe conosciuto quell’assurda sofferenza. Oppure poteva morire nel momento della nascita così si sarebbe ritrovato nelle profondità della terra e lì riposare in pace. I tanti perché di Giobbe si fanno sempre più estremi: «Perché dare la luce a un infelice e perché dare la vita a chi ha l’amarezza nel cuore?» (cfr. Gb 3,20). Al v. 23 appare finalmente il termine “Elohah” (Dio) la cui immagine è poco amabile e i suoi doni ambigui non danno felicità. Giobbe aspira alla morte perché la sua vita è insopportabile ma – importante affermarlo! – nel dolore non maledice Dio. Lo accusa e intanto continua a chiedergli perché mai stia succedendo tutto questo proprio a lui. In questo primo lamento/preghiera dove Giobbe manifesta tutta la sua umanità, la sua persona appare molto diversa da quella mite e paziente del prologo. Non è più il paziente rassegnato a Dio, ma il credente che s’interroga e interroga Dio. Dal capitolo quattro si susseguono tre cicli di discorsi tenuti da una parte dagli amici e dall’altra da Giobbe stesso, che hanno posizioni contrastanti. Elifaz o la teoria della retribuzione Elifaz domanda il permesso di parlare e, con atteggiamento sapiente e profetico, invita Giobbe a fare memoria del suo passato, quando stava bene ed era ricco. Secondo la teoria della retribuzione, mostra che in tutto c’è una logica: «Per quanto io ho visto, chi ara iniquità e semina affanni, li raccoglie» (cfr. 4,7-8.18). Prosegue spiegando che anche la situazione più difficile può essere una correzione di Dio per migliorare. Allora «beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (cfr. 5,17). La preghiera onesta di Giobbe Ed ecco Giobbe rivolgersi direttamente a Dio (7,7-21) non per umiliarsi come aveva consigliato Elifaz (5,8). In questa preghiera /grido, Giobbe instaura un processo a Dio (“rib” in ebraico) perché manifesti il suo vero volto. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE Leggi attentamente i capp. 3-7, soffermati nella preghiera personale, sulle parole di Giobbe che ti colpiscono e dopo fai questi due esercizi. Suor Filippa Castronovo, fsp
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