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GIONA: UN PROFETA
FUORI DAGLI SCHEMI
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Con questo articolo inizia una nuova serie di approfondimenti biblici incentrati sulle figure dei profeti. Ogni profeta parla della pienezza della Scrittura, cioè di Cristo, non lo fa solo con gli oracoli che proclama, ma anche con la sua stessa vita, e nonostante limiti e difetti, ci parla del Messia.

Il libro di Giona, che gli ebrei leggono nel giorno di Yom Kippur (giorno dell’Espiazione), comprende quattro capitoli, con due parti parallele: capp.1-2 e capp. 3-4. Entrambe presentano la chiamata classica di Dio ai profeti: «Fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, questa parola del Signore» (1,1); formula che si ripete nel cap. 3,1: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore». Nella prima, Dio invia il profeta in una, per lui, assurda missione; nella seconda, conferma a Giona disobbediente la sua elezione. La prima parte si svolge nel mare, la seconda a Ninive. Giona è posto a confronto con i pagani: prima sulla nave con i marinai e poi in città con il re di Ninive. Due volte Giona si rivolge e Dio: quando, nel ventre del pesce, lo invoca per essere salvato (2,3-10) e quando discute con Dio, per affermare le ragioni della sua disobbedienza (4,2-3). Dio risponde con dei segni misteriosi: lo salva dall’annegamento facendolo inghiottire da un grosso pesce che poi lo getta sull’asciutto (cap. 2) e dall’insolazione facendo sorgere, in breve tempo, una pianta di ricino (cap. 4) che i vermi divorano. La storia è piena di colpi di scena e di particolari che stupiscono, il tutto centrato sulla grandezza. Ninive è la grande città, la tempesta è così grande da sfasciare la nave; grande è il timore dei marinai; grande il timore che vivono nei confronti del Signore, grande il pesce che inghiotte Giona; grande il suo dispiacere per la conversione dei niniviti; grande la gioia Giona per il ricino, grande la collera del profeta per la morte del ricino, grande l’amore di Dio.

Il libro si chiude con la menzione della “città grande”, nominata all’inizio (cap. 1,2) verso la quale la misericordia di Dio supera ogni umana misura di grandezza.
Il libro fa parte del libro dei dodici profeti minori benché non presenti le caratteristiche di un libro profetico. I profeti classici (Isaia, Geremia, Osea…) vivono una storia reale e sono realmente esistiti. Il libro di Giona è un racconto come le fiction. Il secondo libro dei Re ricorda un profeta di nome Giona figlio di Amittài, di Gat-Chefer (2Re 14,25). Questi è vissuto nel VIII sec.a.C. al tempo del re Geroboamo II e ha pronunciato un oracolo contro l’Assiria. Di questo profeta non conosciamo altro. Gli studiosi ritengono che l’autore del libro di Giona si ispiri a quell’antico profeta ma il nostro testo è stato composto tra il 400 e il 350 a.C. La mentalità incarnata da Giona rispecchia il giudaismo del Secondo Tempio, promosso dai sacerdoti di Gerusalemme il cui integralismo religioso arrivò, persino, a rimandare a casa le donne straniere che alcuni israeliti avevano sposato (cfr. Esd 10,10-11; Ne 13,1-3). Il libro di Rut, come abbiamo studiato, combatte questa mentalità.
Che Giona rappresenti il popolo o una sua parte lo si evince dal fatto che il profeta/protagonista non pronuncia oracoli a nome di Dio e non ha riferimenti di tempo e luogo determinati. Quando il libro di Giona è stato scritto Ninive era stata già distrutta dai Medi e dai Babilonesi nel 612 a.C. Le fantasiose descrizioni – come il grande pesce che obbedisce agli ordini di Dio; la città immensa che si converte; gli animali che fanno penitenza; la pianta che cresce e muore in un giorno – hanno fatto concludere che il libro sia da accostare più ai libri sapienziali che a quelli profetici. Perché, dunque, non è stato collocato con i libri di Tobia, Ester, Giuditta, Rut che hanno storie inventate? La risposta è contenuta nella domanda: “Ti sembra giusto?” che chiude la narrazione e interroga il credente a valutare le persone e la storia secondo Dio. Il profeta, infatti, è colui che valuta secondo Dio e la sua profezia interpreta la storia con gli occhi di Dio. Giona è un profeta fuori dagli schemi e la sua profezia si dischiude su vie diverse e nuove.

Giona, l’ingenuo che s’illude di disertare Dio

Giona è profeta perché due volte Dio gli rivolge la sua parola. Il profeta deve ascoltarla, accoglierla, nutrirsene, ubbidirle anche a costo della vita (cfr. Is 1,1; Ger 1,4; Mi1,1; cfr. Ez 3,1-3). Giona, benché rifiuti di coinvolgersi in questa rischiosa vocazione/missione, ironicamente, con le sue scelte paradossali, annuncia il “Profeta fedele” che, accettando il mistero pasquale, realizza fedelmente ciò che egli ritenne assurdo e impossibile realizzare. Il nome Giona (Yonah) significa “colomba” e ricorda l’uccello che Noè manda sulla terra per certificare che Dio aveva smesso di castigare l’umanità peccatrice. Nel Cantico dei Cantici (1,15; 2,14) la colomba è simbolo di amore appassionato e fedele; è immagine del popolo che fa udire a Dio i suoi gemiti (Sal 55,6-7). Il significato che meglio si addice a Giona è la colomba/simbolo del popolo che crede di poter sottrarsi a Dio: «Èfraim è come un’ingenua colomba, priva d’intelligenza» (cfr. Os 7,11). Il riferimento a Amittai, cioè il fedele, del quale Giona sarebbe figlio, fa pensare che il protagonista del libro personifica gli israeliti che si ritengono fedeli a Dio ma non capiscono il suo agire. La chiamata che Dio rivolge a Giona rientra in questa ottica. Il profeta deve andare a Ninive “la grande città” che al popolo ebraico ricorda la città che l’aveva distrutto nel 722/721. Dio lancia a Giona una sfida insensata. Egli non risponde, non discute e non presenta le sue difficoltà come fecero Mosé (cfr. Es 3,11) o Geremia (Ger 1,6). Giona, anziché rispondere, cambia strada! Dio, però, vuole che vada a “gridare contro di essa”. La Bibbia CEI traduce “proclamare” ma il testo originale è “gridare”. Giona deve gridare che “Il male è salito fino a Dio”. Giona «invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore» (Gio 1,3).

Il profeta è la persona che è con Dio (cfr. Ger 1,8,19; Is 41,10), Giona è, all’opposto, con i marinai e, con loro, va lontano dal Signore come uno che espatria per sfuggire a un mandato di cattura. Ingenuo – come indica il suo nome – non ricorda la preghiera del salmo: «Dove me ne andrò lontano dal tuo spirito e dove fuggirò dal tuo cospetto?» (Sal 139,7). Sicuro di poter condurre una vita tranquilla, s’imbarca per Tarsis, lontano dal Signore. Attraversando il mare, accetta di correre pericoli altissimi piuttosto che rischiare sulla parola del Signore, come fece Abramo (Gen 12,4). Due volte, questo versetto, nota che Giona vuole fuggire lontano dal Signore, a Tarsis, in un luogo remoto, fuori dalla terra d’Israele. Dio gli comanda di alzarsi, egli si alza ma per andare a Tarsis, cioè ad Ovest e non a Ninive che è ad Est. Giona fisicamente si alza ma, in realtà, compie una duplice discesa. Scende prima a Giaffa per imbarcarsi sulla nave e, quando scoppia la tempesta, scende nella stiva della nave, nell’angolo più remoto. Qui si s’addormenta profondamente, incosciente ed estraneo a ciò che accade. Il sonno profondo di Giona ricorda quello di Gesù (Mc 4,37-39) che, mentre la barca era sbattuta dalle onde, dormiva. L’invocazione dei discepoli “Non t’importa che moriamo?” riecheggia il grido dei marinai a Giona: “Che fai dormi?” ma mentre Giona dorme, nascosto dalla vista di tutti, per fuggire da Dio, Gesù dorme alla vista di tutti, per essersi dedicato alla predicazione, e poi svegliatosi calma il mare e li salva.

Un rifiuto pericoloso ma comprensibile

Stupisce, certamente, il rifiuto di Giona di obbedire a Dio ma possiamo comprenderlo. Come poteva parlare a nome del suo Dio alla città che aveva annientato Israele? Il testo che non svela subito il motivo della fuga, suscita in noi lettori la necessità di domandarci: il profeta non condivide l’ottica del Signore? Non si sente all’altezza di un compito così importante? O secondo alcuni interpreti antichi, Giona fugge per amore di Israele? La salvezza di Ninive avrebbe potuto significare una seconda rovina per Israele (L. Mazzinghi). La risposta si fa chiara quando Giona dice a Dio: «Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato» (cfr. 4,2). Giona non accetta che Dio manifesti la sua misericordia ai nemici del suo popolo, e, inoltre, Dio si permette di far giungere loro la sua misericordia, per mezzo di un israelita, membro del popolo che aveva subito la distruzione! Dio domanda alla “vittima” di salvare l’oppressore! Questa logica “scandalosa” di Dio che Giona non comprende (cfr. 1Cor 1, 20-25) si realizzerà davvero in Gesù, la vittima che dalla croce salva i suoi carnefici, rivelando all’umanità l’amore misericordioso di Dio per tutti (Lc 23,34). La decisione di fuggire sulla nave non gli offre maggiori sicurezze. Anzi! Salpando il mare viaggia in balia del vento e della tempesta ben sapendo che il mare nella Bibbia è sede del male e della morte.
Ultima ironia: Giona paga di tasca propria in anticipo il prezzo di una libertà che non ha certezza di poter ricevere. Al riguardo il midrash racconta che quando Giona vide la nave diretta a Tarsis «si rallegrò in cuor suo e disse: Ora so che il mio progetto riuscirà… La consuetudine in fatto di navi è che solo quando si lascia il porto si paga il prezzo del trasporto. Ma Giona, nella gioia del suo cuore [per aver trovato un mezzo sicuro per la fuga], pagò il prezzo in anticipo» (Pirqede Rabbi Eliezer 10).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

– Perché Dio sceglie Giona dal carattere testardo e non gli rivela subito i particolari di ciò che vuole da lui e che cosa deve dire? Perché lo lascia libero di fuggire per poi farlo ritornare dove egli aveva deciso? Ricorda queste parole: «Il Signore accende le lampadine, in avanti, man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre a “tempo opportuno”» (San Paolo, Corso speciale di Esercizi spirituali, aprile-maggio1959).

– C’è una grave malattia che minaccia oggi i cristiani: la”sindrome di Giona”, che fa sentire perfetti e puliti come appena usciti da una tintoria… e riteniamo condannati ad arrangiarsi da soli senza il nostro aiuto chi non è come noi… Una grossa malattia, la sindrome di Giona!» (Francesco,14 ottobre 2013). Come, secondo te, questa malattia spirituale si manifesta?

– Confronta la disobbedienza di Giona e l’obbedienza di Gesù, la vittima innocente, che, al contrario del profeta reticente, entrando nella sofferenza (cfr. Eb 5,7-9) dona la vita per i suoi carnefici e ottiene dal Padre la risurrezione. Che cosa ti suggerisce questo parallelo?

Suor Filippa Castronovo, fsp