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I LONTANI

 




Durante il tempo della mancanza delle Celebrazioni Eucaristiche molti chiedevano appassionatamente: quando si potrà tornare a celebrare? Ce lo chiedevano persino quelli che fino a quel momento non brillavano certo per frequenza.
Alla riapertura delle chiese il grande ritorno non è avvenuto. Senza voler decifrare il percorso personale che ognuno ha compiuto in questo drammatico tempo di pandemia, nella certezza che il Signore ha lavorato nel nascondimento, non possiamo però ignorare come la realtà dei “lontani” non si sia affatto ridotta.
Possono allora far bene anche a noi le riflessioni, scritte nel lontano maggio del 1938 da don Primo Mazzolari, rieditate dalle Edizioni Dehoniane nel testo intitolato appunto I lontani.
Il dibattito sui lontani non è questione di poco conto, è in gioco la fedeltà al Vangelo. Riguarda l’evangelizzazione e la forma ecclesiale più adeguata per realizzarla.
Il contributo di don Mazzolari offre un tassello nel mosaico delle molte riflessioni di questi decenni in ambito teologico e pastorale. Il cristianesimo non può presentarsi come esperienza di élite né come un club per pochi intimi: i lontani, i poveri e gli esclusi devono poter trovare una porta aperta. Devono fare l’esperienza di essere attesi e accolti.
L’incredulità è una formula, la lontananza qualcosa di misurabile. Ma l’incredulo o il lontano, è un cuore, il più delle volte retto, un’anima quasi sempre sofferente, un fratello, al quale forse è mancata un’assistenza, una difesa, un esempio degno della verità. Un conto sono le cause della lontananza, un conto l’animo di colui che va lontano.
Si parla ai lontani come si parla dei lontani: credendo nell’amore e nel metodo dell’amore. Così come il Figlio dell’uomo ha potuto sopportare il bacio del nostro tradimento senza negarci la Sua amicizia. Ma la questione pastorale in merito rimane aperta e fatica a trovare vie significative. Come vi sono due compiti distinti nell’apostolato moderno: custodire chi è ancora dentro la Chiesa e attirare quelli che sono fuori, così vi sono due metodi distinti: il metodo di perseveranza e quello di ri-cristianizzazione.

Il primo si compie nell’ambito della vita parrocchiale e si serve delle sue molteplici attività per un apostolato eminentemente conservatore.
Il metodo di penetrazione o di riconquista deve avere qualcosa di diverso: una sua anima, più slanciata, e un’andatura più indipendente, più agile e più audace.
Vi sono anime e ambienti che le nostre forme tradizionali di attività apostolica non scalfiscono neppure.
Il mondo – non importa se cammina male – ha imparato a camminare senza di noi e, quel che è peggio, ci ha tagliato fuori o ci sta tagliando fuori della sua orbita.
Il nostro compito è quello di darci alla ri-cristianizzazione con disinteresse, con perseveranza, con tenacia e con intelligenza poiché il nostro mondo si complica incessantemente di nuove scoperte, e viaggia ad un ritmo vertiginoso.
Che cosa si può esigere dai lontani? In nome nostro nulla. Come vantare dei diritti là dove Dio stesso rinuncia momentaneamente a fare valere i suoi, almeno alla maniera degli uomini?
È un testo, questo di don Mazzolari, dedicato alle anime sofferenti e audaci, che non dà soluzioni a buon prezzo, si offre invece come soffio che ravviva la brace di quanti ancora oggi credono che chi fa la Verità viene alla luce.
A quanti camminano dopo aver tanto camminato, poiché un’anima che cammina è un anima salva.

Rosaria G.