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AMOS.
UNA VOCAZIONE SINGOLARE
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Il nome Amos è una abbreviazione di “Amasia”: significa “portare il peso”. È lo stesso del sacerdote del santuario di Betel (Am 7,10) con cui il profeta è costretto a confrontarsi per chiarire la sua identità. La vocazione di Amos consiste nel portare il peso dei messaggi di cui Dio lo carica per ammonire il popolo, i quali alleggeriranno i pesi del popolo gravato delle ingiustizie sociali (cfr. Am 3,3-8; 7,14-15). Il profeta fa memoria della sua vocazione all’inizio del libro e al capitolo 7. Il libro si apre, infatti, con questa singolare formula: «Parole di Amos, che era allevatore di pecore, di Tekòa, il quale ebbe visioni riguardo a Israele, al tempo di Ozia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele, due anni prima del terremoto» (1,1). |
A prima vista sembra strano dire “parole ... che vide” ma troviamo la stessa formula in Is 2,1 e Mic 1,1. Il verbo “vedere” indica l’origine divina delle sue parole e la loro qualità di rivelazione. Dietro le parole di Amos vi è l’autorità di Dio e le sue parole non esprimono le sue idee personali, ma formulano il messaggio datogli da Dio. Egli sa di dover proclamare la Parola, perché essa non può essere taciuta: «Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà? » (Am 3, 8). La disputa con Amasia Il racconto più esplicito della sua vocazione di profeta è narrato dopo la terza visione, nel contesto dello scontro con il sacerdote Amasia. Amos aveva annunciato la demolizione dei santuari d’Israele e la distruzione della casa di Geroboamo (cfr. v. 9). Amasia lo accusa e denuncia di congiurare contro il re e afferma che le sue parole sono insopportabili e rischia di minare la fiducia del popolo nelle istituzioni e di indurre alla rivolta (cfr. Am 7,10-11). Questo scontro ha luogo nel santuario reale di Betel, distante da Gerusalemme una ventina di chilometri. A Betel si pratica un culto scismatico che rappresenta la politica di Geroboamo II. Il Dio giusto di Amos Amos fonda la sua predicazione sulla base della sua fede nel Dio di giustizia che lo rende profeta della sua divina giustizia, da diventarne il cantore. La sua predicazione, concentrata nella promozione di una maggiore equità all’interno della società israelita dell’VIII sec. a.C., spiega l’esperienza di Dio vissuta dal profeta. Lo stile di giustizia di Dio, “conosciuto o visto” dal profeta a partire dall’incontro vocazionale originario (cfr. Am 1,1), diviene lo stile di giustizia della sua missione profetica. Essa attualizza Deuteronomio 10,18-19 che richiede di vivere in sintonia con lo stile di Dio che ha avuto pietà del popolo schiavo in Egitto: «[Il Signore] ... ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque anche voi il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto». Il messaggio di Amos si fonda sul fatto che gli israeliti essendo stati beneficati dal Dio, a loro volta, devono vivere secondo l’agire di Dio in loro favore, beneficando i bisognosi. La grazia di Dio sperimentata sulla “propria pelle” richiede di conformare il proprio comportamento in quello di Dio cui fa eco il comando: «Siate santi perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo!» (Lev 19,2). Amos, denunciando le ingiustizie divenute stile di vita, “struttura di peccato”, non vuole incutere uno sterile codice legislativo, ma ricondurre ad assumere lo stile di Dio. Si tratta di riportare il popolo all’assunzione della propria vocazione, cioè a comportarsi come «figlio» che imita l’agire del «padre». La relazione autentica con Dio plasma la vita; la conoscenza «per esperienza» dello stile di Dio dà forma al proprio comportamento, trasformandolo dall’interno. Gesù dirà: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste!» (Mt 5,48). Il biblista Massimiliano Scandroglio, a ragione fa notare che la fede di Amos – nata da un incontro «effettivo» con il Signore – individua con sapienza le cause dello stravolgimento del diritto e l’oppressione del povero. Esse risiedono nel tentativo, sempre insidioso, di «manipolare» Dio e la sua legge, per acquistare potere e ricchezza nelle mani di pochi, che produce povertà e miseria in molti. L’esperienza vocazionale di Amos, a ben ragione, si può comprendere come «fede in azione» che dissimula la falsità religiosa. Essa ricorda il rapporto tra fede e vita proposto nel Nuovo Testamento da Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? ... Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta... Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano! Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?» (cfr. Gc 2,14-26). San Paolo a sua volta sintetizza: «La carità non sia ipocrita ... Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (cfr. Rom 12,9; 13,7). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE 1) Leggi il versetto 1,1 e rifletti sulla originale presentazione: “Parole di Amos”: se sono di Amos in che senso sono parola di Dio che il profeta deve assolutamente annunciare? 2) Dopo aver letto il capitolo 7,10-17 traccia l’identità del vero profeta secondo l’esperienza di Amos. Quali caratteristiche ti colpiscono di più della sua profezia e del suo radicale coinvolgimento nella missione? 3) In che senso nella nostra cultura, dove il divario tra Nord e Sud del mondo, tra pochi ricchi e molti poveri è sempre più marcato, il messaggio di Amos è urgente e grande attualità? Che cosa fa riscoprire della nostra fede? Suor Filippa Castronovo, fsp |