Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

AMOS.
UNA VOCAZIONE SINGOLARE
(2)

 

Il nome Amos è una abbreviazione di “Amasia”: significa “portare il peso”. È lo stesso del sacerdote del santuario di Betel (Am 7,10) con cui il profeta è costretto a confrontarsi per chiarire la sua identità. La vocazione di Amos consiste nel portare il peso dei messaggi di cui Dio lo carica per ammonire il popolo, i quali alleggeriranno i pesi del popolo gravato delle ingiustizie sociali (cfr. Am 3,3-8; 7,14-15). Il profeta fa memoria della sua vocazione all’inizio del libro e al capitolo 7. Il libro si apre, infatti, con questa singolare formula: «Parole di Amos, che era allevatore di pecore, di Tekòa, il quale ebbe visioni riguardo a Israele, al tempo di Ozia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele, due anni prima del terremoto» (1,1).
I libri profetici solitamente iniziano con la formula “Parola di Dio” per mezzo del profeta (cfr. Os 1,1; Gioele 1,1; Mic 1,1; Sof 1,1; Ger 1,2). Come mai il libro di Amos adopera questa formula così diversa? Non è comune qualificare un libro profetico come parola del profeta. Il profeta Amos, però, fin dall’inizio, sottolinea che le sue parole, pur essendo sue, di fatto, non gli appartengono, perché egli non è profeta per mestiere. Al contrario, aveva un lavoro redditizio: era (nōqēd) un allevatore di pecore. La parola ebraica (nōqēd) nella Bibbia si trova qui e in 2 Re 3,4, e significa, appunto “grande proprietario di pecore”. Amos è profeta per iniziativa di Dio, che lo ha posto a suo servizio. E Amos non ha potuto sottrarsi: «Ruggisce il leone: chi non tremerà?» (Am 3,8).
Tekoa, il villaggio dove è nato, si trova a sud di Betlemme, a circa 16 km da Gerusalemme. Questo villaggio è menzionato anche in 2 Sam 14 (cfr. la donna saggia di Tekoa: 2 Sam 14,2-9) e in Ger 6,1. Si deduce che Amos appartenesse al regno del Sud, quello di Giuda, ma svolse il ministero profetico nel regno del Nord. Il profeta afferma che ebbe “visioni”, vide cioè la situazione d’Israele dal punto di vista di Dio. I capitoli 7-9 lo presentano come uno che ha visioni. Il sacerdote Amasia lo chiamerà “veggente” (7,12). Il versetto 1,1 si può, allora, interpretare così: «Parole di Amos ... che egli vide riguardo a Israele».

A prima vista sembra strano dire “parole ... che vide” ma troviamo la stessa formula in Is 2,1 e Mic 1,1. Il verbo “vedere” indica l’origine divina delle sue parole e la loro qualità di rivelazione. Dietro le parole di Amos vi è l’autorità di Dio e le sue parole non esprimono le sue idee personali, ma formulano il messaggio datogli da Dio. Egli sa di dover proclamare la Parola, perché essa non può essere taciuta: «Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà? » (Am 3, 8).

La disputa con Amasia

Il racconto più esplicito della sua vocazione di profeta è narrato dopo la terza visione, nel contesto dello scontro con il sacerdote Amasia. Amos aveva annunciato la demolizione dei santuari d’Israele e la distruzione della casa di Geroboamo (cfr. v. 9). Amasia lo accusa e denuncia di congiurare contro il re e afferma che le sue parole sono insopportabili e rischia di minare la fiducia del popolo nelle istituzioni e di indurre alla rivolta (cfr. Am 7,10-11). Questo scontro ha luogo nel santuario reale di Betel, distante da Gerusalemme una ventina di chilometri. A Betel si pratica un culto scismatico che rappresenta la politica di Geroboamo II.
«Amasia disse ad Amos: “Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”. Amos rispose ad Amasia dicendo: “Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele”» (Am 7,12-15). Amasia, essendo sacerdote ufficiale, è ben pagato. Forte di questo suo ruolo intima ad Amos di andarsene. Lo considera, infatti, uno dei tanti profeti di mestiere che profetizzano per guadagno. Gli consiglia, perciò, di ritornare in Giuda, suo luogo di origine. Qui potrà profetizzare liberamente e guadagnarsi il sostentamento. Amos, sollecitato da questa provocazione, presenta la sua vocazione come chiamata di Dio alla quale non può resistere. Egli non è sacerdote, né un profeta “di professione” (7,14) ma un allevatore di pecore e un agricoltore: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro» (7,14). E continua: «Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele » (v. 15). Egli svolge la sua attività profetica perché Dio lo strappò dal suo lavoro e gli comandò di profetizzare al suo popolo, Israele.
La sua missione profetica proviene da un’irruzione inattesa e sconvolgente di Dio nella sua vita. Amos mostra una profonda consapevolezza di essere inviato da Dio, ma non dice in che modo Dio gli abbia parlato. Certamente è vero profeta perché a differenza dei profeti di corte, che annunziano ciò che i potenti desiderano sentirsi dire, egli annuncia il messaggio di cui Dio lo carica per alleggerire il popolo dalle ingiustizie. Amos interpreta la situazione politica e religiosa in cui vive con gli occhi di Dio e con coraggio ne preannunzia la catastrofe che colpirà il re e tutto il popolo. Per quanto lo riguarda non pretende di essere riconosciuto come profeta perché compie segni straordinari o pronuncia parole allettanti. Al contrario, conta il suo messaggio che proviene da Dio ed è diretto a far cambiare comportamento, anche se la sua persona viene rifiutata.

Il Dio giusto di Amos

Amos fonda la sua predicazione sulla base della sua fede nel Dio di giustizia che lo rende profeta della sua divina giustizia, da diventarne il cantore. La sua predicazione, concentrata nella promozione di una maggiore equità all’interno della società israelita dell’VIII sec. a.C., spiega l’esperienza di Dio vissuta dal profeta. Lo stile di giustizia di Dio, “conosciuto o visto” dal profeta a partire dall’incontro vocazionale originario (cfr. Am 1,1), diviene lo stile di giustizia della sua missione profetica. Essa attualizza Deuteronomio 10,18-19 che richiede di vivere in sintonia con lo stile di Dio che ha avuto pietà del popolo schiavo in Egitto: «[Il Signore] ... ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque anche voi il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto». Il messaggio di Amos si fonda sul fatto che gli israeliti essendo stati beneficati dal Dio, a loro volta, devono vivere secondo l’agire di Dio in loro favore, beneficando i bisognosi. La grazia di Dio sperimentata sulla “propria pelle” richiede di conformare il proprio comportamento in quello di Dio cui fa eco il comando: «Siate santi perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo!» (Lev 19,2). Amos, denunciando le ingiustizie divenute stile di vita, “struttura di peccato”, non vuole incutere uno sterile codice legislativo, ma ricondurre ad assumere lo stile di Dio. Si tratta di riportare il popolo all’assunzione della propria vocazione, cioè a comportarsi come «figlio» che imita l’agire del «padre». La relazione autentica con Dio plasma la vita; la conoscenza «per esperienza» dello stile di Dio dà forma al proprio comportamento, trasformandolo dall’interno. Gesù dirà: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste!» (Mt 5,48). Il biblista Massimiliano Scandroglio, a ragione fa notare che la fede di Amos – nata da un incontro «effettivo» con il Signore – individua con sapienza le cause dello stravolgimento del diritto e l’oppressione del povero. Esse risiedono nel tentativo, sempre insidioso, di «manipolare» Dio e la sua legge, per acquistare potere e ricchezza nelle mani di pochi, che produce povertà e miseria in molti. L’esperienza vocazionale di Amos, a ben ragione, si può comprendere come «fede in azione» che dissimula la falsità religiosa. Essa ricorda il rapporto tra fede e vita proposto nel Nuovo Testamento da Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? ... Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta... Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano! Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?» (cfr. Gc 2,14-26). San Paolo a sua volta sintetizza: «La carità non sia ipocrita ... Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (cfr. Rom 12,9; 13,7).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Leggi il versetto 1,1 e rifletti sulla originale presentazione: “Parole di Amos”: se sono di Amos in che senso sono parola di Dio che il profeta deve assolutamente annunciare? 2) Dopo aver letto il capitolo 7,10-17 traccia l’identità del vero profeta secondo l’esperienza di Amos. Quali caratteristiche ti colpiscono di più della sua profezia e del suo radicale coinvolgimento nella missione? 3) In che senso nella nostra cultura, dove il divario tra Nord e Sud del mondo, tra pochi ricchi e molti poveri è sempre più marcato, il messaggio di Amos è urgente e grande attualità? Che cosa fa riscoprire della nostra fede?

Suor Filippa Castronovo, fsp