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MARIA NEL CANTICO DEI CANTICI
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Trafitta dalla spada

Nella presentazione di Gesù al tempio, la Sacra Famiglia incontra due figure esemplari che rappresentano la vera fede di Israele: sono Simeone, definito “uomo giusto e pio” e pieno di Spirito Santo, e la professa Anna. Sotto l’influsso dello Spirito, Simeone riconosce la vera identità del bambino e la sua missione a cui è associata la Madre. Egli si rivolge alla giovane madre con parole sconvolgenti: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (cfr. Lc 2,22-35). Maria accoglie in silenzio quella misteriosa profezia che predice un futuro di sofferenza per Lei e per il Figlio, un soffrire lungo tutta la sua vita fino al Calvario. L’abate Ruperto esprime questa realtà facendo parlare la Vergine stessa: «Non considerate soltanto quell’ora, o quel giorno, in cui vidi tale mio amato catturato dagli empi e maltrattato, cioè deriso, coronato di spine, flagellato, crocifisso, dissetato con fiele e aceto, trafitto dalla lancia in cui lo vidi morire ed essere sepolto.

Allora, infatti, una spada trafisse la mia anima. Ma prima che mi trafiggesse così, essa fece un lungo percorso». Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore (Ct 2,4). Questo versetto del Cantico dei Cantici Ruperto lo applica alla Beata Vergine ma, nella seconda parte, lo cita con parole un po’ diverse dalla traduzione attuale: «Mi ha introdotto nella cella del vino e ordinò in me la carità». La Madre coopera alla redenzione accettando e offrendo la sua sofferenza per la salvezza del mondo. Questo è “l’ordine della carità”, come lo chiama l’abate, che Gesù stesso insegna a Maria: «L’opera di Dio deve essere anteposta ai tuoi sentimenti. Bisogna fare non la tua, anzi non la mia volontà, ma quella del Padre». Così Gesù “educa” la Madre e la introduce nel mistero della redenzione chiedendole di mettere da parte il suo affetto materno. Se la cella del vino simboleggia l’amore di Dio, allora entrare in questa cella significa vivere in intimità e comunione con Dio e fare nostro il suo modo di pensare e di agire. Un commentatore moderno così esplicita questo versetto del Cantico: «Mi ha fatto bere amore immergendomi nel suo amore.
Ha ordinato in me la carità, conformandomi ad essa e adattandola a me». Altri versetti del Cantico sono interpretati da Ruperto alla luce della sofferenza e della passione di Gesù e della Madre. Come giglio tra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze (Ct 2,2). Il giglio rappresenta Cristo “tra le spine” durante la passione, mentre le ragazze, le figlie nel testo usato dal monaco, indicano le incomprensioni e le calunnie che hanno colpito la Vergine Maria, soprattutto le eresie. E Gesù stesso afferma: «Ma come io ho subito le spine e le ho superate, anche di te si proclama con verità che hai vinto tutte le eresie». Così afferma anche san Francesco di Sales: «Tu sola, o Immacolata, hai distrutto tutte le eresie».

Maestra degli Apostoli

Ruperto, come altri autori medievali, divide la vita della Vergine in due parti. La prima fino all’Ascensione di Gesù è caratterizzata dal silenzio e dalla meditazione su tutto ciò che riguarda la vita e le opere del Figlio. Nella seconda parte, invece, Maria è chiamata ad essere maestra, «aiuto e guida degli apostoli» rivelando loro ciò che ha vissuto e meditato, in quanto “testimone ben qualificata”. Introdotta dal Re del cielo nei suoi misteri (cfr. Ct 1,4), Maria vive nel nascondimento custodendo i segreti a lei rivelati, ma arriva il tempo di parlare e di far da guida alla Chiesa primitiva. È Gesù stesso che glielo chiede. Ruperto legge in chiave mariana i celebri versetti del capitolo quinto del Cantico: «Dormo ma il mio cuore veglia. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: «Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto [...]». «Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi, come sporcarli di nuovo. L’amato mio ha messo la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui» (Ct 5,2-4).
L’amata «dorme con il sonno del dovuto silenzio» ma il suo cuore veglia. Questo si riferisce al primo periodo della vita di Maria. Ora Gesù stesso le chiede di parlare: «“Sorella mia” per la fede; “amica mia” per la speranza, “colomba mia” per la carità, “immacolata mia” per la totale non corruzione dell’anima e del corpo [...]. “Aprimi”, cioè aprimi la tua bocca, parla, nel modo in cui serve a confermare l’evangelo, manifestando in ciò la perdita della tua desiderata quiete nel fatto di rompere a causa mia il piacevole silenzio della tua singolare pudicizia». La Vergine indugia in un primo tempo. Come può Lei che ha abbandonato ogni cosa rivolgere «verso cose terrene gli occhi e tutti i suoi sensi e pensieri che a lui solo, il suo amato, tutti ha dedicato»?
Ma poi risponde: «Come, infatti, avrei potuto dopo ciò dormire ancora o addormentarmi? Come poteva essere per me un fastidio indossare di nuovo la tunica, o come poteva essere per me pesante sopportare la polvere sui piedi, quando, dopo la voce del mio amato che bussava, si è avvicinata anche la sua mano e con il suo tocco egli ha infuso nel mio grembo quell’ineffabile timore? Mi sono alzata, dunque, per aprire al mio amato, mi sono data da fare in modo da giovare, con le parole e con le azioni, insieme agli apostoli di Cristo, mio amato, alla corsa dell’evangelo ». Aggiunge poi – e qui Ruperto afferma una cosa molto importante – : « Non ero infatti io che parlavo, ma lui parlava in me [...] Non vi è dubbio che anche in me lo stesso diletto abbia parlato (cfr. 2Cor 13,3) ogni volta che gli aprivo il chiavistello della mia porta, ogni volta che muovevo la lingua e che conformavo la mia voce al Verbo di Dio che egli è».
Come altri autori, il monaco Ruperto si chiede: se abbiamo lo Spirito Santo che bisogno c’è della Beata Vergine? E così risponde: «Forse perché lo Spirito Santo li aveva istruiti, non dovevano aver bisogno per questo del magistero della tua voce? Al contrario, la tua parola è stata per loro la stessa voce dello Spirito Santo [...]. Quelle percezioni che i singoli avevano ricevuto dallo stesso Spirito e che questi distribuisce ad ognuno come vuole, essi li appresero dalla tua pia bocca, istruita a parlare ma anche disposta al silenzio, secondo l’opportunità del momento».
Questo in riferimento agli Apostoli e ai primi discepoli di Gesù, ma non è ciò che la Vergine compie e continua a compiere nei confronti di ogni discepolo del suo Figlio? Concludiamo citando un ultimo versetto del Cantico perché sembra che san Giovanni Bosco si sia ispirato ad esso nel comporre la preghiera “Vergine potente”. Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirsa, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra (Ct 6,4). Con le parole di don Bosco, qui nella versione del canto, invochiamo l’intercessione della Vergine sulla Chiesa e su ognuna di noi.

O Maria, Vergine potente,
Tu grande presidio della Chiesa;
O Maria, aiuto dei cristiani,
Tu terribile esercito schierato,
Tu doni il sole che vince ogni tenebra,
Tu nelle angosce e lotte della vita,
Tu nei pericoli difendici dal nemico.
Tu nell’ora della morte
accogli l’anima in Paradiso.

Maria Angela S.