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ANNO PAOLINO
RISCOPRIAMO SAN PAOLO
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Dopo la lettera del Superiore generale don Silvio Sassi e l’articolo scritto da don Eliseo Sgarbossa, ssp, la rubrica dedicata a San Paolo, ospiterà un approfondimento dell’apostolo a partire da alcune tematiche specifiche. Sarà l'occasione per riflettere e conoscere sempre meglio questo nostro ‘Padre’ e imitarlo nella nostra vita. Curerà la rubrica don Baldo Reina, sacerdote, biblista e prefetto degli studi teologici nella diocesi di Agrigento. Don Baldo è anche assistente del gruppo delle Annunziatine di Agrigento. Lo ringraziamo vivamente per la sua cordiale disponibilità. Ho accolto con immensa gioia l’invito ad utilizzare questo spazio per condividere qualche riflessione sull’Apostolo Paolo in quest’anno giubilare a lui dedicato. Ringrazio di cuore don Vito per l’opportunità che mi concede e – molto di più – per l’amicizia fraterna; ringrazio e saluto di cuore le tante sorelle annunziatine sparse in Italia: alcune le conosco per via di qualche corso di esercizi spirituali, tante altre purtroppo no; a tutte mi sento legato da un vincolo di grazia sapendo quanto è importante la loro presenza all’interno della Chiesa. Scrivere qualcosa su S. Paolo, dopo i fiumi di inchiostri che sono stati versati per descriverne la teologia e l’attività, è quasi rischioso perchè è inevitabile affermare cose già note. Quale strada imboccare? Ho pensato che, forse, può essere utile riprendere le cose che già sappiamo e provare – passo passo – ad accostarle alla nostra vita di persone consacrate. Sì, perché – a mio avviso – non è solo importante conoscere S. Paolo ma è doveroso, soprattutto per chi ha deciso di sposarne il carisma, imitarlo con tutta la vita. Dunque, un cammino fatto di conoscenza e di riflessione per comprendere come avvicinare S. Paolo alla nostra vita e questa alla straordinaria vicenda dell’uomo che ha dato una svolta all’intera storia del cristianesimo. Così, vedremo alcuni aspetti della vita di Paolo e poi riprenderemo alcuni passaggi delle sue lettere per afferrarne i pilastri del pensare teologico ed ecclesiale. In questo primo contributo vorrei soffermarmi sulla formazione dell’apostolo Paolo poiché sono persuaso che questa influenza notevolmente la stesura delle lettere in nostro possesso. Sappiamo che Paolo è nativo di Tarso di Cilicia, una cittadina dell’Asia minore dove i genitori ebrei arrivarono – probabilmente – a motivo dell’espulsione ordinata dall’imperatore romano. |
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Facevano parte di quella numerosa parte del popolo ebraico detto della ‘diaspora’ proprio per la fuoriuscita dal territorio nazionale ebraico. Paolo è coetaneo di Gesù (secondo la tradizione sarebbe nato nell’anno 8 d.C. e questo giustifica la scelta del 2008 come bimillenario dalla nascita) e nei primi anni dell’era cristiana in quella zona mediorientale confluivano tre elementi importanti: l’impero romano, la cultura ellenistica e la religione ebraica. Il primo stava conoscendo un periodo di grande splendore; la cultura dominante era quella istaurata da Alessandro Magno (III sec. a.C.) e la religione giudaica era ancora il collante di tutti i figli di Abramo. All’indomani della morte e risurrezione di Gesù è ben noto come i discepoli avessero privilegiato la continuità con i fratelli ebrei confinando la Buona novella dentro i confini del territorio giudaico e pensando, in assoluta buona fede, che solo chi appartenesse al popolo eletto poteva accogliere la salvezza di Cristo. In quel delicato frangente storico era necessario, invece, saper intrecciare le tre coordinate descritte sopra; era necessario conoscere la cultura greca per dire il messaggio del Vangelo con il linguaggio del tempo; avere una visione del mondo come quella dei romani per far conoscere ovunque che Gesù è il Cristo e appartenere alla religione giudaica per dimostrare che quanto era stato annunziato dai profeti adesso, finalmente, si è realizzato. Ecco la grandezza dell’apostolo Paolo. Egli è l’uomo che Dio ha chiamato affinché Gesù fosse conosciuto in ogni angolo della terra. Paolo, infatti, conosce molto bene la cultura greca per essersi formato in una delle città più importanti del tempo; la conosce e la usa abbondantemente per rendere ragionevole e comprensibile il messaggio di Gesù ed innestarlo in quel vasto mondo della cultura greca; ma Paolo è anche cittadino romano e, come tale, ha una precisa visione del mondo e della storia. Nei suoi spostamenti privilegerà le grandi città, le grandi vie di comunicazione e arriverà fino alla capitale dell’impero convinto che il futuro fosse strettamente legato ad essa. Ed, infine, Paolo è ebreo di nascita e di formazione; cresciuto in una famiglia ebraica, appena diciottenne viene mandato a Gerusalemme per conoscere accuratamente la religione dei padri alla scuola di Gamaliele, uno dei rabbi più famosi del tempo. E, dopo l’incontro con Cristo, Paolo utilizzerà molto il suo retroterra ebraico. Potrà parlare agli ebrei da ebreo e potrà dimostrare loro che il Messia atteso è venuto, si è caricato sulle spalle i nostri peccati, è morto in croce ed è risorto il terzo giorno per essere sempre presente in mezzo ai suoi. Nelle sue lettere Paolo si accosterà spesso all’AT riuscendo ad accostarlo perfettamente a ciò che era avvenuto negli ultimi tempi. In questo modo Paolo racchiude in sé le categorie più importanti dell’epoca e – guidato dallo Spirito – è in grado di causare un bel salto di qualità al Vangelo di Gesù Cristo. Ma tutto questo a noi oggi cosa dice? Come oggi possiamo imitare l’apostolo Paolo? Da quanto detto sopra ricavo un prezioso insegnamento che può essere utile a noi, alla fede che professiamo e alla consacrazione che viviamo. Paolo ci insegna che affinché l’annuncio del vangelo risulti efficace dobbiamo avere un cuore follemente innamorato di Cristo, ma anche una mente aperta per conoscere ciò che vive questo tempo. Come Paolo dobbiamo anche noi essere bravi ad intrecciare l’elemento religioso con quello culturale e con quello storico. Essere cristiani e consacrati oggi non è la stessa cosa di esserlo stati venti o trent’anni fa; e noi abbiamo il dovere di saper dire oggi il Vangelo senza mai pensare in modo nostalgico che prima era più facile o più comodo. Il Signore, ancora oggi ha qualcosa da dire all’uomo che vive questo tempo e – per farlo – ha bisogno di persone intelligenti e sante che sappiano cogliere i segni dei tempi ed interpretarli evangelicamente. Il Beato Alberione non si è accontentato di una ‘normale’ vita sacerdotale; ha intuito che il linguaggio delle comunicazioni sociali stava diventando sempre più importante e decisivo per la cultura del tempo e si è speso generosamente affinché, anche per mezzo di quei potenti mezzi, arrivasse il Vangelo. S. Paolo come don Alberione ci insegna che il mondo e la storia non vanno condannati ma vanno vissuti pienamente ben sapendo che dal tesoro del Vangelo possiamo sempre tirar fuori cose antiche e cose nuove. Riscoprire l’apostolo Paolo, per noi, potrebbe significare innanzitutto valorizzare questo immenso patrimonio che ci lascia. Come lui vogliamo impegnarci a conoscere meglio le categorie culturali del nostro tempo per innestare in esse la Buona novella; avere una visione del mondo (pensiamo alla globalizzazione) che ci faccia uscire dai nostri piccoli confini e ci faccia sognare orizzonti più ampi dove Dio vuole entrare e valorizzare la Tradizione che ci lasciamo alle spalle non come deposito dell’«abbiamo sempre fatto così», ma come impegno per vivere bene il nostro presente. L’apostolo Paolo ci aiuti affinché anche noi come lui possiamo spenderci con tutte le forze per la causa del Vangelo, per poter affermare – alla fine dei nostri giorni – «ho combattuto la buona battaglia!». Don Baldo Reina |
| C’è un evento nella vita di San Paolo che va collocato al centro di tutta la sua vicenda storica, spirituale e missionaria: l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco. Il resoconto dell’accaduto è presentato in tre sezioni del libro degli Atti (cap. 9; 22; 26) ed in alcuni passaggi delle lettere dello stesso Paolo. Certamente si è trattato di una vera e propria folgorazione che ha colto Paolo nel cuore del suo zelante desiderio di perseguitare la giovane comunità cristiana di Damasco. |
Come definire tutto questo? Alcuni parleranno di conversione, altri di vocazione, altri ancora di illuminazione… poco importano i termini, ciò che veramente conta è l’incontro in profondità fra i due e, soprattutto, le conseguenze che da esso scaturiranno. Infatti, da qui in avanti Paolo non riuscirà più a pensarsi senza fare riferimento a Cristo, anzi, identificherà tutta la sua vita con quella del Risorto e sentirà questa profondamente innestata nella sua. Nella lettera ai Galati arriverà a scrivere: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me; questa vita che vivo nella carne la vivo nella fede del figlio di Dio che ha dato se stesso per me” (Gal 2,15-21). Ormai il nuovo epicentro della vita dell’apostolo non è più la Legge, ma la fede in Cristo morto e risorto per riscattare ogni uomo dalla condizione infame del peccato. Tutto lo spazio vitale di Paolo è preso, conquistato da Cristo al punto che, con genialità mistica, lo stesso Paolo scriverà: ‘Per me il vivere è Cristo’. La teofania della via è per Paolo un’intensa esperienza di mistero pasquale, di morte e di risurrezione; muore l’uomo vecchio con tutte le sue convinzioni e risorge l’uomo nuovo perfettamente innestato in Cristo e desideroso di essere in tutto conforme a Lui. Da qui, da questa straordinaria avventura mistica, Paolo inizia a maturare la propria vocazione di ‘apostolo’ per portare a tutti la Buona novella che Cristo è venuto a liberarci dai nostri peccati. Sarà questa la molla della sua instancabile ed avvincente esperienza missionaria che lo porterà da una parte all’altra del mondo, da Gerusalemme ad Antiochia, da Atene a Corinto, da Efeso a Roma… Tutto per Cristo, tutto e sempre affinché Cristo venga portato nei cuori e diventi cuore di ogni scelta. Il persecutore del cristianesimo diventerà mira delle persecuzioni di tanti che lo bastoneranno pur di metterlo a tacere, ma senza alcun risultato se non quello di rafforzarlo nell’idea che tutto va fatto per il Vangelo. Damasco è, dunque, molto di più di un semplice incontro; è la sorgente della vita spirituale di Paolo, è la motivazione profonda della sua missione, è la radice vera e sana della sua apostolicità, è la fonte di ogni conoscenza e di ogni arguta riflessione sul mistero della salvezza. Per ogni persona consacrata vale la pena tornare a quest’incontro perché la riuscita o meno delle nostre esperienze e di ogni sincero cammino di santità dipende dalla forza e dalla verità di quell’incontro. Certamente c’è stato un momento, nella nostra avventura vocazionale, in cui ci siamo sentiti conquistati, affascinati, presi da Cristo, lo abbiamo sperimentato vivo nella nostra povera vita e abbiamo deciso di vivere per Lui, con Lui ed in Lui. Ma è necessario chiederci se quell’incontro ha mantenuto la stessa forza dei primi momenti; se – come in Paolo – è diventato fuoco per accendere continuamente la nostra vita; se è diventato pretesto di missione generosa e feconda; oppure se con il tempo, con l’età, col sopraggiungere delle difficoltà piccole e grandi, quell’incontro ha perso tutta la bellezza che gli appartiene e, anziché coinvolgere ‘il vivere’, ha preso soltanto qualche piccola parte della nostra vita. L’Anno Paolino è per tutti – ed in particolare per le persone consacrate – occasione per rivivere Damasco, per morire una volta per tutte al peccato, all’uomo vecchio fatto di tante cose inutili, e per risorgere a vita nuova, per scoprire che Cristo non è semplicemente presente accanto a noi, ma è in noi e ci chiede di essere in Lui per portare frutto. Ritornare a queste motivazioni profonde è premessa e promessa di vera gioia, di santità autentica, quella di Paolo, ma anche la nostra. Allora Damasco può continuare! Don Baldo Reina |
I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO
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Le tappe della vita di Paolo che conosciamo attraverso le fonti a nostra disposizione – la formazione a Tarso, la vocazione sulla via di Damasco, il tempo del deserto, l’incontro con le colonne della Chiesa di Gerusalemme, la lenta maturazione a contatto con la Tradizione – rendono ragione del lungo racconto che ci presenta il libro degli Atti a partire dal capitolo 15 fino alla fine: una sezione avvincente in cui l’Apostolo è in continuo movimento da un capo all’altro del mondo, dall’Asia minore alla Grecia, da Gerusalemme a Roma… Sembra avere quasi premura, come se l’annuncio non potesse più attendere; c’è urgenza, desiderio, frenesia… nell’incedere dell’apostolo che non vuole trascurare nessuna realtà e vuole raggiungere i confini del mondo; è un continuo mettersi in movimento affinché tutti conoscano il Vangelo e si lascino incontrare da Cristo, salvezza del mondo. Chissà se nella breve permanenza a Gerusalemme qualcuno fra gli apostoli avrà riferito a Paolo l’ultima frase del Risorto: ‘Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura!’ Non lo sappiamo, ma di certo |
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Paolo si sente mosso da una impareggiabile spinta missionaria che lo porterà a scrivere: ‘L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti’. |
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Afferrato e affascinato dall’amore del Cro-cifisso, Paolo intraprende i viaggi missionari con il preciso intento di portare ovunque la buona novella. Il racconto degli Atti descrive gli spostamenti, le città visitate, le reazioni delle diverse comunità… l’esperienza del giovane missionario. In questo resoconto avvincente ci si imbatte – nel mezzo del secondo viaggio missionario – in una battuta d’arresto dai toni chiaroscuri: il discorso di Atene. Paolo vi giunge dopo essere stato a Tessalonica e a Berea e ai suoi occhi la città costituisce il luogo ideale per vivere una particolare esperienza di evangelizzazione e di incontro fra fede e cultura in quanto, anche se già in declino, rappresenta un faro culturale per l’intero mondo ellenistico e non solo; la presenza di scuole filosofiche (epicurei, stoici…) e i culti alle diverse divinità costituivano per Paolo una vera e propria sfida. Il libro degli Atti nel capitolo 17 racconta l’esperienza dell’Apostolo con due differenti scansioni: nella prima è testimoniato l’ardore di Paolo che, al suo solito, valorizza sinagoga e piazza per presentare l’Evangelo suscitando l’interesse dei colti abitanti; nel secondo l’attenzione si fa ancora più dettagliata e sono gli stessi ateniesi ad invitare l’apostolo per approfondire ulteriormente l’argomento: ‘Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane ci metti negli orecchi; desideriamo conoscere di che cosa si tratta’(At 17,19-20). A questo punto Paolo inizia l’esposizione dell’argomento con una bella ed erudita trattazione facendo accostamenti a filosofi e poeti del luogo per dimostrare la verità su Dio e sulla storia della salvezza; sembra quasi un trattato di teodicea quello di Paolo, cioè il tentativo di spiegare con la ragione l’esistenza di Dio e le sue ragioni. La predica è bellissima e ben impostata, ma ai presenti non interessa più di tanto: ‘Ti sentiremo su questo un’altra volta’ (At 17,33) è la triste conclusione della permanenza ateniese; |
solo alcuni aderiranno al Vangelo ma da lì in avanti non sapremo né di altre visite né di scritti indirizzati a quella comunità. Un fallimento dunque? E se è così perché ricordarlo? Ho voluto riprendere l’episodio dell’areopago di Atene per sottolineare la necessità di accettare le sfide che si presentano e la capacità di rivedere metodi e scelte. |
L’APOSTOLO PAOLO E LA VITA DI FEDE
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LA VITA NELLO SPIRITO
NELLA LETTERA AI ROMANI
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Nel precedente contributo abbiamo cercato di mostrare l’interessante itinerario teologico che Paolo offre alla comunità di Roma in attesa di una sua visita. Dal tema della giustificazione che riguarda l’umanità peccatrice, a quello della salvezza offerto a coloro che sono stati resi giusti fino all’impegno morale, al fine di saper offrire tutta la vita come ‘sacrificio vivente santo e gradito a Dio’. Don Baldo Reina |
PAOLO E L’IMPEGNO DELLA VITA MORALE
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Nel corso dell’Anno Paolino don Baldo ha curato questa rubrica dedicata all’approfondimento della figura di Paolo e di alcuni temi fondamentali della sua teologia. Lo ringraziamo vivamente per la competenza e la preparazione con le quali ha affrontato i diversi argomenti nonché per tutti gli stimoli concreti che a partire da essi ha lanciato alla nostra vita. Il Signore lo ricolmi di ogni benedizione. Sul finire della lettera ai Romani (dal cap. 12 al cap. 16) Paolo si sofferma su alcuni aspetti che riguardano la vita morale del credente.
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