deve essere cosa ben facile, se ragiona, rimettere ai fratelli i loro debiti. Gesù Cristo Re, alla fine del mondo, ci giudicherà: giudicherà tutti gli uomini. Egli perdonerà certamente, prima di quel giorno, i nostri peccati, se noi avremo perdonato di cuore a chi ci avrà offeso, come diciamo nel Padre Nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ora, al giudizio universale, Gesù Cristo dirà appunto agli eletti parole di conforto, che vorranno dire: «Venite nel regno del Padre mio, perché siete stati caritatevoli verso i fratelli», e dirà ai cattivi: «Andate, maledetti, nel fuoco eterno, perché non avete usato carità ai fratelli» [cfr. Mt 25,34.41]. Fare opere di carità: ma l’opera di carità che certamente deve precedere le altre è appunto questa: il perdonare.
Avviene, nella convivenza quotidiana, che qualche volta uno possa fare dispiacere ad un altro; del resto, anche senza malizia, succedono disguidi vicendevoli. Bisogna perdonare. Colui che vuol confessarsi e ottenere il perdono dei suoi peccati, deve prima pensare se ha perdonato egli stesso. Chi porta nel cuore la diffidenza, l’odio, lo spirito di vendetta, come potrà essere perdonato da Dio?
Ecco l’esempio del Maestro Divino: «Come agnello era condotto a morte» [Is 53,7]. Agnello innocente, agnello che taceva. Taceva davanti a coloro che lo flagellavano, che lo incoronavano di spine, a coloro che lo inchiodavano sulla croce. E allorché fu levato a vista di tutti sul Calvario, ecco la prima preghiera che fece: «Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno» [Lc 23,34]. La sua prima preghiera fu per coloro che lo avevano insultato e lo insultavano; per coloro che lo avevano condannato e che cercavano di rendergli più amare le ultime ore. La ragione per cui dobbiamo perdonare risulta molto chiara dal Vangelo, dove si parla del servo spietato verso il suo compagno che gli doveva una somma molto piccola.
Consideriamo la gravità del male che è il peccato in ordine a Dio. Questa ribellione, questa ingiuria che è il peccato, questa disobbedienza, questa ingratitudine, sappiamo noi misurarla? comprenderla del tutto? Chi capisce del tutto il male che è un peccato? E se si trattasse anche di quelle colpe che chiamiamo veniali, sappiamo che sono sempre molto più gravi di quello che possa essere l’offesa di un compagno, di un uomo rispetto a noi: perché tra noi e Dio la distanza è infinita, mentre tra noi e il fratello la distanza è ben poca. E quante volte ancora siamo inferiori, perché magari il compagno, il fratello è più santo di noi. Allora, se desideriamo il perdono da Dio siamo buoni, perdoniamo di cuore; altrimenti neppure il Padre nostro Celeste perdonerà a noi i nostri peccati.
Vi sono persone che perdonano a stento, che non vogliono ricevere l’assoluzione perché non vogliono perdonare a nessun costo. Resistono alle volte anche in punto di morte. Non vogliono sentir parlare di perdono, rifiutano anche di ricevere e di parlare con coloro che le disgustarono mentre forse furono esse stesse ad offenderle. Come possono essere perdonate? In certe condizioni non può essere data neppur l’assoluzione. Ma se noi vogliamo l’assoluzione anche dalle pene del purgatorio, perdoniamo di cuore a chi ci ha offeso. Vi sono persone che non solo perdonano, ma dimostrano maggior benevolenza, più larghezza, più bontà verso coloro dai quali hanno ricevuto disgusti, dispiaceri. Vi sono persone che non soltanto pregano per chi le ha offese ma le vogliono beneficare e cercano le occasioni per dimostrare che hanno dimenticato tutto.
Vi sono persone ancor più delicate che neppure dimostrano di aver ricevuto il dispiacere, neppur dimostrano di aver capito l’animo cattivo di chi ha cercato di far loro del male. Non fece così Gesù con S. Pietro, il cui peccato doveva averlo ferito proprio nel cuore? Come trattò S. Pietro il Maestro Divino? Non si contentò forse della triplice sua protesta d’amore senza ricordargli il fallo? Siamo noi veramente buoni? buoni nei nostri giudizi, nel giudicare il fratello? anche quando ci ha disgustato? Il Signore moltiplica le grazie sopra chi ha saputo perdonare: e allora costui trova facilmente la via, l’aiuto divino, per diventare più santo. Alle volte il perdono di una offesa costa tanto; ma se un’anima sa superarsi, sa perdonare, il Signore apre i tesori della sua grazia e della sua misericordia sopra di essa. È quindi interesse nostro perdonare. Se quel servo, che era un gran debitore, avesse perdonato, sarebbe stato cancellato il suo debito, non se ne sarebbe parlato più. Invece, essendosi mostrato così duro verso il suo conservo, ecco il rimprovero del Re: «Servo iniquo: io ti avevo condonato tutto quel debito perché me ne avevi supplicato, e non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come ne ho avuta io per te? E sdegnato lo diede ai manigoldi fintanto che non avesse pagato tutto il suo debito» (cfr. Mt 18,33-34). Esame: Abbiamo noi saputo perdonare a coloro che ci hanno offeso? Abbiamo dissimulato anche il disgusto ricevuto, quasi mostrando di non essercene accorti? O almeno siamo stati attenti a concedere il perdono e a rispondere bene, quando chi ci offese venne a chiederci scusa? E abbiamo cercato di rendercelo più amico? Abbiamo pregato per lui? E abbiamo preso occasione per beneficarlo, per aiutarlo?
Quando andiamo alla Comunione, se ci ricordiamo che il fratello ha qualche cosa contro di noi dobbiamo prima riconciliarci con lui. Quando andiamo a confessarci, dobbiamo pensare che Gesù ci perdonerà come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso.
Canto: «Ubi caritas et amor, Deus ibi est». [«Dov’è carità e amore, lì c’è Dio», antifona nella celebrazione eucaristica in “Coena Domini” del Giovedì Santo].
Beato Giacomo Alberione |