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VEDERE E CREDERE

 

Carissime Annunziatine,

il mattino di Pasqua è già Risurrezione, la luce è nuova, ma gli occhi degli apostoli e dei discepoli sono ancora “vecchi” e non sanno vedere. Ci vuole tempo per uscire dalle tenebre ed abituarsi a vedere nella luce.
Nel giorno di Pasqua si passa dalla fine della notte presso il sepolcro vuoto fino a dopo il tramonto, quando i discepoli professano la fede nel Risorto. Giovanni osserva che è “il primo giorno della settimana”: il giorno della Creazione, quando fu fatta la luce, è ormai divenuto il giorno della “ricreazione”, il giorno della salvezza per tutti i credenti.
Giovanni ricorda, rievoca i fatti con i verbi al passato, ma la sua testimonianza è nel presente di chi ascolta. Dobbiamo farci prestare i suoi occhi per giungere a vedere e credere. Infatti per noi sono le parole di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).

Tenebre fuori, oscurità dentro

Il primo personaggio che incontriamo nel mattino di Pasqua è Maria di Magdala. Giovanni tralascia di raccontare delle altre donne perché l’evangelista non presenta la cronaca di Pasqua, ma racconta come nel giorno della Risurrezione la luce della fede ha conquistato i loro cuori, e ha scacciato le tenebre per far posto alla pace e alla gioia.
Questa discepola, che si è lasciata ricolmare dall’amore misericordioso di Gesù, non riesce a sopportare di stare lontano dal suo amato Rabbì, per questo arriva prima dell’alba, “quando era ancora buio” ... e non solo all’esterno.
Prima dell’alba era anche il tempo in cui le donne andavano a provvedere l’acqua per le loro famiglie. Ma la Maddalena è più simile alla cerva che anela all’acqua viva «... così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sl 42,2- 3). L’anima di questa discepola, avendo conosciuto il Dono di Dio, ha sete dell’«acqua viva» quella che dà la vita eterna (cfr. Gv 4,5ss).

Gesù è già risorto ed è nella Luce, mentre la discepola è ancora nelle tenebre. La sua fede (come la nostra del resto) deve ancora fare un lungo cammino per giungere alla pienezza. I suoi occhi, prima dell’alba, vedono solo il sepolcro aperto. È buio all’esterno, figuriamoci cosa si possa vedere dentro! Per non parlare dell’angoscia di non poter vedere il corpo del suo Maestro! Ma è l’oscurità della fede che ferisce fino alle lacrime.
Allora corre e va a trovare Pietro e Giovanni: «Hanno portato via il Signore». Osserviamo che corre con i piedi, ma con il cuore è rimasta alla tomba, per questo tornerà lì. Quei piedi diventeranno messaggeri di pace («Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la salvezza». cfr. Is. 52,7-9). Annuncia una prima volta, ma il suo cuore e la sua fede sono ancora nell’oscurità. Tornerà ancora ad annunciare nella gioia, quando il suo Maestro l’avrà illuminata dentro, ma al mattino è ancora una testimonianza di inquietudine e non di pace.

Correre al sepolcro

Ora la scena passa a Pietro e Giovanni. I loro piedi corrono per giungere in fretta. I due Apostoli arrivano ed entrano nel sepolcro. All’esterno c’è luce, ma dentro il sepolcro è ancora buio. È tutto un simbolo: la vera luce è quella di Gesù che è già nella luce Eterna, ma i discepoli non sanno ancora vedere perché il loro cuore è ancora “duro a credere”.
Pietro è più vecchio e anche più lento, così Giovanni arriva per primo e guarda dentro e vede i “teli posati là”. Non è la titubanza a impedirgli di entrare, ma perché mostra a noi i vari passi che la fede deve fare per giungere a contemplare in pienezza il mistero.
Giovanni è anche simbolo dei profeti e dei mistici a cui Dio ha fatto e fa pregustare i suoi Misteri, ma racconta anche che da soli essi non possono afferrarlo. Hanno bisogno che la Chiesa (di cui Pietro è simbolo) li confermi e li accompagni. Essi corrono avanti, ma la Chiesa non crescerebbe nella comunione e nella conoscenza di Dio se rimanessero soli. Senza Pietro non sarebbero “confermati” nella fede.
Pietro entra e con i suoi occhi conferma quanto ha detto Maria di Magdala (il sepolcro è aperto, il corpo del Maestro non si trova). Osserva con attenzione quanto ha già intravisto il discepolo “che Gesù amava”, vede i teli ed il sudario. Per avanzare nella fede l’anima ha bisogno non solo di vedere da lontano ma anche di verificare entrando dentro.
Pietro esamina la tomba vuota così come la Chiesa continua a rendere ragione della fede (1Pt 3,15), distinguendo quanto si può provare con la ragione e la testimonianza dei nostri occhi da quello che invece è testimoniato solo con gli occhi della fede.
Non ci viene detto quello che pensa Pietro. Assomiglia un po’ a come viene raffigurato san Giuseppe nelle icone della Natività: on gli occhi spalancati. Per comprendere i misteri di Dio i nostri occhi di creature non bastano! La Grazia deve venire in soccorso.
Allora entra anche Giovanni «e vide e credette». Cosa vide e cosa credette? Vide quello che aveva visto Pietro, ma ora egli entra ancor più nel mistero. Tuttavia l’evangelista aggiunge che non avevano ancora compreso le Scritture: dunque la loro fede non è ancora piena.

Ho visto il Signore!

Perplessi Pietro e Giovanni ritornano a casa. Ci accompagna nel cammino della fede ancora Maria di Magdala. La discepola torna al sepolcro, ma non entra e rimane fuori a piangere. Guardiamo il simbolo, non la cronaca. Non piange come sogliono fare le donne... ma piange perché è ferita d’Amore (Ct 5,8) nel giardino a primavera (cfr. Ct 6,1-3) e non vuole andarsene perché la sua anima grida: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).
Non è più il tempo in cui Adamo ed Eva furono scacciati dal giardino di Dio e l’angelo impedisce di entrare: ora è il tempo di tornare nel giardino (paradeisos) redenti e ri-creati per poter gustare dell’albero della vita: è Pasqua.
La discepola con gli occhi in lacrime – cioè con l’ardente desiderio di vedere il suo Signore – vede due angeli che le dicono: «Perché piangi?». Cioè la consolano invitandola alla fede oltre quello che si vede con gli occhi di carne.
Gesù riprende le parole dei messaggeri celesti ed aggiunge «Chi cerchi?». Non bastano gli angeli a spiegarci il mistero di Dio, solo Dio può rivelarci l’abisso del suo Amore. Ma Gesù stesso viene a toccare il nostro cuore e sanare i nostri occhi.
Quel “vide e credette” di Giovanni qui diventa visione e prova della fede. Lo diventa non come “ragione della nostra fede” ma come esperienza di incontro personale, di sentirsi chiamati per nome, nel fare esperienza di Gesù come “persona viva”.
Ma il cammino della fede deve avanzare ancora. Maria di Magdala deve saper lasciar andare quel che vedeva con gli occhi (cioè Gesù secondo la carne: cfr. 2Cor 5,16) per credere in Lui con il cuore e con tutta l’anima. A questo punto può abbandonare le lacrime degli occhi, l’oscurità del cuore e diventare testimone del Risorto: «Andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,18).
Non ci stupisca che i discepoli non le credono (cfr. Mt 16,11). Anche per loro serve l’esperienza diretta, di tutte e due le dimensioni, cioè del vedere e del credere.
Per essere testimoni della Risurrezione gli Apostoli devono fare esperienza diretta e personale del Risorto, anzi per loro serve che facciano un’altra esperienza: quella di mangiare con il Risorto (come i discepoli di Emmaus) e perfino toccare le sue ferite.
La pienezza della fede proclamata dalla Chiesa non poteva fermarsi al “credette” di Giovanni e neppure a l’ “ho visto il Signore” di Maria di Magdala, ma doveva giungere a proclamare insieme: «trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”» (Lc 24,33s).

Don Gino