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STUDIA DI FARTI AMARE

 

Carissime Annunziatine,

anche quest’anno siamo giunti al tempo degli Esercizi Spirituali, un momento privilegiato in cui poter riposare con Gesù (cfr. Mc 6,31), anche se purtroppo sono molte le sorelle che non hanno più le forze per parteciparvi. Ricordo però che è più importante cogliere i frutti degli Esercizi Spirituali, che il Signore dona anche senza allontanarsi dalla propria casa, che partecipare ma raccogliendo frutti scarsi.
Per il Primo Maestro gli Esercizi Spirituali sono, tra le altre cose, anche il tempo nella vita spirituale in cui “fissare il proposito generale” (cfr. Donec Formetur, 74). Cioè sono un’occasione privilegiata in cui rinnovare il nostro impegno per il Signore: amarlo con tutto il cuore e seguirlo con tutte le forze. Qui deve esserci il nostro impegno concreto di santificazione. I buoni propositi che non divengono impegni e progetti concreti servono a poco.
Quest’anno negli incontri mensili (quando è stato possibile) abbiamo cercato di approfondire “la ruota dello studio” con l’aiuto dei santi Dottori della Chiesa Cattolica. Il vero studio, infatti, è quello che ci insegna la via al Cielo e che permette, nell’apostolato, di insegnare questa via anche agli altri.
Don Alberione insisteva spesso nella sua predicazione che bisogna portare tutto l’uomo a Dio (e tutto Dio all’uomo). Lo studio perciò deve essere quel proficuo sforzo di crescere di tutto il nostro essere: nella mente con la verità, nella volontà con i santi propositi, nel cuore col desiderio di amare il Signore sempre più.
La santità è il vero frutto dello studio per un cristiano: un frutto che profuma di eternità. Quando gli sforzi del conoscere non servono alla salvezza dell’anima, sono inutili. Non a caso san Paolo ricorda ai Corinti che «la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica» (1Cor 8,1).
La scienza è orgogliosa quando pensa di fare a meno di Dio e di conseguenza dimentica anche la nostra umanità.
È necessario che la verità e l’amore non siano mai separati perché l’uomo possa crescere veramente. San Paolo ci ammonisce che anche l’amore deve crescere: non basta lo sforzo dell’intelligenza.

In questo tempo di Esercizi dovremmo chiederlo con insistenza a Dio nella sempre fiduciosa preghiera, come ci insegna l’Apostolo delle genti: «E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento» (Fil 1,9).

Amore da studiare

Nella Cappella dei Salesiani a Napoli – dove le nostre sorelle si incontrano per i ritiri – c’è un disegno con una bella espressione di don Bosco: “Studia di farti amare”.
Bella la frase e significativo il luogo in cui è posta. Indica bene come interpretare il comandamento di Gesù di amare il prossimo e anche il luogo dove apprendere a praticarlo: alla scuola di Gesù che si frequenta nell’Eucarestia, celebrata ed adorata.
L’Eucarestia è per il Primo Maestro la grande scuola, dove più vicino al suo Corpo donato per noi, impariamo come trattare i fratelli, dove dobbiamo riconoscerlo.
L’espressione “studia di farti amare” era in origine rivolta al giovane Domenico Savio. Ora deve ricordare a noi che dobbiamo “farci amare”, cioè renderci amabili perché siamo pieni di spigoli e di difetti. Quante volte si desidera che gli altri ci amino, ma siamo assai lenti a rimuovere i nostri difetti che sono di ostacolo perché questo avvenga. Non basta che ci sforziamo di amare il prossimo, occorre che noi stessi ci rendiamo amabili.
Certo il “nostro prossimo”, da sempre, si fa fatica anche a riconoscerlo come da amare: ci è ripugnante (si pensi a san Francesco e il lebbroso), di solito ci è antipatico, scostante, ignorante, ecc. Anche verso gli altri dobbiamo sforzarci di amarli “nonostante i loro difetti”, ma talvolta il primo sforzo dovrebbe essere quello di rimuovere i nostri difetti per renderci amabili e socievoli con tutti.
Sono ancora valide queste parole di don Alberione: «Imparate la carità. Amore, amore, amore! State volentieri con le Sorelle anche con quelle meno socievoli, anche con quelle che vi fanno dispiacere. Non solo pensare bene, ma desiderare il bene, parlare bene e fare del bene quando si può. Rendete la vita bella, lieta a quelle che vivono assieme a voi; che la vita religiosa sia davvero una preparazione al Paradiso e un preludio di Paradiso. Non tristezze, non bronci, non invidie, camminate nella pace, nell’amore» (Alberione, PD 1947, p. 528).

Studiare di amare Dio

Ma il primo comandamento rimane sempre quello di amare Dio. Negli Esercizi il nostro primo impegno deve essere proprio quello di sforzarsi di crescere nell’amore di Dio. Si fa santo chi ha un cuore che brucia d’amore per Gesù. Ma noi siamo tiepidi e abbiamo bisogno di ritornare all’amore. Agli Esercizi dovremmo fare nostro il rimprovero alla Chiesa di Efeso dell’Apocalisse «Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (Ap 2,4).
Il tempo degli Esercizi è proprio quello di ritornare al “primo amore”, quello di riposare sul cuore di Gesù, di tornare in sintonia con i battiti del suo Cuore.
Il Fondatore spesso sottolinea come strumento spirituale insostituibile il sacramento della Confessione, e in particolare di sforzarsi nell’avere il dolore dei peccati.
«Il dolore quando ad esso si applica il nostro metodo, diventa un dolore di mente che è prodotto dalla considerazione della verità, dei principi; un dolore di cuore, che porta all’umiliazione, al distacco dal male; un dolore di vita che porta all’emendazione, dirigendo la volontà al bene. Il dolore deve essere sentito, anche se non è sensibile: se non c’è il dolore sentito non val la spesa confessarsi» (1935, Pr, in, 92).
Non serve insistere troppo sulla parte negativa, che è la ricerca e l’accusa dei peccati, bensì è utile e proficuo impegnarsi nel proposito e nel dolore dei peccati che deve far aumentare il nostro amore per Dio. «L’amore vivo comprende anche sempre il dolore e, quindi, quando c’è molto amore a Gesù, è segno che si è pentiti di averlo offeso. Uno che ami molto il suo papà certamente è disgustato se un giorno lo ha disubbidito» (Alberione, AP, 1957, p. 63).

Don Gino