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DEBORA:
DONNA, GIUDICE, PROFETESSA

 




Dopo la morte di Giosuè, il popolo israelitico, ormai nella terra promessa, è guidato dai giudici le cui gesta sono narrate nel Libro dei Giudici. Questo libro va dalla morte di Giosuè all’inizio della monarchia (1200-1025 a.C.). I “giudici” sono capi militari, appartenenti a una tribù, che Dio suscita quando Israele abbandona l’alleanza (cfr. Gdc 2,11.16).
Il Libro dei Giudici è, infatti, costruito secondo una sequenza teologica e letteraria: muore un giudice, Israele torna a peccare, a causa del peccato cade in mano ai nemici. Gli Israeliti invocano l’aiuto del Signore che li salva, per mezzo di un altro giudice (cfr. Gdc 4,3). La pace dura circa quarant’anni (cfr. ad es. Gdc 3,11; 4,1; 6,1; 10,6). Debora, unica donna giudice, succede a Eud, perché dopo la sua morte gli «Israeliti fecero ciò che è male davanti al Signore» (cfr. Gdc 4,12). La storia che la riguarda è compresa nei capitoli 4 e 5. Il primo presenta la sua persona e narra gli eventi di cui è protagonista. Il capitolo 5 riferisce la stessa storia in forma di poesia epica che, secondo il suo genere, esalta e ingrandisce i fatti.

Debora: sotto la palma rende gloria a Dio

«In quel tempo era giudice d’Israele una donna, una profetessa, Dèbora, moglie di Lappidòt. Ella sedeva sotto la palma di Dèbora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Èfraim, e gli Israeliti salivano da lei per ottenere giustizia » (Gdc 4, 4-5). Debora appare, subito, donna unica nel suo genere e di forte personalità. Il testo precisa chi è, che cosa fa e dove agisce. È “giudice d’Israele” in quanto donna. Segue la qualifica di “profetessa”, ruolo che nell’AT alle donne è attribuito in Es 15,20; 2Re 22,14; 2Cr 34,2; Ne 6,14; Is 8,3; Lc 2,36. Il suo nome è “Debora” e, per ultimo, moglie di Lappidot. Il nome “Debora” richiama la parola “ape” che richiama la terra dove scorre “latte e miele” e ricorda che l’ape, come la parola di Dio, dà il miele ma punge. Debora/ape, con la sua parola ristabilisce la giustizia nel popolo, ruolo molto importante per una donna a quel tempo! Accoglie gli Israeliti a Efraim, sotto “la palma di Debora” (la nutrice di

Rebecca cfr. Gen 35,8). La palma nell’antico Oriente era un albero sacro che indicava la gloria di Dio. Le pareti e i battenti del Santo dei santi, nel tempio di Salomone, erano ornati da palme (1Re 6,29-35). Debora che siede sotto la palma, rende gloria a Dio. Il fatto che “sedesse” non significa che sia unapersona statica, di fatto, fa camminare il suo popolo nella giustizia e lo guida alla vittoria.

Debora guida verso un nuovo esodo

Sìsara capo dell’esercito di Iabin minaccia gli Israeliti. Debora, sicura di parlare in nome di Dio, chiama il generale Barak e gli dice: «Il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine …». Quindi gli comanda di affrontare il nemico, gli comunica la strategia da seguire e lo assicura che il Signore consegnerà il nemico nelle sue mani (cfr. Gdc 4,6-7). Barak ha paura e accetta alla sola condizione che Debora vada con lui: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò» (Gdc 4,7). La profetessa accetta ma gli predice che «non sarà sua la gloria… perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna» (cfr. Gdc 4,9). Debora va in battaglia senza armi da guerra ma con l’arma della fede che la rende certa della vittoria perché Dio salverà il suo popolo. Al momento giusto incoraggia autorevolmente Barak: «Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?» (Gdc 4,14). La vittoria sembra favorire Sìsara il cui esercito è più numeroso e capace. Debora non perde la sua fiducia in Dio che, come in un nuovo esodo, interviene con un improvviso diluvio: «Dal cielo le stelle diedero battaglia, dalle loro orbite combatterono contro Sìsara. Il torrente Kison li travolse; torrente impetuoso fu il torrente Kison» (Gdc 5,20-21).
Le ruote dei carri affondano nel fango e i nemici che si erano dati alla fuga, secondo l’uso del tempo, furono passati a fil di spada. Ed ecco apparire Giaele – prefigurazione di Giuditta – moglie di Eber, che dopo aver accolto Sìsara nella sua tenda, mentre dorme, violando tutte le norme di ospitalità, gli conficca un piolo nella tempia. Si realizza la parola di Debora che aveva predetto la vittoria per mano di una donna. Questo fatto è interpretato nel salmo imprecatorio 83 dove l’orante domanda a Dio la liberazione dai nemici, ricordandogli questo episodio: «Trattali come Madian, come Sìsara, come Iabin al torrente Kison» (cfr. Sal 83,10-11). L’orante rinuncia a farsi giustizia da sé e incarica Dio a intervenire, perché i nemici del popolo sono nemici di Dio (Sal 83,2). Se Egli interviene sa come distruggere, alla radice, il male che allontana da Lui.

Il canto di Debora, madre in Israele

Il capitolo cinque, scritto, forse, subito dopo i fatti narrati, è uno dei testi più antichi (XIII secolo a. C.) di poesia epica ebraica. E riguarda una donna! Il linguaggio immediato trasmette l’impressione di vedere ciò che sta accadendo. Fin dai primi versetti, Debora, come Maria sorella di Mosè sulle rive del Mar Rosso, esalta Dio che ha dato la vittoria al suo popolo: «Io voglio cantare al Signore, voglio cantare inni al Signore, Dio d’Israele» (Gdc 5,3). La vittoria è vissuta come un nuovo esodo! Infatti non c’era sicurezza per i viandanti; l’idolatria era diffusa ovunque: «Era cessato ogni potere, era cessato in Israele, finché non sorsi io, Debora, finché non sorsi come madre in Israele» (cfr. Gdc 5,7). Madre perché ristabiliva la giustizia e perché guidando il popolo alla vittoria ne favorì la vita. Segue la descrizione della guerra, l’incoraggiamento a Barak e ai soldati, fino ad arrivare all’intervento di Giaele, moglie di Eber il Kenita (Gdc 5,24a), “donna della tenda”, una beduina (Gdc 5,24b) che elimina il nemico in maniera all’apparenza crudele. Può, infatti, scandalizzare la descrizione della morte di Sìsara, attratto con inganno nella propria tenda e poi ucciso. L’azione di Giaele è imprevista e non premeditata. A differenza di Davide per Golia e di Giuditta per Oloferne, Giaele non usa armi da guerra (es. la spada) ma un piolo della tenda e un martello, strumenti con cui i beduini fissano la tenda. Il suo è un impulso improvviso contro il male che Sìsara rappresenta. Giaele realizza la profezia di Debora: «Il Signore metterà Sìsara nelle mani di una donna» (Gdc 4,9) e con la sua azione testimonia che Debora è vera profetessa.

Coloro che ti amano siano come il sole nel suo sorgere

La vittoria non è di Barak e del suo esercito ma del Signore che l’ottenne dalle mani di una pacifica beduina trasformata in eroina coraggiosa. Giaele è “benedetta fra le donne”, … anzi, “la più benedetta delle donne” (cfr. Gdc 5,24). Debora e Giaele, donne molto diverse per ruolo e modo di agire, sono entrambe strumento di salvezza di cui Dio si serve e le loro storie si intrecciano. Debora amministra la giustizia alla luce del sole e in quanto profetessa parla in nome di Dio e guida il popolo all’azione. Giaele osserva gli eventi e al momento opportuno decide le azioni da compiere. Debora profetizza ciò che Giaele compirà e la sua profezia interpreta il gesto paradossale di Giaele. Lo stile narrativo, lontano dal nostro modo di ragionare, trasmette un importante messaggio che si può così sintetizzare: di fronte a Dio a nulla valgono le strategie umane e le armi belliche. Israele vince i suoi nemici e vive nella pace solo se rimane fedele al suo Dio che l’ha tratto fuori dall’Egitto. A lui appartiene il primato e la gloria. Dio agisce nella storia in modo paradossale: una donna amministra la giustizia; guida e sollecita il generale alla guerra, l’esercito potente viene sconfitto dal debole per cause naturali. È tragicomico, poi, che il generale anziché morire in battaglia muoia tra le mura domestiche, per mano di una donna (cfr. Gdc 9,53). Il canto termina con un’affermazione solenne: «Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore» (Gdc 5,31).
Debora e Giaele oltre che coraggiose sono modelli di fede e disponibilità totale nelle mani di Dio. Per questo splendono come il sole! Il narratore conclude: «Poi il paese ebbe pace per quarant’anni» (Gdc 5,31).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Debora sedeva sotto la palma, dava, cioè, gloria a Dio. Come io, oggi, posso “sedere sotto la palma” – dare gloria a Dio – nei luoghi dove vivo e opero? La mia parola e le mie azioni danno gloria a Dio? Esprimono la “maternità spirituale” che si fa incoraggiamento, parola illuminante, impegno in prima persona?

2. Nella Bibbia danno la benedizione i patriarchi, i re, i sacerdoti, i capi del popolo. In questo testo Debora benedice un’altra donna, la moglie di Eber il kenita, «Sia benedetta fra le donne Giaele, benedetta fra le donne della tenda!» (Gdc 5,24-26). La benedizione di Debora ricorda quella di Elisabetta a Maria: «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42). Richiama, inoltre, quella che Noemi rivolge alle due nuore, come augurio: «Il Signore usi bontà con voi …», cioè vi benedica (cfr. Rut 1,8-9). So vedere le azioni buone di chi mi sta accanto e augurare il bene e dire bene (bene-dire) perché riconosco l’azione di Dio nella loro vita?

3. Il nostro Fondatore invita le Pastorelle a rivolgere a Maria parole simili a quelle di Barak a Debora: «“Maria, se vieni con me, andrò; se non vieni con me, non andrò”. Andrò ai bambini, alla gioventù, alle opere parrocchiali... se tu Maria, mi accompagni; diversamente, non mi sento di andare sola. Maria, copritemi col vostro manto; infondetemi fede e coraggio; mettetemi sopra le labbra le parole... Maria risponderà: “Verrò con te”: “ibo quidem tecum”» (Prediche alle Suore Pastorelle, I, Albano 1961, 16). Affido a Maria le mie giornate e le decisioni, a volte difficili, che devo prendere?

Suor Filippa Castronovo, fsp