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DONAZIONE COMPLETA
E STABILITA' NELLA VITA RELIGIOSA
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Come ogni edificio ha bisogno di fondamenta stabili per non crollare, così anche la vita religiosa sottolinea Don Alberione che invita a vivere una “donazione senza riserve e senza ripresa” (Alle Pie Discepole 1946-47, pp. 40-43). Crediamo utile richiamare l’attenzione di tutte, specialmente delle Professe, su due punti di capitale importanza: dedizione totale e stabilità nella vita religiosa. L’anima, lavorata dalla mano divina, invitata prima forse confusamente e poi con chiarezza da Colui che chiama quelli che vuole (cfr. Mc 3,13) risponde il suo sì il giorno che decide d’entrare nella vita religiosa. Questo sì viene ripetuto con sempre crescente gioia, dedizione ed energia nel postulato e nel noviziato. |
(1225-1274, Dottore della Chiesa) dicono che professare la vita religiosa è “un olocausto spirituale in cui la persona dà a Dio tutto ciò che ha”. Infatti l’olocausto era il sacrificio perfetto, in cui tutta la persona veniva distrutta e offerta a Dio (cfr. Lev cap. 1). Donarsi a Dio vuol dire dimenticare se stesse e affidargli anima e corpo; vuol dire donargli tutte le proprie potenze, le proprie aspirazioni e i propri sentimenti, i propri desideri e i propri timori, le proprie speranze, riservandosi solo l’impegno di pensare a Lui, servirlo nell’adempimento perfetto del proprio dovere, amarlo con tutto il cuore. Darsi a Dio vuol dire esclamare un sì perpetuo in mezzo a tutti gli avvenimenti, a tutte le vicissitudini, a tutti i cambiamenti interni ed esterni, è il consenso semplice e filiale a tutte le disposizioni del Padre Celeste, è l’intero abbandono in Dio. Darsi a Dio vuol dire darsi alla Congregazione, mettersi nelle mani dei Superiori e lasciare che essi dispongano in tutto come credono bene. Questa donazione iniziata nel postulato, cresce nel noviziato, fiorisce nella Professione temporanea, si consuma nella Professione perpetua. Oh! felice l’anima che si dona a Gesù generosamente, integralmente, coscientemente. È appunto questa donazione generosa, integra e cosciente che costituisce la vita religiosa, e non un abito diverso da quello dei secolari o il vivere in una casa speciale. Il Divin Maestro ci ammonisce ancora: “Chi mette mano all’aratro e poi si volta indietro non è degno del regno dei cieli” (Lc 9,62). Quindi, fatta questa donazione, occorre che l’anima stia ferma e stabile nella propria vocazione, nel proprio apostolato, fedele ai propri Superiori, alle proprie consorelle, alle proprie Regole. Lo stato religioso si chiama “stato” appunto perché importa un modo di vivere “stabile” e permanente. Beato Giacomo Alberione |