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CORSO DELLA COMUNICAZIONE

 

Nei giorni 24 e 25 novembre scorsi, alla vigilia della festa di don Alberione, presso la sede della Società San Paolo a Roma, si è tenuto il corso sulla comunicazione del nostro Istituto dal tema “La chiesa che vorrei… nei new media”. Quest’anno la partecipazione è stata scarsa: solo 11 sorelle. Ma, nonostante tutto, il corso è stato molto interessante. ha magistralmente relazionato don Giampaolo Grieco, sacerdote diocesano della Basilicata, che alcune ricorderanno nella missione d’Istituto fatta a Montalbano nel 2008 (è docente presso l’Istituto di Scienze Religiose di Matera, esperto in Scienze della Comunicazione e in Progettazione, gestione, coordinamento degli oratori). Don Giampaolo ha illustrato lo scenario in cui la Chiesa oggi è chiamata a comunicare la Buona Novella, contesto storico in cui ormai il popolo di Dio ha perso il senso di comunità e dunque la

fede è vissuta in maniera intimistica; i mezzi di comunicazione permettono di ricevere ed inviare messaggi, dunque siamo destinatari ma anche emittenti; viviamo in una società delle immagini in cui soprattutto le emozioni attirano e trascinano, su internet si cerca prevalentemente l’intrattenimento, lo svago. Si è passati dal concetto di horror vacui (terrore del vuoto, dei punti morti, proprio dell’uomo primitivo, costretto a vivere in un mondo ancora vuoto di senso e di segni) a quello di horror pleni (orrore del troppo pieno), che corrisponde all’eccesso di “rumore” sia visivo che auditivo, un sovraffollamento che disturba la capacità informativa e comunicativa di un messaggio.
È ovvio che in un tale contesto, veicolare il messaggio cristiano diviene difficile, soprattutto nel coinvolgimento dei giovani che più di ogni altro vivono la cosiddetta desatellizzazione, ovvero la giusta distanza nelle relazioni (tra adolescente e autorità): i giovani percepiscono la parrocchia come un’autorità, pertanto tendono a cercare le loro amicizie come i loro antagonisti, fuori del contesto ecclesiale, poiché, soprattutto nell’età adolescenziale, è per loro fondamentale avere l’approvazione dei loro coetanei e non degli adulti. Una interessantissima video-intervista (http://youtube.be/hJi1uW1EGFc) a Simon Sinek (scrittore, motivatore e consulente di marketing anglo-americano) spiega le caratteristiche e le problematiche che affliggono i Millenials cioè la generazione nata dopo il 1984: sono “difficili da gestire, pensano che gli sia tutto dovuto, narcisisti ed egoisti, dispersivi e pigri”, spesso sono infelici nonostante siano nella condizione di avere tutto ciò che vorrebbero avere, ma non per colpa loro; purtroppo la loro crescita è stata influenzata da quattro fattori che hanno comportato delle determinate conseguenze: il primo sono le strategie fallimentari di educazione familiare, che hanno fatto crescere i Millenials sentendosi dire che “potevano avere tutto ciò che volevano dalla vita, solo perché lo volevano”, questo ha avuto l’effetto di non averli preparati alla vita reale.
È una generazione incapace di gestire lo stress poiché non ha gli strumenti per affrontarlo e cresce con livelli di autostima più bassa delle altre. A questo si unisce la tecnologia, con la quale tutti sono bravi a mettere dei filtri, a mostrare agli altri che la vita è magnifica anche se in effetti sono depressi. Una ricerca scientifica del 2012 di harvard ha riportato che parlare di se stessi nei social media stimola il cervello con una sensazione di piacere, infatti viene rilasciata una sostanza (dopamina), la stessa che ci fa stare bene quando si beve, si fuma o si scommette, quindi crea moltissima dipendenza: è questo che spinge i giovani a contare i “like” e a controllare continuamente le visualizzazioni dei loro profili social. È una generazione che non sa creare relazioni profonde e durature, non ha fiducia nelle amicizie, quando i ragazzi sono depressi non si rivolgono a una persona ma a un dispositivo.
In questo scenario emerge la terza caratteristica dell’ultima generazione, ovvero l’impazienza: si è abituati alle gratificazioni istantanee, non si ha bisogno di imparare i processi sociali che di per sé hanno tempi lunghi e costano fatica. Infine, a questo quadro si aggiunge l’ambiente: in particolare quello aziendale a cui interessano soltanto i numeri, il vantaggio di breve termine rispetto alla vita delle persone, e quindi non aiuta questi giovani ad avere fiducia in se stessi per affrontare le sfide dell’era digitale e ad acquisire le abilità sociali che gli mancano. Il risultato è una generazione infelice, che nella migliore delle ipotesi vivrà la sua vita senza mai raggiungere una soddisfazione completa, vivrà la propria vita affettiva e lavorativa che andrà solo “bene”.
Come poter trasmettere la prospettiva della felicità a una generazione così? Siamo consapevoli che spesso le strategie del nostro annuncio sono fallimentari, il catechismo non funziona, non è di certo un sito o un post sui social che convertiranno la persona, ma non ci si deve scoraggiare: anche san Paolo dopo il discorso ad Atene si sentì rispondere “su questo ti ascolteremo un’altra vola” e solo alcuni lo seguirono. Pertanto da parte nostra è importante essere “presenti con efficacia” cioè essendo se stessi senza snaturarsi, essere presenti con tutto se stessi e con una salda motivazione, avere sempre chiaro il fine di ogni nostra attività e comunicazione, ovvero il Regno di Dio. Certamente è importante anche il “saper fare”, dunque non si può improvvisare. Ci vuole una comunicazione che lasci il segno, che sappia trasformare l’emozione in sentimento. Quando si punta tutto sul bisogno, una volta che sarà soddisfatto la persona si allontanerà, dunque è necessario accrescere il desiderio perché questo va conquistato e alimenta l’attesa.
È altresì importante considerare sempre chi sono i nostri destinatari, il target di riferimento per sperare che il messaggio venga accolto. San Paolo nelle sue lettere ne individua tre categorie: i neonati (che bevono latte), gli adulti (che prendono cibo solido) e i malati (che hanno bisogno di mangiare legumi, ovvero di proteine per riprendere le forze). Ecco la necessità di avere un approccio differente, sia nel linguaggio e che nelle modalità, nei confronti delle persone a cui ci rivolgiamo, perché ognuno ha un vissuto ed una maturità di fede diversa. Per una comunicazione vincente bisogna fare attenzione anche al “medium” utilizzato, poiché ogni mezzo ha un suo registro di codificazione che cambia totalmente le scelte d’impostazione della comunicazione: lo stesso messaggio veicolato su un sito, su FaceBook, su Twitter, o su carta, non produce gli stessi effetti; bisognerà considerare anche i “rumori” che non permettono di accogliere il nostro messaggio. Fondamentale sarà lo stile che dovrà essere accogliente, privo di love Bombing (proselitismo), che ci spinga ad essere alternativi e testimoni, per lasciare intravedere la speranza e la gioia dell’incontro con Cristo.
Purtroppo non esistono delle soluzioni, don Giampaolo ci ha dato una chiave di lettura, starà a noi sperimentarne le vie, chiedendo al Signore i lumi e la grazia per mettere a frutto i talenti donatici nel Battesimo: citando don Tonino Bello «Se la fede ci fa essere credenti, e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti». Al termine della relazione ci sono stati i laboratori: i due gruppi hanno lavorato sulla realizzazione di un volantino e un video sul messaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale della Comunicazione Sociale 2018, dunque sulle fake news. Anche se il tempo dedicato ai laboratori è stato molto risicato tuttavia è stato un corso molto bello, ricco di spunti di riflessione sia in merito all’evangelizzazione e sia per quanto riguarda la modalità di svolgimento. Si è cercato infatti di renderlo più accattivante per la partecipazione e più utile nel fornire degli strumenti concreti da poter spendere una volta rientrate nel nostro contesto quotidiano. Ringrazio il Signore per la grazia ricevuta in questo corso e la bellezza di tutti i momenti vissuti in comunione con le sorelle, in particolare quelli liturgici in Sottocripta sotto lo sguardo del Fondatore, nella speranza che lo Spirito Santo ci aiuti a comprendere sempre più il grande carisma che ci è stato donato.

Aurora M.