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IL VANGELO SECONDO MARCO
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L’istituzione dell’eucaristia (Mc 14,22-24) Inoltrandoci nel racconto dell’istituzione dell’eucaristia, ci troviamo da una parte nel contesto della celebrazione della cena pasquale ebraica, dall’altra nel contesto del compimento in Gesù dei testi del profeta Isaia conosciuti come “Canti del Servo sofferente del Signore” (racchiusi nei capitoli 42-53 del libro di questo profeta). Ecco come si svolge la cena pasquale ebraica, che anche Gesù ha celebrato: essa inizia dopo il tramonto del sole, quando la famiglia si raduna, avendo sempre cura di formare un numero di commensali non inferiore a dieci e non superiore a venti (per poter consumare tutti una porzione di agnello). Il rito pasquale (chiamato in ebraico Sèder) si snoda in quattro momenti principali, tutti caratterizzati da gesti evocativi della storia della salvezza e intercalati dall’assunzione di una coppa (o calice) di vino. |
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Salmo 23 o del Salmo 136 e l’assunzione della quarta coppa. Nel suo racconto, Marco presenta Gesù nel terzo momento del rito della cena pasquale, quando prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo dà ai discepoli, trasformandolo nel suo corpo, nella sua persona. Infatti le parole “Questo è il mio corpo” significano: “Questo sono io stesso”. Gesù annuncia la propria morte e il rinnegamento di Pietro (Mc 14,25-31) Mediante la formula che, nella Bibbia e nel Vangelo, introduce un oracolo (“In verità, io vi dico”) Gesù ora annuncia la propria morte: “In verità, io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (v. 25). C’è qui un’allusione al banchetto escatologico (che ricorda alcuni testi di Isaia e dell’Apocalisse), quello a cui parteciperanno in modo definitivo i salvati, quello della piena comunione di vita con Dio, il Padre che ha guidato la storia della salvezza al suo compimento nel sacrificio redentore del Figlio sulla croce. Il termine “nuovo” (“lo berrò nuovo nel regno di Dio”) traduce il greco kainòn, che indica qualcosa di differente, qualcosa che appartiene a un ordine diverso, quale è appunto il banchetto escatologico, prefigurato ora nel pane e nel vino dell’eucaristia. Gesù al Getsèmani (Mc 14,32-51) Il luogo in cui Gesù si reca con i discepoli si trova ai piedi del monte degli Ulivi, dove scorre il torrente Cedron. È conosciuto con il nome di Getsèmani, che significa “frantoio dell’olio”. Qui Gesù, ormai consapevole di andare incontro alla morte, apre un intenso colloquio con il Padre. Spesso gli evangelisti si soffermano sulla preghiera fatta da Gesù nel silenzio della notte (cfr. Lc 6,12). Ma questa è la notte decisiva, la notte del “calice”, che fa salire dal profondo dell’umanità di Gesù una richiesta di liberazione (“allontana da me questo calice”), subito accompagnata dalla sua obbedienza di Figlio, che sempre ha compiuto la volontà dell’abbà (“Ma non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu!”). Abbà è il nome affettuoso che, nella famiglia ebraica, il bambino rivolge al padre (nella lingua aramaica, parlata da Gesù, significa “papà”, “babbo mio”). Gli studiosi dicono che, prima di Gesù, nell’ebraismo nessuno aveva chiamato Dio con questo termine della quotidianità. Colpito dalla delusione di trovare i discepoli addormentati e non partecipi del suo dramma (soprattutto i tre che sempre egli voleva accanto a sé nei momenti più importanti e decisivi, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni: “li trovò addormentati”), Gesù comprende che ora è solo l’affidamento al Padre ciò che lo sorreggerà nella sua passione (“Dormite pure e riposatevi! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo verrà consegnato nelle mani dei peccatori”). Gesù davanti al sinedrio (Mc 14,53-65) Presso gli ebrei il sinedrio era considerato il tribunale supremo dell’autorità religiosa. Composto da 71 membri (che qui vengono distinti in tre gruppi: “i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi”), era presieduto dal sommo sacerdote (allora era Caifa, che Marco però mai nomina). Nel presentare il processo che il sinedrio intenta nei confronti di Gesù, gli evangelisti non intendono stendere un verbale, ma seguono la linea teologica della passione: Gesù è “il giusto” che, accusato da falsi testimoni, subirà la condanna a morte, ma Dio lo glorificherà. Affiora sempre, nel racconto della Passione, il tema del “Servo sofferente”, presente nei Canti del libro del profeta Isaia (cfr. 52,13-53,12), ma pure il tema del giusto perseguitato, presente in diversi Salmi (chiamati “Salmi di lamentazione”, cfr. Sal 22). La testimonianza prodotta da alcuni si rifà alle parole di Gesù sul tempio: quello “fatto da mani d’uomo” sarebbe stato distrutto da lui e ne avrebbe costruito in tre giorni “un altro, non fatto da mani d’uomo”. Chiaramente, le parole di Gesù al riguardo non erano state comprese nel loro significato simbolico più profondo, che sarebbe emerso solo dopo la risurrezione. L’espressione “in tre giorni” si riferisce sia alla risurrezione di Gesù (“è risorto il terzo giorno”), sia a un tempo breve (come significa questa espressione in Os 6,2: “Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare”) nel quale sarebbe stato “costruito” da Gesù un nuovo tempio (che è la sua persona e poi la sua comunità di fede, la Chiesa) e istituito un nuovo culto. Il silenzio di Gesù (“egli taceva e non rispondeva nulla”) e la rivelazione della sua identità (“Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza [= “Dio”] e venire sulle nubi del cielo”) fanno di lui il vero protagonista nel processo intentatogli. Il silenzio è il punto di incontro di Gesù con il Servo Sofferente e il Giusto perseguitato (come è stato ricordato sopra): sarà Dio, il Padre, a parlare per lui, il Figlio, e lo farà nella risurrezione. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Seguendo le annotazioni riguardanti l’istituzione dell’eucaristia, confrontale con le parole della parte introduttiva della preghiera eucaristica: “Nella notte in cui fu tradito [Gesù] prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse”; poi con le parole della parte consacratoria: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”;”Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. Dedica un po’ di tempo all’approfondimento di queste parole di Gesù con i testi del profeta Isaia contenenti i “Canti del Servo sofferente del Signore”( soprattutto Isaia 52,13-53,12). 2) Rileggendo l’episodio del Getsèmani, rifletti sull’umanità di Gesù nella Passione. Non è un eroe o un superuomo che affronta la morte con distacco o nell’impassibilità (come si narra ad esempio di Socrate). Neppure è dominato dall’accanirsi dei suoi avversari. È invece il Figlio che, pur andando incontro alla morte con sofferenza e angoscia, si affida totalmente al Padre e si abbandona alla sua volontà. La paura del Figlio è sempre rasserenata dalla presenza premurosa e affettuosa dell’abbà (un diminutivo familiare di “padre”). 3) Rifletti su alcuni atteggiamenti significativi che troviamo nel racconto della Passione: il silenzio di Gesù e la rivelazione della sua identità; il tradimento di Giuda e le sue attese errate dal messianesimo di Gesù; il rinnegamento di Pietro e il suo pianto. Don Primo Gironi, ssp |