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IL VANGELO SECONDO MARCO
(26)

 

L’istituzione dell’eucaristia (Mc 14,22-24)

Inoltrandoci nel racconto dell’istituzione dell’eucaristia, ci troviamo da una parte nel contesto della celebrazione della cena pasquale ebraica, dall’altra nel contesto del compimento in Gesù dei testi del profeta Isaia conosciuti come “Canti del Servo sofferente del Signore” (racchiusi nei capitoli 42-53 del libro di questo profeta). Ecco come si svolge la cena pasquale ebraica, che anche Gesù ha celebrato: essa inizia dopo il tramonto del sole, quando la famiglia si raduna, avendo sempre cura di formare un numero di commensali non inferiore a dieci e non superiore a venti (per poter consumare tutti una porzione di agnello). Il rito pasquale (chiamato in ebraico Sèder) si snoda in quattro momenti principali, tutti caratterizzati da gesti evocativi della storia della salvezza e intercalati dall’assunzione di una coppa (o calice) di vino.
Il primo momento comprende la benedizione del vino della prima coppa, che viene subito bevuto. – Il secondo momento, molto più articolato, prevede:
a) la consumazione delle erbe amare intinte in una salsa di frutta dal colore rossiccio (chiamata charòset: il suo colore ricordava quello della malta usata dagli ebrei per fabbricare i mattoni in Egitto);
b) il racconto (in ebraico, haggadàh) della liberazione dall’Egitto con la spiegazione da parte del capofamiglia del simbolismo dell’agnello (chiamato pèsach: il suo sangue sparso sugli stipiti aveva preservato dalla morte i primogeniti degli ebrei), degli azzimi (in ebraico, mazzòt: ricordavano la fretta dell’uscita dall’Egitto e la mancanza di tempo per far lievitare il pane), delle erbe amare (in ebraico, maròr: ricordavano l’amarezza della schiavitù egiziana);
c) il canto dei Salmi 113 e 114 (prima parte di un gruppo di Salmi chiamati “Piccolo Hallel”, dalla parola iniziale “Alleuia”) e poi si beve la seconda coppa di vino.
Il terzo momento comprende la benedizione del pane azzimo da parte del capofamiglia: egli poi lo spezza e ne distribuisce una porzione a ciascuno dei presenti, i quali lo mangiano dopo averlo intinto nella salsa di frutta insieme con le erbe amare. Subito dopo tutti mangiano l’agnello pasquale interamente, senza spezzare alcun osso, e bevono il vino della terza coppa (chiamata “il calice di benedizione”).
Il quarto momento prevede il canto dei Salmi 115-118 (seconda parte del “Piccolo Hallel”), del


Salmo 23 o del Salmo 136 e l’assunzione della quarta coppa. Nel suo racconto, Marco presenta Gesù nel terzo momento del rito della cena pasquale, quando prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo dà ai discepoli, trasformandolo nel suo corpo, nella sua persona. Infatti le parole “Questo è il mio corpo” significano: “Questo sono io stesso”.
Il rito del calice è collocato verso la fine della cena, dopo aver consumato l’agnello. Con la sua parola creatrice, come era avvenuto per il pane/corpo, Gesù compie ora la trasformazione del vino del calice nel suo sangue (cioè nella sua stessa vita offerta per noi). Il sangue è chiamato “sangue dell’alleanza”. L’alleanza è un termine che, nella Bibbia, richiama la relazione tra Dio e il suo popolo. Ora determina la nuova relazione tra Dio e l’umanità, inaugurata con il sangue di Cristo. Per questo Luca e Paolo la definiscono “nuova alleanza” (cfr. Lc 22,20; 1Cor 11,25), richiamandosi entrambi al testo di Ger 31,31 (“Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”). Il “sangue versato per molti” richiama l’offerta della vita del Servo sofferente del Signore “per le moltitudini” (Is 53,11-12). Il termine “molti” traduce l’ebraico rabbìm, che va compreso nel significato di “tutti” (termine, questo, che l’ebraico non conosce).

Gesù annuncia la propria morte e il rinnegamento di Pietro (Mc 14,25-31)

Mediante la formula che, nella Bibbia e nel Vangelo, introduce un oracolo (“In verità, io vi dico”) Gesù ora annuncia la propria morte: “In verità, io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (v. 25). C’è qui un’allusione al banchetto escatologico (che ricorda alcuni testi di Isaia e dell’Apocalisse), quello a cui parteciperanno in modo definitivo i salvati, quello della piena comunione di vita con Dio, il Padre che ha guidato la storia della salvezza al suo compimento nel sacrificio redentore del Figlio sulla croce. Il termine “nuovo” (“lo berrò nuovo nel regno di Dio”) traduce il greco kainòn, che indica qualcosa di differente, qualcosa che appartiene a un ordine diverso, quale è appunto il banchetto escatologico, prefigurato ora nel pane e nel vino dell’eucaristia.
La cena pasquale è ora giunta al quarto momento, che prevede il canto dei Salmi 115-118 (che costituiscono la seconda parte del “Piccolo Hallel”) e il congedo dalla mensa. Marco sintetizza tutto ciò nell’espressione “dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi”. Questa collina è subito fuori di Gerusalemme (nella notte di Pasqua non ci si poteva allontanare dalla Città Santa, se non fino a Betfage, ultimo villaggio della sua periferia). Gesù, richiamandosi a un testo del profeta Zaccaria (“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”: Zc 13,7), inserisce la vicenda della sua morte, ormai imminente, nel disegno di salvezza pensato dal Padre. Questo disegno comprende la morte del “pastore” (che è Gesù) e la dispersione delle “pecore” (che sono i discepoli). E questo disegno inizierà a configurarsi con lo “scandalo” dei discepoli che abbandoneranno Gesù o, come Pietro, lo rinnegheranno, nonostante le ripetute attestazioni di fedeltà di questo apostolo (vv. 29-31). Ma il disegno salvifico si ricomporrà nella Pasqua, quando Gesù risorto radunerà i discepoli dispersi e farà loro comprendere in pienezza il significato della loro chiamata presso il mare di Galilea e li riconfermerà suoi apostoli (è il significato dell’espressione: “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”).

Gesù al Getsèmani (Mc 14,32-51)

Il luogo in cui Gesù si reca con i discepoli si trova ai piedi del monte degli Ulivi, dove scorre il torrente Cedron. È conosciuto con il nome di Getsèmani, che significa “frantoio dell’olio”. Qui Gesù, ormai consapevole di andare incontro alla morte, apre un intenso colloquio con il Padre. Spesso gli evangelisti si soffermano sulla preghiera fatta da Gesù nel silenzio della notte (cfr. Lc 6,12). Ma questa è la notte decisiva, la notte del “calice”, che fa salire dal profondo dell’umanità di Gesù una richiesta di liberazione (“allontana da me questo calice”), subito accompagnata dalla sua obbedienza di Figlio, che sempre ha compiuto la volontà dell’abbà (“Ma non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu!”). Abbà è il nome affettuoso che, nella famiglia ebraica, il bambino rivolge al padre (nella lingua aramaica, parlata da Gesù, significa “papà”, “babbo mio”). Gli studiosi dicono che, prima di Gesù, nell’ebraismo nessuno aveva chiamato Dio con questo termine della quotidianità. Colpito dalla delusione di trovare i discepoli addormentati e non partecipi del suo dramma (soprattutto i tre che sempre egli voleva accanto a sé nei momenti più importanti e decisivi, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni: “li trovò addormentati”), Gesù comprende che ora è solo l’affidamento al Padre ciò che lo sorreggerà nella sua passione (“Dormite pure e riposatevi! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo verrà consegnato nelle mani dei peccatori”).
Subito il Getsèmani è invaso “da una folla con spade e bastoni”, inviata dalle autorità religiose. Da questa folla si fa avanti il traditore, che aveva concordato come segno di riconoscimento di Gesù un bacio (“Quello che bacerò, è lui: arrestatelo e portatelo via sotto buona scorta”). Era Giuda: il tradimento che egli mette in atto va di pari passo con la crisi dei discepoli i quali, vedendo ormai il Maestro nelle mani degli avversari, “lo abbandonarono tutti e fuggirono”. Marco sembra bilanciare questo comportamento dei discepoli con una nota che spira ottimismo e partecipazione al dramma di Gesù: “lo seguiva un ragazzo, che aveva addosso un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo”. Come non vedere in questo “lasciare cadere” la rinuncia a tutto ciò che si possiede per essere discepolo di Gesù e seguirlo, nonostante tutto? (cfr. Lc 5,28, dove lo stesso verbo greco qualifica il discepolato e la sequela di Matteo/Levi).

Gesù davanti al sinedrio (Mc 14,53-65)

Presso gli ebrei il sinedrio era considerato il tribunale supremo dell’autorità religiosa. Composto da 71 membri (che qui vengono distinti in tre gruppi: “i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi”), era presieduto dal sommo sacerdote (allora era Caifa, che Marco però mai nomina). Nel presentare il processo che il sinedrio intenta nei confronti di Gesù, gli evangelisti non intendono stendere un verbale, ma seguono la linea teologica della passione: Gesù è “il giusto” che, accusato da falsi testimoni, subirà la condanna a morte, ma Dio lo glorificherà. Affiora sempre, nel racconto della Passione, il tema del “Servo sofferente”, presente nei Canti del libro del profeta Isaia (cfr. 52,13-53,12), ma pure il tema del giusto perseguitato, presente in diversi Salmi (chiamati “Salmi di lamentazione”, cfr. Sal 22). La testimonianza prodotta da alcuni si rifà alle parole di Gesù sul tempio: quello “fatto da mani d’uomo” sarebbe stato distrutto da lui e ne avrebbe costruito in tre giorni “un altro, non fatto da mani d’uomo”. Chiaramente, le parole di Gesù al riguardo non erano state comprese nel loro significato simbolico più profondo, che sarebbe emerso solo dopo la risurrezione. L’espressione “in tre giorni” si riferisce sia alla risurrezione di Gesù (“è risorto il terzo giorno”), sia a un tempo breve (come significa questa espressione in Os 6,2: “Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare”) nel quale sarebbe stato “costruito” da Gesù un nuovo tempio (che è la sua persona e poi la sua comunità di fede, la Chiesa) e istituito un nuovo culto. Il silenzio di Gesù (“egli taceva e non rispondeva nulla”) e la rivelazione della sua identità (“Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza [= “Dio”] e venire sulle nubi del cielo”) fanno di lui il vero protagonista nel processo intentatogli. Il silenzio è il punto di incontro di Gesù con il Servo Sofferente e il Giusto perseguitato (come è stato ricordato sopra): sarà Dio, il Padre, a parlare per lui, il Figlio, e lo farà nella risurrezione.
Le parole che svelano l’identità di Gesù mettono fine a quella proibizione data da Gesù stesso a non rivelare chi Egli è, se non nella Passione e nella Risurrezione. Qui cessa quell’imposizione a tacere che percorre tutto il Vangelo secondo Marco, conosciuta come segreto messianico e che ha suscitato quel continuo interrogativo su Gesù: Chi è mai costui? Perché Gesù vuole essere un Messia “nascosto”? Ora Gesù si autoproclama “Figlio di Dio” (il sommo sacerdote usa il termine “Figlio del Benedetto”, perché non può pronunciare il nome santo di Dio) e “Figlio dell’Uomo”, richiamandosi ai testi “messianici” del Salmo 110,1 (dove appare l’espressione: “siedi alla mia destra”) e di Daniele 7,13 (“Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”). Tutto ciò viene interpretato dal sommo sacerdote come una bestemmia e provoca in lui la reazione dello “stracciarsi le vesti”, segno, questo, di indignazione e di disapprovazione. E con lui tutto il sinedrio si associa alla sentenza che ritiene Gesù “reo di morte”. Questa sentenza è seguita dagli oltraggi, sputi, schiaffi e altri scherni che alcuni mettono in atto nei confronti del condannato. È seguita anche dal rinnegamento di Pietro, che per tre volte (segno di intensità) nega di conoscere il Maestro, pur avendo lo stesso accento (“Tu sei uno di loro: infatti sei Galileo”). Solo ricordando la profezia del canto del gallo (“Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”, gli aveva detto Gesù), Pietro avverte la gravità delle sue parole e il ricordo del Maestro che ha appena rinnegato lo ferisce dolorosamente nel più profondo del cuore: “Pietro scoppiò in pianto”.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Seguendo le annotazioni riguardanti l’istituzione dell’eucaristia, confrontale con le parole della parte introduttiva della preghiera eucaristica: “Nella notte in cui fu tradito [Gesù] prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse”; poi con le parole della parte consacratoria: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”;”Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. Dedica un po’ di tempo all’approfondimento di queste parole di Gesù con i testi del profeta Isaia contenenti i “Canti del Servo sofferente del Signore”( soprattutto Isaia 52,13-53,12).

2) Rileggendo l’episodio del Getsèmani, rifletti sull’umanità di Gesù nella Passione. Non è un eroe o un superuomo che affronta la morte con distacco o nell’impassibilità (come si narra ad esempio di Socrate). Neppure è dominato dall’accanirsi dei suoi avversari. È invece il Figlio che, pur andando incontro alla morte con sofferenza e angoscia, si affida totalmente al Padre e si abbandona alla sua volontà. La paura del Figlio è sempre rasserenata dalla presenza premurosa e affettuosa dell’abbà (un diminutivo familiare di “padre”).

3) Rifletti su alcuni atteggiamenti significativi che troviamo nel racconto della Passione: il silenzio di Gesù e la rivelazione della sua identità; il tradimento di Giuda e le sue attese errate dal messianesimo di Gesù; il rinnegamento di Pietro e il suo pianto.

Don Primo Gironi, ssp

 

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