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IL VANGELO SECONDO MARCO
(27)

 

Gesù è condotto davanti a Pilato (Mc 15,1-19)

Concluso il processo davanti al sinedrio, le autorità religiose consegnano Gesù al governatore romano Pilato per il processo civile. Ponzio Pilato aveva ufficialmente il titolo di praefectus (“prefetto della Giudea”). Governò la Giudea dal 26 al 36 d.C., non senza difficoltà e contrasti con la popolazione, a motivo dell’intolleranza dei giudei nei confronti di una dominazione straniera. Giudicato severamente dalla storiografia (corrotto, avido e crudele), Pilato viene invece descritto come persona indecisa e titubante in questo rapporto che Marco stende sul processo di Gesù. L’evangelista attenua il giudizio su questo rappresentante di Roma per evitare ricadute negative sulla diffusione del Vangelo nelle regioni dell’impero. La vera responsabilità della morte di Gesù viene da Marco attribuita alla classe sacerdotale, sebbene sia stato Pilato a siglare la condanna. Lo stesso Pilato è consapevole dell’operato ingiusto degli accusatori di Gesù (“[Pilato] sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia”). E nonostante il tentativo di prosciogliere Gesù e di condannare Barabba (che era “in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio”), Pilato è costretto a pronunciare la sentenza di morte contro Gesù. La condanna a morte di Gesù comportava la crocifissione, motivata dall’accusa rivolta contro di lui per essersi proclamato re (“Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”»). La legge di Roma conosciuta come lex Julia maiestatis, prevedeva infatti la crocifissione per il crimine di lesa maestà. Pilato, poi, attenendosi alla consuetudine di far precedere la crocifissione con la flagellazione, sottopose Gesù a questo crudele supplizio, regolato dal solo arbitrio dei soldati (mentre la legge mosaica prevedeva solo 40 colpi di flagello: cfr. Dt 25,3). A questo supplizio seguono diversi atti e gesti con cui i soldati intendono deridere e umiliare Gesù (la veste di porpora, la corona di spine, il dileggio della prostrazione), ma che in realtà ne esaltano la regalità. Proprio come era stato prefigurato nei testi del Servo sofferente del Signore contenuti nel libro del profeta Isaia: dall’umiliazione del Servo, Dio lasciava trasparire lo splendore e la gloria della regalità e dalle sue sofferenze e dal sacrificio della sua vita Dio faceva scaturire la salvezza per tutti noi (cfr. Is 53,3-12).

La via della croce (Mc 15,20-23)

Gesù è condotto “fuori” della città per essere crocifisso, come stabiliva la legge per i bestemmiatori e come avveniva per il corpo degli animali sacrificati nel grande “Giorno dell’Espiazione” (lo Jòm Kippùr), che venivano bruciati fuori dell’accampamento, secondo le norme fissate nel libro del Levitico (cfr. Lv 16,27; Eb 13,12). Salvatore del suo popolo, che nella sua “geografia spirituale e simbolica” la Bibbia ama identificare con la città di Gerusalemme personificandola, Gesù viene ora “espulso” dal suo popolo/Gerusalemme. Il tracciato che separa le mura della città dalla collina chiamata Golgota (“luogo del cranio”, traduce Marco, alludendo al termine aramaico corrispondente gulgutà, “cranio”), questo tracciato è percorso da Gesù portando il legno trasversale della croce (chiamato patìbulum), poiché il legno verticale (chiamato stipes) era già stato conficcato nel luogo della crocifissione. È lungo questo tracciato che Marco colloca l’intervento di Simone di Cirene, presentandolo come “padre di Alessandro e di Rufo”, entrambi probabilmente conosciuti nella prima comunità cristiana di Gerusalemme. I discepoli hanno abbandonato Gesù, sottraendosi così all’impegno fondamentale che comporta la sequela del Maestro (“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: Mc 8,34). Simone, sebbene costretto dai soldati romani, non si sottrae all’impegno di “prendere” la croce (“Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene”). Le traduzioni preferiscono usare il verbo “portare” per indicare il gesto di Simone nei confronti di Gesù, ma non bisogna dimenticare che per questo gesto viene qui usato da Marco lo stesso verbo che appare in 8,34: “prendere la croce”. Tutto questo dimostra che è possibile essere discepoli di Gesù e seguirlo in qualunque condizione o situazione e che le esigenze da lui richieste per la sua sequela trovano sempre chi le sa accogliere e vivere con lo spirito con cui Gesù stesso è stato discepolo del Padre.

La crocifissione (Mc 15,24-39)

Marco è molto sobrio nel suo racconto della passione. Egli sembra evidenziare unicamente quegli elementi che sono determinanti per la fede del catecumeno (cui è destinato il suo vangelo) e che si interroga sull’identità di Gesù (come è la professione di fede del centurione romano in Mc 15,39: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”). Come pure Marco non tralascia di collocare gli eventi della passione nella cornice biblica del Giusto oltraggiato e condannato a morte dai malvagi: è la cornice visibile nelle due citazioni del Salmo 22 in Mc 15,24.34. Una prima citazione del Salmo viene riferita al gesto dei soldati che si appropriano delle vesti di Gesù e se le dividono tirando a sorte (Sal 22,19 e Mc 15,24). Una seconda citazione dello stesso Salmo ne riferisce le parole iniziali, che Gesù ormai alla fine trasforma in preghiera di fiducia e di abbandono al Padre. Marco riporta queste parole nella forma aramaica: Eloì, Eloì, lemà sabactàni, dandone subito la traduzione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Gli astanti però interpretano il nome Eloì (“Dio mio”) come riferito al profeta Elia, a motivo dell’assonanza dei due nomi (“Ecco, chiama Elia… Vediamo se viene Elia a farlo scendere”). Mentre alcuni episodi vengono solo accennati (e non sviluppati, come farà Luca nell’episodio dei due “ladroni” crocifissi con Gesù: cfr. Lc 22,39-43), tutto il racconto viene invece ritmato secondo precise cadenze temporali: all’ora terza (corrispondente alle nove del mattino) avviene la crocifissione: “Erano le nove del mattino quando lo crocifissero”.
All’ora sesta (cioè a mezzogiorno) sopraggiunge il buio: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra”. All’ora nona (corrispondente alle tre del pomeriggio) avviene la morte: “Alle tre Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”. E dando un forte grido, spirò”. Come nella “giornata-tipo” di Cafarnao (Mc 1,21-34) l’evangelista Marco ha presentato Gesù intento all’annuncio del Regno, alla preghiera e all’azione a favore dei sofferenti con i diversi miracoli di guarigione e con gli esorcismi, così ora la “giornata della passione” viene scandita alla luce del Giusto sofferente e messo a morte, oltraggiato ma fiducioso nel suo Dio. Questa è la giornata del silenzio. Gesù non opera più e non parla più: è il Padre che parla e opera per lui. È la giornata della spoliazione. Gesù viene spogliato delle sue vesti per essere issato sulla croce: ma il Padre vestirà questa sua nudità con la gloria della risurrezione. È la giornata dell’oltraggio e della sfida: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”. Ma il Padre farà della croce lo strumento della salvezza, cui tutti dovranno guardare e credere (cfr. anche Gv 19,37: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”). È la giornata dell’abbandono totale al Padre, che Gesù compie affidandosi alle prime parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo non è un grido di disperazione, ma è la preghiera del Giusto perseguitato e messo a morte, una preghiera che si snoda lungo tutto il Salmo e che Gesù morente intende ora rivolgere al Padre come ultimo atto della sua obbedienza di Figlio alla sua volontà. È vedendolo morire in questo totale abbandono al Padre che il centurione romano fa la sua professione di fede: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”. Come si vede, è proprio nella croce e non nei miracoli che si rivela la vera identità di Gesù, Figlio di Dio. Marco ha aperto il suo Vangelo dichiarando questa identità (“Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”) e ora lo chiude con la conferma di quanto aveva annunciato: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”

Le donne al Calvario (Mc 15,40-47)

L’evangelista documenta la presenza di alcune donne che hanno vissuto la “giornata della passione” e ora “da lontano” vivono gli ultimi momenti di Gesù (“osservavano da lontano”: infatti non era permesso avvicinarsi al luogo della crocifissione). Vengono elencate e presentate con i due verbi che distinguono il discepolo (“lo seguivano [akolouthèo] e lo servivano [diakonèo]”). Sono: Maria di Magdala, Maria, madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome (forse la madre di Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo: cfr. Mt 27,56). Gesù avverte la presenza materna e premurosa di queste donne che attenuano la delusione provata dall’abbandono dei dodici discepoli/ apostoli. Ora “seguono” e “servono” Gesù sul luogo del supplizio, pronte per un ulteriore “servizio” al loro Maestro, quello della sepoltura (“stavano a osservare dove veniva posto”). Le ritroveremo al mattino della risurrezione al sepolcro (“di buon mattino, al primo giorno della settimana, vennero al sepolcro”), desiderose di compiere “l’ultimo servizio” al Maestro, ungendone il corpo ormai senza vita. Ma un inaspettato stupore/spavento blocca sia le loro mani sia le loro labbra: il Padre ha compiuto per Gesù quanto esse intendevano fare. Il Padre ha risuscitato Gesù e lo ha collocato alla sua destra: il verbo “è risorto” (in greco, eghèrthe) usato in Mc 16,9 è un passivo “teologico”, cioè ha come soggetto agente Dio stesso, come pure Dio è il soggetto del verbo “fu elevato in cielo (in greco, anelèmphthe) e sedette alla destra di Dio”. Il Padre è stato l’ultimo e vero “servitore” del Figlio. Le “discepole” ormai non devono più servire il Maestro nel loro ruolo materno di donne. Prese dallo stupore/spavento per questa opera del Padre verso Gesù, le loro mani rimangono inoperose: “uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore”. Così pure le loro labbra: “non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite”.

La risurrezione di Gesù e la fede del lettore e dei discepoli (Mc 16,1-20)

Come nel racconto della passione, anche nel racconto della risurrezione Marco è di una sobrietà sorprendente. Infatti qui è il lettore che viene chiamato a cogliere la realtà e la verità di questo straordinario miracolo verso cui, lungo tutto il vangelo, Marco lo ha orientato e che ora gli rivela attraverso le parole del giovane in vesti bianche: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. Allora la ricerca di Gesù si sposta, nella fede, dal sepolcro vuoto di Gerusalemme alla Galilea, dove il lettore (insieme con le folle e i discepoli) ha iniziato a interrogarsi su Gesù: «Dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete come vi ha detto”». Il lettore riapre il Vangelo (e con lui i discepoli) e dalla Galilea, dove Gesù ha iniziato l’annuncio del Regno e la conversione, dove ha guarito e salvato, giunge fino alla Croce e al Sepolcro vuoto e la sua fede riconosce nel Maestro di Nazaret il Crocifisso e il Risorto, il Cristo e il Figlio di Dio. Gli studiosi ritengono che la conclusione originaria del Vangelo secondo Marco sia al v. 8. Quello che segue nei vv. 9-20 (le apparizioni di Gesù, la sua ascensione al cielo, la missione affidata agli apostoli con i segni miracolosi che l’accompagneranno) sarebbe una aggiunta per “armonizzare” il racconto della risurrezione steso da Marco con quello degli altri evangelisti. Si tratterebbe anche di una seconda conclusione meno drastica, quale è quella racchiusa nel v. 8, riguardante le donne: “Esse uscirono e fuggirono dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite”. Noi però abbiamo avuto modo di sottolineare la presenza significativa delle donne sia al Calvario sia al sepolcro e la loro identità di vere discepole, disposte anche a seguire e servire il Maestro Crocifisso e Risorto.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Nel racconto della passione Marco ha come filo conduttore la presenza di Dio, il Padre che guida la storia della salvezza (lungo il commento abbiamo sottolineato l’azione di Dio nei confronti di Gesù attraverso la forma verbale del “passivo teologico”: è risorto… fu elevato in cielo). È Dio infatti il vero protagonista della passione e la sua azione è visibile nell’uso del verbo “consegnare” (in greco, paradìdomi), un verbo che scandisce i vari momenti della passione e che ha come soggetto il Padre. È lui, il Padre, che “consegna” Gesù nelle mani di noi peccatori, mani che operano tramite Giuda (il “consegnatore/traditore”), tramite il sommo sacerdote (ispiratore della condanna di Gesù), tramite la folla (quella del “Crocifiggilo!”), tramite Pilato (giudice che sentenzia la morte di Gesù) e i soldati (esecutori della crocifissione). Così, il racconto della passione non rimane un racconto lontano nel tempo, ma ci coinvolge direttamente: comprendiamo che è il nostro peccato, opera delle nostre mani, a consegnare Gesù alla croce.

2) La “giornata della passione” di Gesù con le caratteristiche che abbiamo sottolineato (giornata del silenzio, della spoliazione, dell’oltraggio/sfida, dell’abbandono al Padre) può orientare e sostenere anche noi quando la nostra giornata sperimenta la “passione” (insuccesso, peccato, sofferenza, malattia, aridità spirituale, incomprensioni, sfiducia, scoraggiamento).

3) La presenza delle donne al Calvario suscita in me gratitudine per la vocazione della donna a servire e a seguire con dedizione materna il Maestro e il Signore fino alla croce? Come posso concretizzare nella mia vita la vocazione al servizio di queste donne e discepole esemplari?

Don Primo Gironi, ssp