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MARIA NELLA CASA DI GIUSEPPE

 

Chissà se siamo d’accordo con questa frase di S. Weil: «La vita del credente è comprensibile solo se in lui c’è qualcosa di incomprensibile». Guardiamo Giuseppe e Maria… e il loro “fare casa”. Giuseppe è l’uomo di fede, che vorrebbe sottrarsi al mistero, ma che poi ascolta e mette in pratica. Fa sua la prima parola con cui da sempre Dio si rivolge all’uomo: “non temere”, risposta alla prima parola con cui Adamo si rivolge a Dio: “ho avuto paura” (Gen 3,10). La paura, principio di ogni fuga, è il contrario della fede, del matrimonio, della paternità. Giuseppe non ascolta la paura, diventa vero padre di Gesù, anche se non ne è il genitore. Per lui vale davvero il primato dell’amore: accogliere Maria e il dono che lei porta. Infatti, dopo i dubbi e i sogni, dopo angeli e trepidazioni, dopo una dura prova, Giuseppe “la prese con sé”. Maria entra nella casa del “sognatore”, lascia la casa di suo cammino di comunione che la porterà a costruire una nuova casa. Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto a un uomo, ci va da donna innamorata, ama il suo uomo con cuore di carne, in tenerezza e castità. Maria è la donna del sì, ma il suo primo sì l’ha detto a Giuseppe: l’angelo la trova già promessa, già legata, già innamorata. Ci suggerisce A. Casati di guardare l’umanità di Maria. Certamente anche lei ha sperimentato quella stagione splendida dell’esistenza fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza, di trepidazione, che sembra una

dolce pazzia dove si danno convegno tutte le emozioni e le speranze dell’universo. Forse per paura di contaminarla con le cose di quaggiù, abbiamo creduto Maria capace di amare solamente Dio, invece è maestra anche nell’amare le creature con calore e tenerezza. Maestra anche di quella stagione felice che è l’attesa di essere madre. Quasi mai si parla di Maria come moglie. Eppure la maggior parte della sua vita l’ha passata con un uomo, presa dai lavori di casa, intenta a dare il meglio di sé. E dava calore a quella casa, trasformava la casa del falegname in un’abitazione calda e accogliente. Tra i due sposi passavano la luce, il calore, l’oro degli sguardi, e mille parole. E Giuseppe e Maria fanno casa. Ma la casa non è soltanto l’abitazione, è anche quando ci sentiamo toccati dagli altri. Chi ci tocca è entrato in noi, ormai lo ospitiamo in casa, traccia solchi, lavora il nostro terreno, estirpa radici, porta semi, sollecita e risveglia le sorgenti della vita. Fare casa è lasciarsi toccare dall’altro e toccarlo. Fare casa significa costruire comunicazione e tenerezza, generare futuro insieme.
Anche Gesù, quando scelse i Dodici, «li chiamò a sé perché stessero con lui» (Mc 3,14). Gesù non sceglie eroi, profeti, guaritori, oratori. Sceglie i dodici perché stiano con lui. Poi saranno inviati. Ma sceglie per prima cosa dei compagni di vita, non della gente che faccia delle cose per lui, ma con cui “fare casa”. Il primo obiettivo di Gesù non è la conversione ma la compagnia degli uomini, la comunione. E forse, il Regno comincia con il rendere più affettuosa la vita.
Tutti noi facciamo l’esperienza dello splendore di questo stare con.
Stare con è esperienza sufficiente a redimere certe nostre giornate vuote o inquiete.
Stare con le persone alle quali vogliamo bene è la prima guarigione della vita.
Stare con è uscire dalla condanna della solitudine nemica.
Stare con l’Amato è uscire dal regno del dover fare e della competizione ed entrare nel regno della gratuità Creare comunione è l’obiettivo primario della storia sacra. È lo spartiacque, la lama che separa i due versanti della storia. Da un lato i costruttori di comunione, che fanno ciò che Dio fa, creano prossimità e alleanza. E sono chiamati amici di Dio, amici del genere umano, custodi della storia. Dall’altro lato i costruttori di separazioni, di inimicizie e di diffidenze, di paure e di muri. E sono coloro che fanno ciò che il diavolo fa, il cui nome (da diabàllo, separo, contrappongo) significa appunto “il separatore”, colui che allontana l’uomo dall’uomo, che lo separa da sé stesso. Maria è nel Vangelo creatrice di relazioni. Anche nella casa dei sogni, con Giuseppe, il centro della vita non è l’io e neppure il tu. Il centro è nella relazione, nel cercarsi e nel trovarsi, attraverso la distanza, per un noi. Maria e Giuseppe imparano la vita l’una dall’altro. Per la Bibbia la vera differenza non è tra l’essere e l’ente, come vuole Heidegger; non è neppure tra l’essere e l’avere, come vuole Fromm. Ma l’alternativa radicale è tra il vivere nell’abbandono e come gettato via, consegnato soltanto alle cure del proprio io, oppure il sapersi accolti e ospitati, affidati alle cure e alla sollecitudine di un Altro. Per il Vangelo la vera opposizione non è tra vivere o morire, tra vincere o perdere, ma la vera differenza è il viversi come affidati soltanto a se stessi o come affidati alla sollecitudine di Dio. Viversi come gettati via, oppure viversi nell’ospitalità di una casa, tra le braccia di un Padre. Questa è l’esperienza di Maria, primaria, imprescindibile esperienza di fede nella casa di Giuseppe.

Francesca V.